Note sulla morale di

EPICURO

Testo e traduzioni di Rodolfo Mondolfo, tratte dal libro:

Il pensiero Stoico ed Epicureo, La Nuova Italia, Firenze, 1958.

Con un seguito di nostre aggiunte etico - politiche.

 

 

Epicuro (341-270 a.C) di Samo, scolaro di Nausifane democriteo e del platonico Panfilo, nel 306 fonda in Atene la sua scuola, fondandone un centro di insegnamento, non solo di dottrina, si anche di pratica di vita.

Le grandi anime epicuree (scrisse Seneca, Epistole VI, 6) non le fece la dottrina, ma l' assidua compagnia di Epicuro. Il grande ascendente da lui esercitato sui discepoli spiega la devozione di cui questi lo circondavano.

Degli scritti, circa 300, in cui espose la sua dottrina, a noi non restano che tre lettere, il testamento e le Massime capitali conservateci da Diogene Laerzio; frammenti dell' opera "Sulla Natura" estratti dai papiri di Ercolano (dove giace tuttora il resto in attesa di esser decifrato e pubblicato), le scienze del Florilegio vaticano e di altri pochi frammenti.

La scuola dura fino al IV secolo d.C. serbandosi sempre, secondo le esigenze del maestro, rigidamente fedele alle dottrine di lui, come appare negli scritti e frammenti di vari discepoli: Filodemo di Gradara, del I secolo a.C. (nei papiri di Ercolano); Diogene di Enoanda, del 200 d.C. (ed. William 1907); e soprattutto dal poema di Tito Lucrezio Caro (96-55 a.C.) De rerum natura.

Per ciò, dei discepoli nessun nome emerge se non quello di Lucrezio, eminente per ragioni letterarie e non filosofiche; ossia non per novità di sviluppi, ma per lo splendore della veste poetica data alle dottrine del maestro, attingendo spesso alle più alte vette dell' arte. E perciò egli ha dato la espressione eloquente della devozione dei discepoli, che nel maestro salutavano il liberatore degli uomini dai terrori angosciosi del soprannaturale.

"Mentre la vita umana giaceva, misera a vedersi, a terra, oppressa sotto il gravame della religione che protendeva il capo dalle regioni del cielo sovrastando con orrido aspetto ai mortali, per la prima volta un uomo in Grecia osò levarle contro i suoi occhi mortali, e per primo starle di contro: ne' la fama degli dèi, ne' i fulmini, ne' il cielo col minaccioso fragore in lui represse, ma vieppiù eccitò il gagliardo valore dell' anima al desiderio di infrangere per primo i serrati baluardi delle porte della natura.

Per tanto la vivida forza dell' anima sua vinse; ed uscì fuori a percorrere lontano le fiammanti mura del mondo, e tutto l' infinito con la mente e con l' animo; onde a noi vittorioso egli riporta che cosa possa nascere e che cosa non possa, e per qual ragione a ciascun essere spetti infine limitato potere e un termine piantato nelle profondità delle cose.

Onde la religione, messa sotto i piedi, è a sua volta umiliata, e noi la vittoria adegua al cielo" (De rerum nat. I. 56-79).

"Te, che da così fitte tenebre primo potesti innalzare sì chiaro bene illuminandoci gli agi della vita, te seguo o gloria della gente greca, e pongo ora le orme dei miei passi modellate sui segni da te impressi, non per desiderio di gareggiare, ma solo per l' amore, onde bramo imitarti... E dalle tue carte, o inclito, come le api nei boschi in fiore tutto suggono il polline, così noi delibiamo tutti i tuoi aurei detti (ibid. III, 1, sgg.).

"Che se convien parlare come esige la stessa riconosciuta grandezza delle cose, un dio egli fu, un dio questi che primo trovò la regola di vita che prima si chiama sapienza, e con l' arte sua da sì furiose tempeste, e da sì fitte tenebre trasse la vita in sì piena tranquillità e in sì chiara luce" (ibid. V. 7 sgg.).

 

Rodolfo MONDOLFO:

Scritti e traduzioni.                                         

                                                                     

 

L' EPICUREISMO.

 

Funzione liberatrice e parti della Filosofia. p. 30, sgg.

  Epicuro fonda la sua scuola in Atene nel 306 a.C. Fiorente per numero di seguaci e per il loro attaccamento alle dottrine del maestro, la scuola si mantiene viva per oltre sei secoli, diffondendo propaggini a Roma e in Oriente.

Delle 300 opere di Epicuro ci restano solo poche lettere e frammenti, oltre l' opera "Sulla Natura" contenuta nei papiri di Ercolano, ma finora solo in piccola parte decifrata e pubblicata.

Ma, delle teorie naturali una esposizione magnifica abbiamo nel poema "De rerum natura" di T. Lucrezio Caro. (Lucrezio).

 

Per Epicuro la filosofia ha un compito liberatorio dello spirito umano dai turbamenti che lo agitano.

"Devi servire la filosofia per raggiungere la vera libertà", ossia quella serenità in cui lo spirito sente tutto il suo dominio di sé stesso.

Quattro errori sopra tutti lo impediscono, contro i quali la filosofia offre il quadrifarmaco; e sono tutti asservimento della vita interiore a mali e beni che ci dominano finché ne oggettiviamo le cause, e risultano invece insussistenti o dominabili da noi quando ne riconosciamo l'origine nelle nostre false opinioni: timore negli dèi, paura della morte, ansia dei piaceri, affanno dei dolori.

Sicché la conquista dell' autonomia spirituale, che è il fine della filosofia, richiede che siano dissipate le false opinioni, e perciò sia conquistata una conoscenza vera a sicura della realtà universale e della nostra posizione in essa. Ossia, occorre una scienza adeguata della natura, che fughi il timore del soprannaturale, la cui ombra adduggia la nostra vita, e ci mostri le vere condizioni di questa; ma per affidarci a tale scienza ci occorre dimostrarne la validità.

E così all' etica, appare premessa necessaria la fisica, e a questa la teoria della conoscenza (canonica): la prima è il fine, le altre due sono i mezzi necessari.

 

TEORIA DELLA CONOSCENZA (CANONICA).

La canonica epicurea, (storia del canone della conoscenza) pone l' esperienza sensibile come fonte unica di ogni sapere, e la sua evidenza come criterio di verità.

Tutte le azioni volgono all' esperienza ed alle impronte che essa lascia nella memoria: anche i concetti che usiamo come prenozioni, o anticipazioni ad ogni sopraggiungere di sensazioni, per inquadrarle e classificarle, non sono che memoria e registrazioni di esperienze precorse. E' vero, come diceva Platone, che senza prenozioni non potremmo proporci problemi e ricerche; ma le prenozioni non sono innate, bensì acquisite con l' esperienza.

E quindi solo in accordo con l' esperienza è valido il loro uso nei giudizi e in tutte le previsioni,  ipotesi e interferenze nostre, tutte sempre subordinate all' attesa della verifica sperimentale che ne dia la conferma o la smentita.

Così la sensazione, con la sua evidenza, è fonte, guida e controllo di tutti i nostri ragionamenti. L' errore può esser solo nel giudizio, non nella sensazione, inconfutabile a sé stessa. Inoppugnabile perché sperimentato è il fenomeno; in esso è la base, in esso la verifica delle nostre inferenze.

E queste sono di due specie: passaggio alla previsione di altri fenomeni, di cui, pertanto si attende la verifica sperimentale; e passaggio alla determinazione della causa occulta, sottratta alla percezione e all' esperienza diretta.

In questo secondo caso i fenomeni addotti come prova sono soltanto segni di una realtà invisibile; e la prova sta in ciò che questi fenomeni, innegabili perché sperimentali, sarebbero essi inconcepibili (ossia negati) se non si ammettesse quella tale spiegazione.

Ad esempio, se non si ammettessero interstizi di vuoto anche nei corpi più compatti, si dovrebbe negare che l' acqua stilli attraverso le rupi o che le voci, il caldo, il freddo, passino attraverso i muri, ecc.

Quindi la vera natura di questa prova non è sperimentale, ma logica: ossia è il principio di contraddizione.

Per ciò, dice Epicuro: è vero tanto ciò che vediamo con gli occhi, quanto ciò che cogliamo necessariamente con la ragione.

 

Passaggi di questo genere - dai fenomeni (segni) alla realtà invisibile, che dobbiamo logicamente supporre dietro di essi - sono le teorie essenziali della fisica (atomi, vuoto, movimenti atomici), e la stessa teoria delle sensazioni che Epicuro trae da Democrito.

Le sensazioni, colori, suoni, odori, ecc.) sono segni di forme, combinazioni e moti vari degli elementi di cui constano i corpi (atomi); e corrispondono ad essi in quanto dagli oggetti si irradiano di continuo nello spazio - e vengono così a colpire i nostri sensi - piccole imagini (eidola) che ne riproducono forme e caratteri.

 

LE SPIEGAZIONI NATURALISTICHE: CERTE E PROBABILI.

In queste teorie ricordate, come in tutte quelle di Epicuro, domina una preoccupazione costante: dare spiegazioni naturalistiche dei fenomeni che escludano dal mondo naturale e umano qualsiasi intervento soprannaturale.

Contro tale intervento egli adduce anche la prova negativa, del principio di contraddizione: giacché sono inconciliabili l' eterna beatitudine divina con la cura delle cose del mondo, e la perfezione divina con l' impotenza o mala volontà di cui ne accuserebbe la esistenza del male.

Ma a questa ragioni negative la fisica aggiunge il suggello positivo delle spiegazioni suggerite e confermate dai fatti, i quali sono di due tipi: quelli certi, ossia logicamente necessari (concezioni dell' universale natura invisibile, sopra ricordati), e quelli semplicemente probabili (spiegazioni di fenomeni particolari, come per esempio di quelli meteorologici, tratti per analogia da altre esperienze fenomeniche).

Queste ultime ammettono quindi molteplici possibilità diverse; ed Epicuro insiste sull' obbligo per un naturalismo coerente, di ammettere la varietà delle possibilità che dissipano anche l' angoscioso mito di un Fato ineluttabile; ma quando si tratta della concezione dell' universale, dell' invisibile che deve rispondere ad una necessità razionale, non c'è posto che per una sola concezione, come è il caso della teoria atomica.

 

L' ATOMISMO.

Giacché tutte le spiegazioni naturalistiche particolari vanno per Epicuro inquadrate e fondate nella forma di naturalismo che a lui appare più coerente, che è l' atomismo meccanicistico di Democrito, escludendo ogni finalità ed azione divina, Epicuro lo considera suggerito e sempre confermato dall' esperienza stessa, per quanto la sensazione non ci possa dare direttamente ne' gli atomi, ne' il vuoto.

Ma la sensazione ci attesta la realtà dei corpi e del loro movimento (che implica il vuoto per verificarsi), della loro permeabilità al calore, al freddo, ai suoni, all' umidità, ecc. (che implica un vuoto interno); della loro divisibilità, che non può peraltro proseguire all' infinito senza dissolvere la loro solidità. Ci son dunque gli atomi, e c'è il vuoto; questa è la realtà essenziale delle cose.

Infiniti di numero, e vari solo di forma, grandezza e peso, gli atomi sono ab aeterno tratti dal loro peso ad una caduta o pioggia nello spazio infinito, la quale, solo per urti, si può trasformare in moto vorticoso, da cui nascono gli intrecci atomici e si formano i mondi.

 

MECCANICISMO E FINALISMO.

Ora, per la possibilità di tali urti bisogna ammettere negli atomi (cadenti nel vuoto tutti con uguale velocità), una facoltà di deviazione (clinamen) dalla caduta verticale; spontaneità intrinseca dell' atomo, che rompe bensì il meccanicismo di tutta la concezione naturalistica, ma risponde a una triplice necessità: spiegar l' origine del mondi; spezzare la opprimente visione di una ineluttabile fatalità col sostituirle la contingenza; infine render possibile all' anima (essa pure, come tutto l' organismo aggregato, temporaneo di atomi) la spontaneità e, nell' uomo, la libertà del volere e l' autonomia cui il saggio aspira.

La finalità rientra così nel sistema: rientra nell' etica come in suo proprio dominio, ma si prepara già nella fisica, che all' etica deve fornire le premesse. Tuttavia nella fisica questa teoria, che è preludio alla finalità, serve a ricondurre tutto a cause naturali e a dar poi al meccanicismo la possibilità di dominare incontrastato nella spiegazione di tutto: formazione e dissoluzione dei mondi (infiniti nello spazio infinito), dell' ordine delle cose in essi e delle stesse specie viventi, resultanti nella infinità degli urti e accozzi casuali,  dalla sopravvivenza degli organismi adatti in mezzo alla dissoluzione di quelli non vitali.

Anche qui, come si è accennato, la costruzione oltrepassa evidentemente il criterio di verità dato dalla sensazione e dall' attesa della verità sperimentale; ma risponde alla esigenza di Epicuro di accogliere la più semplice e naturalistica delle concezioni possibili, eliminando ogni arbitrario ricorso a fattori estranei alla natura.

 

GLI DEI E LA MORTE.

Il naturalismo deve liberarci dal timore degli dèi e dalla paura della morte.

Gli dèi esistono (e lo provano le visioni che hanno gli uomini); ma nella loro divinità non possono esser mischiati nelle tumultuose vicende dei mondi e degli uomini; vivono in una serenità perfetta negli spazi che dividono fra loro i mondi (intermondi), nutriti dell' infinito afflusso di atomi che continuamente fa equilibrio all' infinito efflusso.

Alla perfezione degli dèi, che realizza il supremo ideale del saggio, va rivolto un culto disinteressato di ammirazione, non il culto servile delle implorazioni e degli scongiuri, fatto d' interesse e di paura.

E quanto alla morte, che è la dissoluzione dell'aggregato corporeo cui appartiene la sensibilità, essa non esiste per noi finché noi siamo, come non esistiamo noi per lei quand'ella sopravviene, perché non c' è più sensibilità o capacità di sofferenza.

E così è tolta anche ogni paura dell' oltretomba.

 

PIACERE, DOLORE, BISOGNI.

Restano pertanto a domare gli altri due nemici della serenità umana: l'ansia dei piaceri, l'affanno dei dolori.

Piaceri e dolori sono bensì il primo criterio di valutazione del bene e del male; ma al concetto cirenaico del piacere in movimento deve sostituirsi quello del piacere quieto e stabile, che è l' assenza di turbamento (atarassia) e di dolore (aponia). E questo può rientrare nel dominio dell' uomo, in quanto egli diventi capace di rinunciare ad un piacere se esso dev' essere fonte di affanno, e di accettare un dolore (sacrificio) che sia apportatore di bene.

C'è un calcolo utilitario da fare sempre; ma lo si deve applicare specialmente ai desideri e ai bisogni, distinguendo quelli naturali e necessari, che sono facili ad applicarsi, dagli altri di cui è facile al saggio dissipar l' impulso.

La natura, che non chiede se non rimozione del dolore e serenità, insegna al saggio di moderare i desideri e a bastare a sé stesso: meno bisogni, meno affanni e più letizia nel godimento dei piaceri facilmente conseguibili e nella contemplazione mentale dei beni già goduti che, avvinti al ricordo, sono possesso non più soggetto a perdita.

 

IL PIACERE SPIRITUALE.

Il piacere spirituale, sempre a nostra disposizione, può così compensare e coprire ogni sofferenza fisica; e sopratutto quando è più puro e nasce dalla contemplazione della verità, che fa assorgere noi mortali allo infinito e all' eterno. Perciò il vecchio può essere più felice e invidiabile del giovane; e il saggio sa e vuole più largire che ricevere; ciò che implica il concetto - reso più tardi esplicito dai mistici - che il bene spirituale largito non si perde, ma s' accresce nella soddisfazione del godimento comune.

 

LE VIRTU'

La prudenza, madre della felicità, è in tal modo anche madre della virtù: di una virtù che è capace di ampliare l' orizzonte dell' individuo comprendendo anche gli altri nella cerchia del suo fine.

Non soltanto per quanto riguarda i rapporti di giustizia nati dal contratto sociale per la reciproca utilità degli uomini, bisognosi della società e della pace per la protezione e il perfezionamento della loro vita; ma ancor più per i rapporti di amicizia nati essi pure dall' utilità, ma tramutatisi in simpatia sincera e in capacità di altruismo e di sacrificio; l' amicizia è la cosa più grande che la saggezza offra alla felicità della vita.

 

DALL' INDIVIDUALISMO ALL' UNIVERSALISMO

Certamente con ciò si resta solo nell' ambito dei rapporti individuali, escludendo Epicuro ogni interesse attivo della virtù dello Stato, e predicando il saggio la vita appartata come condizione di serenità.

Ma il vincolo che unisce l' uomo all' uomo è affermato, oltre che nell' amicizia disinteressata e pronta al sacrificio, anche nella concezione dello spettatore e giudice interno, che ognuno deve foggiarsi sul tipo di qualche persona che più stimi, per vivere come se egli ci guardasse, e operare come se egli ci vedesse.

Ciò esclude che, anche nella ipotesi di una sicura impunità, il saggio possa commettere ingiustizia, che sarebbe turbamento della sua coscienza, ossia infelicità.

La coscienza morale, che già Democrito aveva indicato come il giudice inflessibile che l' uomo, anche quando è solo, deve sempre avere in sé, diventa così con Epicuro presenza continua e vigile dell' altro nell' io: dell' altro che è un modello che l' Io crea a sé medesimo, ma che per ciò appunto esprime l' esigenza interiore di un riferimento continuo agli altri uomini, e di una norma superiore alla propria individualità.

Per essa l' etica epicurea tende a innalzarsi dallo individualismo verso l' universalismo.

 

TRADUZIONI DA EPICURO E LUCREZIO

 

1.  La filosofia e la felicità.

     Nell' amore di retta filosofia si dissolve ogni molesto e inquieto desiderio (frammento 457 in Usener).

 

1a.  Nessuno indugi a filosofare da giovane, ne' se ne stanchi da vecchio: ché nessuno è mai immaturo, o troppo maturo per conquistar la salute dell' anima.

E chi dica che l' ora del filosofare non è venuta ancora, o è passata, somiglia a chi dice che non è giunta ancora, o non è ormai più l' ora di esser felice (Epicuro, Epistola a Meneceo, 122).

 

1a.  Non per finta filosofare, ma filosofar per davvero è necessario; perché non di sembrar sani, ma di vera salute abbiamo bisogno (di Epicuro,  Sentenze vaticane 54. in Bignone 158).

 

1b.   Devi servire la filosofia per raggiungere la vera libertà (di Epic. fr. 199 in Usener).

 

2.  L' azione liberatrice della conoscenza.

     Nessun altro fine deriva dalla conoscenza, che la tranquillità e la fiducia sicura. Che non già di irragionevolezza o di vane opinioni ha bisogno la nostra vita, ma di tenerci liberi dai turbamenti (Epic. Epistola a Pitocle, 85, 87).

 

2a.  Come infatti, nulla giova la medicina se non libera dai mali del corpo, così anche la filosofia se non libera dalle passioni dell' anima (dal fr. 121 Usen.).

 

2b.   Se non ci turbasse il pensiero delle cose celesti, e quello che la morte sia qualcosa per noi, e il non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno delle scienze della natura.

Non può scioglier la paura per ciò che ci sta più a cuore chi non sappia qual' è la natura del tutto e stia coll' ansia delle favole mitiche. Sicché non si può senza la scienza della natura godere piaceri schietti (Epic. Massime capitali, 11, 12).

 

2c. Le conoscenze liberatrici: il quadrifarmaco. La felicità sta nel liberarsi da questi errori (Epistola a Erodoto, 82).

 

2d. a) Nessun timore degli dèi. Anzitutto considerando la divinità incorruttibile e beata...non attribuendo nulla di incompatibile con la immortalità e contrario alla beatitudine (Epistola a Meneceo, 123).

 

2e.  Non s' accordano infatti con la beatitudine, faccende, cure, ire, benevolenze (Epistola a Erodoto 77).

 

2f.  L' essere beato e immortale non ha per sé, ne' porta ad altri molestie, ne è posseduto da ire e benevolenze, che tal cosa siffatta è del debole (Mass. cap. 1.).

 

2g.  b)  Nessun timore della morte. Avezzati a pensare che nulla è per noi la morte: perché ogni bene e male sta nel senso. La morte è privazione del senso. Il più orrendo dei mali, dunque la morte, è nulla per noi: poiché quando noi esistiamo la morte non c'è; e quando la morte c'è, allora non esistiamo noi...

Sicché è sciocco chi dice di temer la morte, non perché sopraggiunta gli dorrà, ma perché prevista gli duole; giacché ciò che - presente - non turba, vanamente ci duole nell' attesa. (Ep. a Men. 124-5).

 

2h.  c)  Il limite dei beni è facile a riempire e a procurarsi (Men. 133).

2i.  Limite della grandezza dei piaceri è la detrazione di ogni dolore. e dove sia il piacere, fin tanto che c'è, non c'è dolore del corpo e dell' animo, o d' entrambi. (Mass, cap. 3).

 

2j.  d)  Il limite dei mali ha brevi le durate o i dolori (Ep. a Men. 133).

2k.  Non dura continuo il dolore del corpo; ma il massimo dura per minimo tempo, e quello che appena supera il piacere della carne non vi rimane molti giorni. E le lunghe malattie han poi abbondante il piacere, che il dolore del corpo (Ep. Mass. Cap. 4).

NOTA. La quantità di dolore che l' uomo si trova a dover affrontare ha anch' essa un limite preciso che non può mai essere eccessivo; vi è, infatti, come una legge di proporzione inversa tra intensità e durata, per cui i dolori più intensi durano pochissimo, mentre quelli che durano relativamente a lungo si fanno tanto poco intensi da non differir quasi dal piacere; e si ricordi che, per Epicuro, non vi è alcuno stadio intermedio tra il piacere e il dolore (l' indifferente, quel che ne' piace ne' duole), per cui, dove l' uno finisce l' altro incomincia. Quando il dolore sia assai intenso non può durare perché porta alla perdita dei sensi o addirittura alla morte.

 

3.  L' autonomia del saggio.

L' essenziale per la nostra felicità è la nostra condizione intima, di cui siamo padroni noi. (fr. 109, Bignone, d'incerta sede).

NOTA. Motivo comune a tutta la speculazione etica greca è questo dell' autarchia, per il quale la felicità è identificata con una disposizione interna [intima] dell' anima.

 

LA  CANONICA

 

1. Il criterio della verità.

Gli ...epicurei chiamano canonica la scienza del criterio, del principio e degli elementi. E' nel Canone dice Epicuro, che son criteri del vero le sensazioni, le prenozioni e gli affetti.

NOTA. Canone indica in origine il regolo di cui si servivano i muratori, e perciò Epicuro chiama Canonica la prima parte della filosofia, il cui compito è quello di fornire gli strumenti con i quali l' uomo possa conseguire la verità.

Le nozioni nascono tutte dalle sensazioni... Ne' c'è nulla che possa confutarle, ne'  infatti la sensazione omogenea confuta l' omogenea, ne' l' eterogenea l' eterogenea, non essendo giudici delle stesse cose; ne' una ne confuta un' altra, perché a tutte ci atteniamo, ne' la ragione, ché ogni ragione dipende dai sensi (Diogene Laerzio, X, 31-32).

 

1a  Se a tutte le sensazioni tu contrasti, non avrai più a che criterio far richiamo per giudicare quelle di loro che dici fallaci (Mass. cap. 23).

 

1b.  La possibilità dell' errore non è nella percezione, ma nel giudizio. La fallacia, o l'errore, è sempre nell' aggiunta dell' opinione (Epistola a Erod. 50),

NOTA. Ad es. , una osservazione visiva non può essere confutata da un' altra osservazione pure visiva perché ovviamente, in questo caso le due sensazioni, se sono diverse, apparterranno a due osservatori diversi, o a due momenti diversi dello stesso osservatore.

Epicuro vuol dire che, quando si abbandoni il criterio della sensazione non si può sostituirlo con nessun altro, e non rimane altra soluzione che il più assoluto scetticismo. [Sensazione soggettiva].

La sensazione, come sappiamo, è sempre vera; la possibilità dell'errore è sempre nella interpretazione che la ragione dà delle sensazioni, e cioé nella dòxa, nella credenza, che è sempre un giudizio.

 

1c.   Non ci sarebbe errore se non concepissimo anche un altro moto in noi stessi, congiunto sì con quello dei simulacri, ma avente distinzione. Per questo, se non confermato o smentito, nasce l'errore; se invece confermato e non smentito, la verità.

E tale opinione bisogna tenere per non distruggere i criteri dell' evidenza, ne' confondere l' erroneo col certo (Ep. a Erod. 51-52).

 

2.  Le prenozioni (prolessi).

Dichiarano la prenozione come una comprensione o retta opinione, o concetto, o nozione universale insita in noi, ossia memoria di ciò che ci è apparso spesso fuori di noi; per esempio dicendo: "l' uomo biondo" [senza vederlo] nel dir "biondo", infatti, per prenozione se ne pensa il tipo in conformità delle sensazioni già avute.

E non potremmo cercare quel che cerchiamo se non lo conoscessimo già; per esempio chiedendo: "Quello laggiù, è un cavallo o un bue?" Bisogna già conoscere, per prenozione, la forma del cavallo e quella del bue.

Le prenozioni dunque, sono per sé evidenti. (Diog. L. X, 33).

 

3.  Le opinioni, le previsioni e l' attesa della conferma, l' induzione e il passaggio dei fenomeni (segni) alla causa occulta.

Anche l' opinabile dipende da una evidenza anteriore, riferendoci alla quale diciamo, per esempio: onde sappiamo che questo è un suino?

L' opinione chiamano anche presunzione, e dicono che può essere vera o falsa. Ché se è confermata e non smentita, la testimonianza è vera, Se non confermata, o smentita, è falsa.

Onde fu introdotta la espressione "ciò che attende" (la verifica). Per esempio: attendere ad avvicinarsi alla torre, per apprendere come appare da vicino.

 

3a.  Attenendoci bene ai fenomeni si possono, per induzione, opinare ciò che ci sfugge (Ep. Epistola a Pitocle. 104), purché si sappia dal ragionamento trar conclusioni per accordo con i fenomeni (a Pit. 112).

 

3b. La sensazione deve esserci fondamento per procedere ragionando all' induzione delle verità che non cadono sotto i sensi (a Erod. 39).

E' vero tanto ciò che vediamo con gli occhi quanto ciò che cogliamo con l' intuizione mentale [salvo verifica] (ibid. 62).

 

4.  Possibilità di spiegazioni naturalistiche molteplici. esclusioni del sopranaturale.

Non si porti in campo per ciò, mai la natura divina; ma la si conservi immune da ogni ufficio e in tutta beatitudine (Ep. a Pit. 97).

 

4a. Sopra tali oggetti, tenendo le parti del possibile, si sappia ricondurre ognuna di queste spiegazioni all' accordo coi fenomeni (ibid. 93).

 

4b. Si abbia sempre in memoria il metodo della molteplicità di spiegazioni possibili (ibid. 95).

 

4c. Chi invece ne ammette una sola,  contrasta coi fenomeni e manca di esaminare quanto è possibile all' osservatore (ibid. 98).

 

4d.  Si acquista dunque tranquillità su tutti i problemi risolti col metodo della molteplicità (delle cause possibili) in accordo coi fenomeni, quando si lascino sussistere doverosamente le spiegazioni sufficienti.

Quando invece si ammetta una o si escluda l'altra, ugualmente consona al fenomeno, è evidente che si esce da ogni ricerca naturalistica e si scivola nel mito (ibid. 98).

 

LA  FISICA

 

1.  Principio fondamentale: niente viene dal nulla o si riduce al nulla.

Anzitutto, niente viene dal nulla: perché ogni cosa nascerebbe da ogni altra cosa, senza bisogno di semi. E se si dissolvesse nel nulla ciò che scompare, tutte le cose sarebbero distrutte, annullandosi le parti in cui si scomponevano.

E certo anche il tutto è certo quale ora è, e sempre così sarà: ché nulla c'è in cui possa mutarsi; oltre il tutto, infatti, non c'è nulla  che, penetrando in esso, ne produca il cambiamento (a Erod., 38-39).

NOTA. In questo, che è il principio fondamentale della fisica epicurea, maggiormente risulta evidente la discendenza (eleatica) dell' atomismo; tra l' essere e il non essere non è possibile nessun passaggio, ne' in un senso, ne' nell'altro, donde la assoluta immutabilità del Tutto, e cioè la sostanza della somma totale della materia. Ne viene una concezione rigidamente quantitativa (ma non matematica) nella quale tutti i mutamenti possibili, compreso il formarsi e il dissolversi dei mondi vengono riportati a spostamenti di atomi nello spazio vuoto.

 

2.  La realtà: corpi e spazio.

E certo anche il tutto dei corpi è spazio: che i corpi, infatti esistano, attesta in tutti i casi la sensazione secondo la quale (come ho detto) si deve argomentare col ragionamento su ciò che non appare ai sensi.

E se non ci fosse lo spazio che chiamiamo vuoto, e luogo e natura impalpabile, non avrebbero i corpi dove stare, ne' per dove muoversi.

Oltre questi, null' altro può pensarsi... di quanto accogliamo nella serie intera delle sostanze e non (consideriamo) come ciò che diciamo affezioni o accidenti di queste. (a Erod. 39-40).

NOTA.  Il vuoto è dunque concepito da Epicuro non come semplice estensione geometrica, ma come una effettiva esistenza (come una "natura", come realtà in sè esistente) la cui caratteristica essenziale è però, a differenza del corpo, quella di non offrire resistenza alcuna, e perciò di non poter essere toccato (sentito al tatto).

 

3.  I corpi indivisibili (atomi): necessità del limite alla divisibilità.

Dei corpi, gli uni sono aggregati, gli altri elementi degli aggregati, e questi sono indivisibili (atomi) e immutabili, se non deve tutto dissolversi nel nulla, ma è forza che qualcosa sussista nella dissoluzione degli aggregati, e son compatti di natura, non avendo dove o come dissolversi. Così che i principii bisogna che siano indivisibili sostanze corporee (a Erod. 41).

NOTA. Il carattere fondamentale dell' atomo è il suo essere del tutto compatto, privo di spazi vuoti all' interno. Deriva di qui la sua indivisibilità (e quindi la sua incorruttibilità), per cui ogni processo di divisione, sia naturale che artificiale, è sempre concepito come una separazione di atomi lungo linee di vuoto. La indivisibilità dell' atomo poggia dunque su di una ragione geometrica (la sua estrema piccolezza), ma non su una ragione fisica, tanto è vero che, come vedremo, gli atomi non hanno tutti la stessa grandezza, ma grandezze varie.

 

4.  Varietà delle forme atomiche: qualità permanenti (prime) e mutevoli (seconde).

Inoltre gli atomi... hanno inconcepibile varietà di forme; ché non potrebbero nascere tante varietà da limitate forme loro. E per ogni forma, assolutamente infiniti sono i simili, mentre le varietà non sono assolutamente infinite, ma solo inconcepibili (a Erod. 42).

 

4a.  Si deve credere che gli atomi non tengano nessuna delle qualità fenomeniche, tranne forma, peso, grandezza e quante siano necessariamente congenite alla forma.

Perché ogni qualità muta; ma gli atomi non mutano, poiché bisogna che nel dissolvimento degli aggregati resti alcunché di solido indissolubile, che faccia compier le mutazioni non nel nulla o dal nulla, ma per trasposizione...

Bastan dunque questi permanenti a produrre le varietà degli aggregati (ibid., 54-55).

 

5.  Infinità degli atomi e dello spazio.

E il tutto è infinito: giacché il finito ha un estremo; e l' estremo si considera rispetto ad un altro; sicché non avendo estremo non ha limite, e non avendo limite è infinito e non limitato.

Inoltre anche per moltitudine dei corpi e per la grandezza del vuoto, è infinito il tutto. Ché, se fosse infinito il vuoto e limitati i corpi, non resterebbero essi in alcun luogo, ma sarebbero portati a disperdersi per il vuoto infinito, non avendo sostegni, ne' fermate di contraccolpi. E se fosse limitato il vuoto, non avrebbero ove stare i corpi infiniti (a Erod., 41-42).

 

5a.  E inoltre, se anche si assegni un fine a tutto lo spazio esistente, se poi uno si avanzi sino all' ultimo ai confini estremi e scagli una freccia volante, quale delle due possibilità scegli: che lanciato con valide forze vada dove sia stato inviato e voli lontano, o credi che qualcosa possa impedirglielo e fargli ostacolo? Una delle due bisogna bene che tu dichiari ed assuma.

Ma ognuna delle due ti preclude una via d' uscita e ti costringe a concedere che l' universo sta spalancato senza fine.

Poiché, sia nel caso che ci sia qualcosa che gli vieti e impedisca di andare dov'è inviato e di collocarsi al bersaglio finale, sia che trasvoli fuori, non sarà più l' estremo limite quello da cui è scagliato. In questo modo io seguiterò, e dovunque collocherò l' estremo limite, tornerò a chiederti che accadrà finalmente della freccia.

Accadrà che in nessun punto possa fissarsi il termine, e che si aprirà sempre largo scampo alla fuga ulteriore (Lucrezio, De rerum natura, I. 968 sgg.).

NOTA Se la freccia viene scagliata dal presunto limite estremo dell' universo, sia che voli sin dove la porti l' impulso impressole, sia che si arresti per aver incontrato un ostacolo, sempre consegue che il punto dal quale la freccia è stata scagliata non era il limite dell' universo, perché altro spazio, vuoto o pieno, si estende al di là.

E' facile riconoscere qui una variante dell' argomento di Archita pitagorico a sostegno dell' infinito.

 

6.  Il moto esterno, gli urti ed aggruppamenti degli atomi.

Sono in moto continuo gli atomi, eternamente; e gli uni si allontanano gran tratto fra loro, gli altri mantengono la loro vibrazione quando nel declinare incontrano un intreccio e sono avvolti da atomi intrecciati.

Poiché la natura del vuoto, che divide ognuno d' essi, produce questo non essendo capace di far resistenza; e la solidità loro propria produce per il cozzo di rimbalzo, fintanto che l' intreccio non dia l' annullamento degli effetti del cozzo. E non c'é principio di ciò, essendo eterni gli atomi e il vuoto. (Ep. a Erod. 43-44).

 

6a.  Pensa Epicuro che quei corpi indivisibili e solidi siano di peso trascinati in caduta rettilinea, e questo sia il moto naturale di tutti i corpi. (Cicerone, de finibus bonorum et malorum I, 6, 18).

 

6b. E inoltre bisogna che siano equiveloci gli atomi quando si muovono nel vuoto senza urtare in nulla, ne' infatti i pesanti si muoveranno più velocemente dei piccoli e leggeri (Ep. a Erod. 6).

 

6c.  Quindi quell' uomo acuto, obiettando che se tutti fossero tratti giù come ho detto, in moto rettilineo, non accadrebbe mai che un atomo potesse toccarne un altro...introduce una novità, e disse che l' atomo può deviare di una quantità minima, di cui non si dà la minore; e così si fanno aggregati ed unioni, e adesioni di atomi da cui nascono i mondi. (Cicer. l. c.).

 

6d.  Infine, se ogni moto si collega, e il nuovo nasce sempre dal vecchio in ordine fisso, ne' gli elementi primi generano, sul deviare un principio di movimento che spezzi le leggi del fato, sicché non segua senza fine la causa della causa, onde vien agli animali questo potere libero, onde (dico) questo potere avulso dai fati, per cui andiamo ognuno dove ci conduce la propria volontà? (Lucr. De rer.nat. II, 252).

 

6e.  Sicché bisogna riconoscere che anche negli elementi primi  ci sia un' altra causa di moto, oltre gli urti e il peso, onde a noi viene questo potere innato: giacché vediamo che  niente può nascere dal nulla. (Lucrezio, idib. 283).

 

7.  I mondi infiniti: nascita e morte loro.

Inoltre sono infiniti i mondi, sia simili a questo, sia dissimili. Giacché gli atomi, essendo infiniti come si è già mostrato, sono portati nei più lontani spazi.

Non si esauriscono infatti gli atomi, da cui può sorgere o formarsi un mondo, ne' in uno ne' in limitato numero di mondi, sian simili, sian diversi... Sicché nulla impedisce la infinità dei mondi (Ep. a Erod. 45).

E bisogna credere che nascano dall' infinito i mondi ed ogni aggregato finito... e che di nuovo tutti si dissolvano, quale più rapidamente, quale più lentamente, subendo l' uno queste, l' altro quelle azioni  (ibid. 73).

 

7a.  L' ordine cosmico è prodotto meccanico e non disegno teleologico: la sopravvivenza dei più adatti. Ché certo non a disegno i principii delle cose si collocarono, ciascuno nel suo ordine, con mente sagace, ne' certo fissarono quali moti ciascuno avesse a fare, ma perché i molti principii delle cose, in molti modi già da infinito tempo  percossi da urti e mossi dal proprio peso, sogliono trasportarsi, e in tutti i modi accozzarsi e tentare tutte le forme, quali che possano, congiunti fra loro, creare; perciò accade che nel gran corso dei tempi diffusi, sperimentando ogni genere, riunione e modo, alla fine s' adunino quelle cose che, messe subito in moto, diventan spesso inizi di grandi cose, e della terra, e del mare, e del cielo, e del genere degli animali (Lucr. Ibid. V, 419-431).

 

8.  L' anima corporea e il suo legame col corpo.

L' anima è corporea, composta di particelle sottili, diffusa per tutto il complesso, assai simile a un soffio avente mescolanza di calore, e simile un po' all' uno, un po' all' altro, e in parte assumendo gran differenza anche da essi per la sottigliezza delle particelle, e per questa parte più consenziente anche al resto dell' organismo.

Tutto ciò dimostra le facoltà dell' anima, e gli affetti, e i facili moti, e le intellezioni, e ciò di cui privati, moriamo.

E certo bisogna ammettere che l' anima abbia in sé la causa principale della sensazione, ne' certo l' assumerebbe se non fosse in qualche modo contenuta nel resto dell' organismo. [L' anima, secondo Epicuro (e non solo) è ciò che rende vivo e sensibile l' ammasso di sangue e carne, altrimenti chiamato corpo].

E il resto dell' organismo, avendole preparata questa capacità causativa, partecipa anch' esso, per mezzo di lei, a tal condizione; non peraltro di tutte quelle condizioni ch' essa acquista; perciò, staccandosene l'anima, il corpo non ha più la sensibilità.

Giacché non aveva esso in sé tale facoltà, ma la preparava all' altra, nata insieme con lui, la quale poi, per la facoltà sviluppatasi in lei per mezzo del moto, subito svolgendo per sé la condizione della sensibilità, ne dava parte anche ad esso corpo, per contatto e consentimento, come ho detto.

Per ciò anche l' anima, finché sia inerente al corpo, non perde mai la sensibilità, pur staccandosi qualche altra parte;... invece il resto dell' organismo, pur restando tutto o in parte, non ha più sensibilità se essa se ne stacca.

E inoltre ancora, dissolvendosi detto organismo, l' anima si dissipa, e non ha più le stesse facoltà, ne' si muove, sicché non ha più sensibilità. (Ep. a Erod. 63-65).

 

L'  ETICA

 

1. Il piacere primo bene, e criterio di valutazione.

Diciamo il piacere principio e fine del viver felice. Sappiamo infatti che è il bene primo e congenito, e da esso cominciamo ogni scelta e avversione, e ad esso facciamo capo valutando ogni bene col criterio dell' effetto che ne risentiamo (Ep. a Men. 129).

 

1a.  Piacere e dolore sono le due affezioni che si ritrovano in ogni animale; l' una favorevole, l' altra contraria, criterio della scelta e dell' avversione (Diogene Laerzio X, 34).

 

2.  Sommo bene la serenità indipendente dalle circostanze estranee.

L'essenziale per la felicità è la nostra condizione intima, di cui siamo padroni noi... Perché dunque ambiremo ansiosamente ciò che è in arbitrio altrui? (dal frammento 109, Bignone).

 

2a.  Felicità e beatitudine non le hanno in sé la quantità di ricchezze, ne' la massa di cose, ne' alcuna carica o potenza, ma l' assenza di dolore, ma mitezza d' affetti e la disposizione di spirito che si tenga nei limiti voluti dalla natura (dal frammento 548 Usen.).

 

3.  Il piacere in riposo, contro il piacere in moto dei cirenaici.

L' assenza di turbamento (atarassia) e di dolore (aponia) sono piaceri stabili; il gaudio e la gioia appaiono in movimento per la loro vivacità (fr. 2 Usen.).

 

3a.  Quando dunque diciamo che il piacere è fine, non vogliamo dire i piaceri degli intemperanti e posti nel godimento, come vogliono certi ignoranti, o dissenzienti, o fraintendenti, ma il non soffrir nel corpo ne' esser turbati nell'anima (Ep. a Men. 131).

 

3b.  Ciò che produce letizia insuperabile è l' immediato sparire di un gran dolore; e questa è l' essenza del bene, se si intenda rettamente, e poi ci si tenga fermi e non si giri vagamente cianciando del bene (frammento 423, Usen.).

 

4.  Dall' edonismo all' utilitarismo, il calcolo e la misura dei piaceri.

E poiché questo (il piacere) è il primo bene e connaturato, per ciò che, non scegliamo qualsiasi piacere, ma si dà il caso che passiamo oltre a molti piaceri quando ne derivi a noi incomodo maggiore; e molti dolori preferiamo ai piaceri, quando ne consegua maggior piacere a noi dopo avere a lungo sopportato i dolori.

Ciascun piacere dunque ha per natura un proprio bene, ma non ciascuno è da scegliersi; come anche nessun dolore ha un male, ma non ciascuno sempre è da fuggirsi.

Secondo la misura e il criterio degli utili e dei danni, dunque convien valutare tutte queste cose; ché a seconda dei momenti il bene ci riesce male, e il male invece bene (Ep. a Men. 129-130).

 

5.  Il calcolo preventivo applicato ai desideri.

Usa verso ogni desiderio questa interrogazione: che mi avverrà se si compia ciò che vuole il mio desiderio? E che cosa se non si compia? (Sent. vat., 71 Bignone).

 

6.  Classificazione dei desideri.

Dei desideri, alcuni sono naturali e necessari; altri naturali e non necessari, ma nati da vana opinione (Mass. cap. 29).

 

6a.  Quelli dei desideri che non apportan dolore, se non appagati, non sono necessari, ma han facile a dissipare l' impulso quando ne sia difficile l' appagamento o appaiano generatori di danno (ibid. 26).

 

6b.  Nascono da vana opinione e non per lor propria natura, ma per vana opinione dell' uomo non riescono a dissiparsi (ibid. 30).

 

 6c.  I bisogni del corpo e la loro naturalità e necessità.

Non creder innaturale che, gridando la carne, l' anima echeggi.

La voce della carne dice: non soffrir la fame, non la sete, non il freddo. E questo è difficile all' anima avversare; anzi, è pericoloso per lei non ascoltar la prescrizione della natura in causa dell' esigenza, a lei sempre congenita, di bastare a sé stessa (fr. 200 Usen.).

 

6d.  I piaceri corporei son gli elementi formativi del bene.

E non so davvero concepir quel bene, se sopprimo quei piaceri che si percepiscono col gusto, e sopprimo quelli di Venere, e sopprimo quelli dell' udito e dei canti, e sopprimo quei soavi moti che dalle forme traggono gli occhi, o quali altri piaceri nascan in qualsivoglia senso in tutto l' uomo.

Non è vero che la letizia spirituale sola stia nell' ordine dei beni; perché anche la mente so che si allieta così: nella speranza di quanto ho detto sopra, nel cui godimento la natura possa restare esente dal dolore (frammento 67 Usen.).

 

7.  La natura non chiede che rimozione  del dolore e serenità spirituale.

In quanto ti angusti, ti dimentichi della natura angustiandoti: da te stesso ti imponi infiniti timori e desideri (frammento 203 Usen.).

 

7a.  Non vedi che null' altro per sé domanda la natura, se non che il dolore se ne vada lungi dal corpo, e la mente goda sentimento giocondo, rimossa ogni preoccupazione e paura? (Lucrezio. De rer. nat., II, 17).

 

8.  Norma di natura: bastare a sé stesso - moderare i desideri.

Chi dunque segue la natura e non le vane opinioni, in ogni caso basta a sé stesso, ché per  ciò che basta a natura ogni acquisto è ricchezza, ma per infinità dei desideri, anche la maggior ricchezza è povertà (frammento 202 Usen.).

 

8a.  Il bastar a noi stessi crediamo un gran bene, non al fine di aver sempre poco, ma di contentarci del poco se non abbiamo di molto, persuasi legittimamente che godan dell' abbondanza nel modo più dolce quelli che meno ne han bisogno, e che è facile tutto ciò che vuol natura, difficile ciò che è vano (Ep. a Men., 30).

 

8b.  Se vuoi far ricco Pitocle non aggiungergli ricchezze, ma togligli desideri (fr.135 Usen.).

 

8c.  Son pieno di piacere corporeo quando sto ad acqua e pane e sputo sui piaceri della sontuosità, non per sé stessi, ma per gli incomodi che li accompagnano (fr. 181 Usen.)

 

8d.  Colui cui non basta il poco, a costui nulla basta. (fr. 473 Usen.).

 

8e.  Se a uno non par vastissimo il suo, anche se padrone di tutto il mondo, è pur misero (fr. 474 Usen.).

 

8f.  Giacché nessuno degli stolti si contenta di ciò che ha, ma più si affligge di ciò che non ha. Come i febbricitanti dunque, per la malignità del male, han sempre sete... così i malati nell' anima mancan sempre di tutto e sono spinti ai più vari desideri dall' avidità (fr. 471 Usen.).

 

9.  Il godimento sereno, senz' ansia del futuro e col ricordo dei beni a conforto dei mali presenti.

Non corrompere il bene presente col desiderio di quello che ti manca, ma considera che anche questo che ora possiedi era nei tuoi voti (Sent. vat. 35, Bignone).

 

9a.  Chi meno sente il bisogno del domani, più lievemente si avvia al domani (fr. 490 Usen.).

 

9b.  La vita dello stolto è ingrata e in trepidazione, tutta protesa al futuro (fr. 491 Usen.)

 

9c.  Ricordiamoci che il futuro non è nostro, ne' del tutto non nostro, per non aver ne' da aspettarcelo come se fosse per venire, ne' a disperarne come se non avesse a venire affatto (Ep. a Men. 127).

 

9d  Medica le sventure con riconoscente memoria del bene perduto, e considerando che non si può fare che non sia ciò che avvenne (Sent. vat. 55 Bignone).

 

10.  La prudenza: felicità e virtù.

Non conviti e feste continue, né possesso di donne, ne' di pesci, ne' d' altre cose quante ne porta una sontuosa tavola, ma saggio raziocinio che cerchi le cause d' ogni scelta e ripudio, e scacci le opinioni, da cui massimo turbamento viene a impadronirsi degli animi.

Di tutte queste cose il principio e massimo bene è la prudenza. Per ciò anche, più preziosa della filosofia è la prudenza, da cui nascono tutte le altre virtù, che c' insegna non esserci dolcezza di vita senza saggezza, bellezza e giustizia, ne' saggezza, bellezza e giustizia senza dolcezza (Ep. a Men. 132).

 

11.  La giustizia e il diritto naturale: origine del contratto sociale, norma dell' utile.

Non ha esistenza per sé stessa la giustizia, ma nei reciproci rapporti, sempre, in qualsivoglia luogo ove non esistesse un patto di non apportare ne' subir danno (Mass. cap. 33).

 

11a.  Fra gli animali che non poterono far patti per apportare ne' subir danni, non si dà giusto, ne' ingiusto; e così fra i popoli che non poterono e non vollero far patti per non danneggiare e non essere danneggiati (ibid. 32).

 

11b.  Il diritto di natura è patto di mutuo vantaggio di non farsi reciprocamente danno, ne' subirlo (ibid. 31).

 

11c.  Identità formale e varietà di contenuto del giusto e del diritto, secondo l' utile sociale.

Nell' essenza comune il giusto è lo stesso per tutti, poiché è un che di utile nella reciproca convivenza; ma secondo la particolarità di luoghi e di cause, quante ne siano, accade che non per tutti sia lo stesso il diritto (Mass. cap. 36).

 

11d.  Delle norme prescritte come giuste, ciò che è attestato utile nei bisogni della reciproca convivenza ha il carattere del giusto, sia che risulti uguale per tutti i casi, o no. Se invece si ponga una legge e non risulti conforme all' utile della reciproca convivenza, questo non ha più natura del giusto.

E se venga a cadere l' utilità conforme al diritto, ma per alcun tempo ci sia stata, in accordo con quella prenozione, per tale tempo non fu essa meno giusta per chi non si turbi con vane voci, ma guardi alla realtà (ibid. 37).

 

11c.  Quando invece, senza che intervengan mutamenti delle condizioni precedenti, appaia che le norme, prescritte come giuste per quelle date azioni, non sono in accordo con la prenozione del giusto, esse non sono giuste. E quando, intervenuti mutamenti delle condizioni, non giovin più le stesse norme prescritte come giuste, in tal caso eran giuste allora, quando giovavano alla reciproca convenienza dei concittadini.

Dopo, quando non giovaron più, non furono più giuste (ibid. 38).

 

11d.  Il sapiente, le leggi e la vita pubblica.

Le leggi stanno per i sapienti, non ad impedir che compiano, ma che ricevano ingiustizia (fr. 530 Usen.).

 

11e. Il sapiente non entrerà nella vita pubblica se non ne sopraggiunga una causa (fr. 9 Usen.).

 

11f.   Vivi ignorato (fr. 551 Usen.).

 

12.  La sanzione intrinseca della condotta giusta e dell' ingiusta. - Il sapiente e l' onestà.

Nulla da te si compia nella tua vita che ti rechi timore se conosciuto dai vicini (Sent. vat. Bignone).

 

12a.  Massimo frutto di giustizia è la serenità spirituale (fr. 519 Usen.).

 

12b.  Il giusto è quanto mai sereno, l' ingiusto pieno del più gran turbamento (Mass. cap. 17).

 

12c.  Non è possibile che chi nascostamente violi alcuno dei patti reciproci di non fare e ricevere danno, confidi che rimarrà nascosto, anche se tale resti infinite volte al presente. E' incerto infatti se rimarrà nascosto fino alla morte (ibid., 35).

 

12d.  Anche se nessuno sia presente, chi abbia raggiunto la fine della specie umana (la sapienza) sarà ugualmente onesto (fr. 533 Usen.).

 

13.  L'amicizia, origine dell' utile - passaggio all' altruismo e al sacrificio.

Di quante cose la saggezza ci offre per la felicità di tutta la vita, di gran lunga la più grande è l' acquisto dell' amicizia (Mass. cap., 27).

 

13a.  Ogni amicizia è, per sé medesima, desiderabile, ma s' iniziò dall' utile (Sent. vat. 23 Bignone).

 

13b,  Non tanto ci occorre aiuto dagli amici, quanto confidare nel loro aiuto (ibid. 34 Bignone).

 

13c.  Amico non è chi cerca sempre l' utile, ne' chi mai lo congiunge all' amicizia; perché l' uno traffica il ricambio al benefizio, l' altro decide la fiduciosa speranza per l' avvenire (ibid. 39 Bignone).

 

13d.  Verso l' amicizia non si pregino ne' i faciloni, ne' i restii, poiché per l' amicizia devesi pur affrontare il bel pericolo (ibid. 28, Bignone).

 

13e.  Non più soffre il saggio posto alla tortura, che se vi sia posto l' amico (e per lui è pronto a morire perché, se tradirà l' amico, tutta la sua vita, per l' inquietudine, sarà sconvolta e sovvertita (ibid. 56-57 Bignone).

 

14.  L'uomo autore del suo valore morale: la norma dell' ipotetico spettatore e giudice della nostra condotta.

Non la natura, unica per tutti gli esseri, fece gli uomini nobili, od ignobili, ma le azioni loro e le disposizioni spirituali (fr. 18 di Diogene di Enoanda, Bignone, p. 190).

 

14a.  Dobbiamo prediligere un qualche uomo buono e sempre averlo dinanzi agli occhi, per vivere così come se egli ci guardasse, e per far tutto come se egli ci vedesse (fr. 210 Usen.).

 

15.  Superiorità del bene spirituale: la conoscenza dell' eterno e la magnanimità del saggio.

Non il giovane devesi stimar felice e invidiabile, ma il vecchio che visse una vita bella; perché il giovane, al culmine del suo fiore, è volubile ludibrio della fortuna; il vecchio invece, alla vecchiezza come a sicuro porto approdò, e quei beni che prima ansioso, e dubitosamente ha sperati, ora tiene in sé avvinti in saldo riconoscente ricordo (Sent. vat. 17, Bignone).

 

15a.  Ricordati che sei nato a sorte mortale ed a finito tempo di vita; per l' indagine della natura assurgesti all' infinito e all' eterno, e contemplasti " quello che è ora, e sarà e fu nel tempo trascorso" (ibid. 10, Bignone).

 

15b.  Ti ho scritto nel giorno felice e pur supremo della vita. Tanto grandi erano i dolori della vescica e dei visceri, che nulla poteva aggiungersi alla loro violenza; tuttavia nulla li ricompensava la letizia spirituale che ritraevo al ricordo dei nostri ragionamenti e delle nostre scoperte (Epicuro, Epistola a Ermarco, fr. 122, Usen.).

 

15c.  Venuto al paragone rispetto alle necessità della vita, il saggio sa più largire che ricevere, tanto tesoro d' intima sicurtà e indipendenza dai desideri in sé possiede (Sent. vat. 44, Bignone).

 

15d.  Egli preferisce la saggezza sfortunata alla dissennatezza fortunata, pure stimando meglio di tutto che nelle azioni il saggio giudizio sia reso prospero dalla fortuna. (Ep. a Men., 135).

 

16.  Più dolce fare il bene che riceverlo.

Essi (gli epicurei) dicono in qualche luogo che fare il bene è più dolce che riceverlo (Plutarco, Non posse suaviter..., XV, 4).

 

17.  La concezione storica: il progresso dell' umanità.

Ma molto più rude  che nelle campagne fu il genere umano d'  allora, come conveniva a quel che l' aspra terra aveva creato (Lucrezio, De rer. nat., V, 925).

 

17a.  Conducevan la vita errante a guisa di fiere (ibid. 932).

 

17b.  Ne' sapevano ancora trattar le cose col fuoco, ne' usar di pelli, ne' vestire il corpo con le spoglie delle fiere, ma abitavano i boschi e le caverne montane (ibid. 953).

 

17c.  Poiché quindi apparecchiaron case, e pelli, e fuoco, e la donna unita all' uomo si raccolse in una dimora... e conobbero la prole da loro procreata, allora da prima il genere umano cominciò a raddolcirsi (ibid. 1011).

 

17d.   E vari suoni del linguaggio la natura li costrinse ad emettere, e il bisogno ne trasse i nomi delle cose, per via non diversa da quella onde la stessa infantilità della lingua appare spingere i fanciulli al gesto, quando gli si fa segno a dito, di oggetti presenti (ibid. 1028).

 

17e.  E il fulmine da primo portò ai mortali in terra il fuoco (ibid. 1092).

 

17f.  Quindi a cuocere il cibo e ad ammollirlo nel calor della fiamma insegnò il sole (ibid. 1102).

 

17g.  Poiché il genere umano, stanco di passar la vita nella violenza , era fiaccato dalle ostilità, tanto più spontaneamente si sottopose alle leggi e al rigare diritto (ibid. 1145).

 

17h.   E rame, e oro, e ferro e l'argento pesante, e il duttile piombo, furon trovati dove un incendio avea bruciate con ingente ardore le selve dei grandi monti (ibid. 1241).

 

17i.  E allora intuirono che tali metalli, liquefatti dal calore, potevano acconciarsi in qualsiasi forma e foggia di cose (ibid. 1262).

 

17j.  E le vesti tessute vennero dopo la scoperta del ferro, ché col ferro si preparano i telai (ibid. 1351).

 

17k.   E modello delle seminagioni e origine degli innesti fu per prima la stessa natura creatrice delle cose (ibid. 1361).

 

17l.   Quindi altre ed altre colture del dolce campicello tentavano (ibid. 1367).

 

17m.   E ogni giorno più costringevan le selve a ritirarsi sui monti e ceder il luogo più basso alle colture (ibid. 1370).

 

17n.   E la navigazione, e l' agricoltura, e le mura, le leggi, le armi, le vie, le vesti, e le altre comodità del genere, e tutte ancora sin dalle fondamenta le delizie della vita, e la poesia, la pittura, la forbita scultura insegnò poco a poco il bisogno e insieme l' esperienza della mente insonne, passo passo progrediente.

Così, a poco a poco il tempo trae fuori, in campo, ciascuna singola cosa, e la ragione l' innalza nella regione della luce: poiché una cosa dall' altra vedevan illuminarsi alla mente, fin che con le arti pervennero al sommo culmine (ibid. 1448).

 

18.   La concezione religiosa: l' esistenza del male dimostra che la divinità non provvede alle cose del mondo. L' eterna imperturbata beatitudine divina.

Dio, o vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole, o non vuole ne' può, o vuole e può.

Se vuole e non può è impotente, il che non può essere in Dio. Se può e non vuole è invidioso, il che è del pari contrario a Dio. Se ne' vuole, ne' può è invidioso e impotente, perciò neppur Dio.

Se vuole e può, il cui solo conviene a Dio, onde viene l' esistenza dei mali? E perché non li toglie? (fr. 374 Usen.).

 

18a.   Dunque la divinità non provvede alle cose del mondo (Sest0 Empirico, Pyrrhoneiai hypotiposeis III, 3, 11).

 

18b.   Nulla essa fa, da nessuna occupazione è presa, a nessuna opera lavora, ma solo gode della sua sapienza e virtù (Cicerone, de natura deorum I, 19, 51).

 

19.   La prova dell' esistenza degli dèi: della necessità che vi sia una perfezione suprema.

Crede egli (Epicuro) che esistano gli dèi, perché è necessario che esista una natura eccellente della quale nulla possa esser migliore Cicerone, ibid. II, 17, 46).

NOTA.  Questa prova è derivazione di quella ontologica di Aristotele nel "Sulla Filosofia": Dove c'è una scala di valori dev' esseri anche un apice di perfezione. Ma l' eccellenza cui esprime Epicuro pare esser soggettiva assai più che oggettiva: il bisogno spirituale di un ideale di perfezione. E quindi si disegna forse già qui la deduzione dell' idea della realtà, che caratterizzerà poi la prova ontologica di S. Anselmo e di Descartes.

 

20.   Il culto disinteressato, non per timori o speranze, ma per puro omaggio alla perfezione.

La natura eccellente degli dèi è onorata dalla pietà degli uomini per essere eterna e beatissima (poiché tutto ciò che eccelle ottiene giusta venerazione), e per esser rimosso ogni timore di violenza o ira degli dèi, si comprende infatti che si separi tanto l' ira quanto il favore della natura beata e immortale; e rimosse tali cose, non sovrasta più nessun timore proveniente dagli dèi (Cicer. ibid. I. 17, 45).

 

20a.   Pertanto Dio non dà benefici... ma infine tu, Epicuro... se non vuoi parer di onorarlo neppure per gratitudine, giacché non ne ricevi  nessun beneficio, perchè lo onori? Tu rispondi: per la sua maestà straordinaria e per la sua natura singolare (Seneca, De beneficiis IV, 19).

 

20b.   La loro è una natura singolare ed eccellente, che deve per sé stessa spingere il sapiente a onorarla (Cicer. ibid. 41, 116).

 

 

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