BENJAMIN CONSTANT

 

  

 

Discorso sulla libertà degli antichi

paragonata a quella dei moderni.

 

1.

Traduzione di Pietro Fea.  Biblioteca di Scienze politiche diretta da Antonio Brunialti. Torino, 1890.

 

 

I. 1. Io mi proposi di farvi conoscere alcune distinzioni ancora ignorate tra due generi di libertà, le differenze dei quali rimasero fino ai nostri giorni sconosciute, o per lo meno troppo poco notate.

L' una è la libertà, il possesso della quale fu tanto caro ai popoli antichi, l'altra, quella libertà, il godimento della quale è specialmente preziosa ai popoli moderni. Questa ricerca sarà interessante, se non erro, sotto un doppio punto di vista.

Primieramente, la confusione fra questi due generi di libertà fu tra noi, durante le epoche troppo note della nostra rivoluzione, la 10. causa di molti mali. La Francia si vide estenuata da inutili tentativi, gli autori dei quali, irritati pel poco successo, si sforzarono di farle godere un bene ch' essa non godeva e, viceversa, le contesero un bene da essa agognato.

In secondo luogo, chiamati dalla nostra fortunata rivoluzione (io la chiamo fortuna malgrado i suoi eccessi, dappoiché io bado solo ai risultati) a godere dei benefizi di un governo rappresentativo, è curioso e utile nello stesso tempo d' indagare perché questo regime, il solo nel quale possiamo oggi trovare la libertà e qualche tranquillità era quasi sconosciuto dai popoli liberi dell' antichità.

20. So che si pretese scoprirne le tracce, presso alcuni dei popoli antichi, per esempio nella Repubblica Spartana, e presso i Galli nostri antenati, non a torto.

 

Il governo di Sparta era una aristocrazia monacale e non un governo rappresentativo.

Il potere era del Re era limitato sì, ma dagli Efori, non da uomini  incaricati d' una missione che rassomigliasse a quella che l' elezione conferisce al giorno d' oggi ai difensori delle nostre libertà.

Gli Efori, senza dubbio, dopo essere stati creati dai Re, furono 30. eletti dal popolo. Ma essi non erano che cinque. La loro autorità era religiosa e politica; essi prendevano parte alla amministrazione dello Stato, vale a dire del potere esecutivo, e da ciò la loro prerogativa che, come quella di quasi tutti i magistrati nelle antiche repubbliche, invece d' essere solo un ostacolo alla tirannide, qualche volta essa stessa diventava  tirannide insopportabile.

 

Il governo del Galli, che rassomigliava molto a quello che qualche spirito vorrebbe ridarci, era teocratico e militare nello stesso tempo. I preti godevano di un potere sconfinato. La classe militare, 40. ossia la nobiltà, possedeva dei privilegi infami e oppressivi. Il popolo era senza diritto e senza garanzia.

 

A Roma i tribuni avevano fino a un certo punto una missione rappresentativa. Essi erano gli organi di quei plebei, che l' oligarchia, da tutti i secoli identica, aveva sottomesso abbattendo i re, a una sì dura schiavitù. Il popolo esercitava sempre direttamente una gran parte dei diritti politici, esso si riuniva per votare le leggi, per giudicare i patrizi accusati; a Roma non c' era adunque, che una lontana forma di governo rappresentativo.

 

Questo sistema era una scoperta moderna. La condizione degli 50. uomini dell' antichità non permetteva, ad una istituzione di questa specie, di farsi strada e stabilirsi. I popoli antichi non potevano sentirne la necessità ne' apprezzarne i vantaggi. La loro organizzazione sociale faceva loro desiderare una libertà affatto differente da quella che ci assicura questo sistema.

 

Chi domanda, ad un Inglese, ad un Francese, ad un abitante degli Stati Uniti d' America, del giorno d' oggi, cosa intende per libertà, avrà in risposta che la libertà è per ciascuno in diritto d' esser soggetto solo che alle leggi, di non venire arrestato, carcerato, messo a morte o maltrattato in qualsiasi altro modo per il capriccio 60. d' uno o più individui.

E' per ciascuno il diritto di dire la propria opinione, d' attendere alla propria arte ed esercitarla.

E' per ciascuno il diritto di unirsi agli altri individui, sia per trattare i propri interessi, sia per professare quel culto, che egli e i suoi  compagni preferiscono, sia semplicemente per consumare i giorni e le ore in una maniera più conforme alle sue inclinazioni e ai suoi gusti.

Finalmente, è per ciascuno il diritto di influire sulla amministrazione dello Stato, sia nominando tutti o parte dei funzionari, sia coi consigli, colle domande e colle petizioni, che l' autorità è più o meno in obbligo di prendere in considerazione.

 

Si paragona ora a questa libertà, quella degli antichi.

Essa consisteva nell' esercitare collettivamente, ma direttamente, molti dei privilegi spettanti alla sovranità, nel deliberare circa il bene pubblico, su la guerra e la pace, nel conchiudere trattati d' alleanza con gli stranieri, nel votare le leggi, pronunciare giudizi, esaminare i conti, gli atti, l' amministrazione 80. dei magistrati, farli comparire davanti al popolo, accusarli, condannarli od assolverli; ma nello stesso tempo, che tale era per gli antichi la libertà, essi ammettevano come compatibile con questa libertà collettiva la completa soggezione dell' individuo al potere dell' insieme.

Voi non troverete presso di loro quasi nessuno di quei vantaggi che abbiamo testé veduto far parte della libertà dei moderni.

Tutte le azioni private sono sottomesse ad una sorveglianza severa. Niente s' accorda alla indipendenza individuale, ne' circa le opinioni, ne' circa l' industria, ne' soprattutto circa la religione.

90. La facoltà di attendere al proprio culto, facoltà che noi consideriamo come il più prezioso dei nostri diritti, sarebbe sembrata dagli antichi un delitto, un sacrilegio.

 

Nelle cose che a noi sembrano le più futili, l' autorità del corpo sociale s' interpone e impaccia la volontà degli individui. Terpandro non poteva, presso gli Spartani, aggiungere una corda alla sua lira, senza che gli Efori se ne offendessero. Anche nella vita privata l' autorità interveniva costantemente. Il giovane spartano non poteva visitare liberamente la sua giovane sposa.

A Roma, i censori guardano con occhio scrutatore l' interno delle 100. famiglie. Le leggi regolano i costumi e, siccome i costumi toccano ogni cosa, tutto è regolato dalle leggi.

 

Cosicché, presso gli antichi, l' individuo, sovrano quasi abitualmente negli affari pubblici, è schiavo in quasi tutti i suoi rapporti privati.

Come cittadino egli decide della pace e della guerra, come privato, egli è circoscritto, tenuto d' occhio, represso in tutte le sue azioni; come "parte" del corpo collettivo, egli interroga, destituisce, condanna, spoglia, mette a morte i suoi magistrati o i suoi superiori; come "soggetto" del corpo collettivo può a sua volta essere privato dei suoi averi, spogliato delle sue dignità, bandito, messo a morte per volontà capricciosa dell' insieme del quale egli fa parte!

 

Presso i moderni, al contrario, l' individuo, indipendente nella sua vita privata, anche negli Stati più liberi, è sovrano solo apparentemente. La sua sovranità è ristretta, quasi sempre sospesa; e, se in certe epoche stabilite, ma rare, durante le quali è ancora circondato da precauzioni e da ostacoli, egli esercita questa sovranità, è quasi sempre per rinunziarvi.

 

Qui devo fermarmi un istante a prevenire una obbiezione che 120. alcuno potrebbe farmi.

V'è, nell' antichità, una repubblica nella quale la soggezione dell' esistenza individuale al corpo collettivo non è così completa come ho descritto or ora.

Questa repubblica è la più nota di tutte: intendo parlare di Atene. Tra breve tempo vedremo per quale ragione Atene, fra tutti gli Stati, sia quello che più rassomiglia ai moderni.

Dappertutto, altrove, la giurisdizione sociale era illimitata.

Gli antichi, come dice Condorcet, non avevano idea dei diritti individuali. Gli uomini erano, per così dire, macchine, delle quali la 130. legge regolava le forze e dirigeva le ruote.

 

La stessa soggezione caratterizza i bei secoli della repubblica romana; l' individuo, in un certo qual modo, era perduto nella nazione, il cittadino nella città.

 

Risaliamo ora alla sorgente di questa differenza essenziale tra gli antichi e noi.

Tutte le repubbliche antiche erano limitate da angusti confini. La più popolata, la più possente, la più considerevole fra loro, non valeva, quanto all' estensione, il più piccolo Stato moderno.

Per una conseguenza inevitabile, data la loro piccola estensione, 140. lo spirito di queste repubbliche era bellicoso; ciascun popolo tormentava continuamente i vicini o era tormentato da essi.

Spinti così dalla necessità, gli uni con gli altri si combattevano o si minacciavano senza tregua.

Quelli che non volevano più essere conquistatori, non potevano deporre le armi, sotto pena di essere conquistati. Tutti compravano, a prezzo di guerra, la loro sicurezza, la loro indipendenza e la loro esistenza. Questo era l' interesse continuo, l' occupazione  pressoché abituale degli Stati liberi nell' antichità.

Finalmente, per il necessario risultato di questo modo d' essere, 150. tutti questi Stati avevano schiavi. Le arti, e presso qualche nazione anche le industrie, erano affidate a meni di prigionieri.

 

Il mondo moderno ci offre uno spettacolo completamente opposto.

Gli Stati più piccoli dei nostri giorni sono incomparabilmente più grandi di Sparta o di Roma durante cinque secoli.

La stesse divisione dell' Europa in parecchi Stati è, grazie al progresso perspicace, piuttosto apparente che reale.

Mentre ciascun popolo formava una volta una famiglia isolata, unica per natura delle altre famiglie, ora esiste una massa d' uomini, sotto differenti nomi e sotto differenti modi d' organizzazione sociale, ma omogenea di sua natura. Essa è tanto forte da non aver nulla a temere dalle irruzioni dei barbari, tanto istruita da non voler solo occuparsi di guerra. La tendenza generale è per la pace.

Questa differenza ne trae seco un' altra.

 

La guerra è anteriore al commercio; poiché la guerra e il commercio non sono che due mezzi differenti per raggiungere la stessa meta: possedere ciò che si desidera.

Il commercio è omaggio reso alla forza del possessore, da chi 170. aspira al possesso. E' un tentativo per ottenere amichevolmente quello che non si spera poter acquistare con la violenza.

All' uomo che fosse stato sempre il più forte, giammai sarebbe venuta l' idea del commercio. Fu l' esperienza, la quale, provandogli come la guerra, ossia l' uso della sua forza contro la forza d' altri, l' esponeva alla resistenza e alla violenza, lo fece ricorrere al commercio, ossia ad un mezzo più pacifico e sicuro per obbligare l' interesse d' un altro ad acconsentire a quello che conveniva al proprio interesse.

180. La guerra è lo stimolo, il commercio è il calcolo.

Nella stessa guisa deve venire un' epoca dove il commercio sostituirà la guerra. Noi siamo arrivati a quest' epoca [Discorso, 1819. N.d.R.].

 

Non voglio dire che, fra gli antichi non vi sieno stati popoli commercianti, ma quei popoli facevano, in cotal modo, eccezione alla regola generale. Non posso qui designare tutti gli ostacoli che s' opponevano, allora, allo sviluppo del commercio; ne citerò uno solo.

Il non conoscere la bussola obbligava i marinai dell' antichità a 190. non perdere di vista le coste, o ad allontanarsene il meno possibile. Oltrepassare le Colonne d' Ercole, l' attuale stretto di Gibilterra, era considerata impresa audace.

I Fenici e i Cartaginesi, i più abili naviganti, non l' osarono che molto tardi, e il loro esempio rimase, per molto tempo, senza imitatori.

Ad Atene il lucro marittimo era del sessanta per cento, mentre il lucro ordinario non era che del dodici: in tal modo, all' idea d' una navigazione lontana si connetteva quella del pericolo.

 

Inoltre, se io potessi dilungarmi in una digressione, che sfortunatamente sarebbe troppo lunga, io dimostrerei e descriverei dettagliatamente i costumi, le abitudini, il modo di trafficare dei popoli, poiché lo stesso commercio era impregnato, per così dire, dello spirito del tempo, di quell' atmosfera bellicosa e ostile dalla quale era circondato.

Il commercio era allora un caso fortunato, mentre oggi è lo stato ordinario, lo scopo unico, la tendenza universale, la vera vita delle nazioni. Esse vogliono la quiete, colla quiete l' agiatezza; e, come sorgente d' agiatezza, l' industria.

 

La guerra diventa sempre più un mezzo inefficace per saziare i 210. loro desideri. Le sue probabilità non offrono più agli individui, ne' alle nazioni, benefici che uguaglino i risultati del lavoro pacifico e degli scambi regolari.

Presso gli antichi, una guerra fortunata accresceva la ricchezza pubblica e privata, con gli schiavi, coi tributi e con le terre che si dividevano.

Presso i moderni una guerra fortunata costa certamente di più di quel che si guadagna.

Finalmente, grazie al commercio, alla religione, al progresso intellettuale e morale del genere umano, presso le nazioni europee 220. non vi sono più schiavi. Uomini liberi devono esercitare qualunque professione, provvedere a tutti i bisogni della società.

 

Si comprende agevolmente il risultato necessario di queste differenze.

Primieramente l'estensione di un Paese diminuisce di molto la importanza politica di ciascun individuo.

Il più oscuro repubblicano di Roma o di Sparta era influentissimo. Non è così del semplice cittadino della Gran Bretagna o degli Stati Uniti. La sua influenza personale è un elemento impercettibile della volontà sociale che imprime direzione al governo.

 

230. In secondo luogo, l' abolizione della schiavitù ha tolto al popolo libero tutto il vantaggio che da essa risultava, dappoiché la maggior parte dei lavori erano affidati agli schiavi.

Senza la popolazione schiava di Atene, venti mila Ateniesi non avrebbero potuto discutere ogni giorno sulla pubblica piazza.

 

In terzo luogo, il commercio non lascia, come la guerra, nella vita dell' uomo, periodi inoperosi. L' esercizio continuo dei diritti politici, la quotidiana discussione degli affari di Stato, i conciliaboli, tutto il seguito e tutto il movimento dei partiti, agitazioni necessarie, riempitivo obbligato, se è lecito adoperare 240. questo termine nella vita dei popoli liberi dell' antichità, i quali avrebbero languito, senza questo risorgimento, in una dolorosa inoperosità, non offrirebbero che turbolenze e fatiche alle nazioni moderne, dove ciascun individuo assorto nelle sue speculazioni, nelle sue imprese, nei piaceri, che ottiene e spera, vuol essere disturbato il meno possibile, e solo momentaneamente.

 

Infine, il commercio ispira agli uomini un vivo amore per l' indipendenza individuale. Il commercio sopperisce ai loro bisogni, soddisfa i loro desideri senza l' intervento dell' autorità.

250. Questo intervento è quasi sempre uno sconcerto, e direi sempre, un tormento. Tutte le volte che il potere collettivo vuole mischiarsi, nelle speculazioni private, disturba i loro autori.

Tutte le volte che i governo pretendono di fare gli affari nostri, essi li fanno più male e con maggior dispendio di noi.

 

Atene, come già dissi, era la più commerciante di tutte le repubbliche greche; infatti essa accordava ai suoi cittadini assai maggior libertà individuale di Roma e Sparta.

Se io potessi dilungarmi nei dettagli storici, mostrerei come il commercio avesse fatte sparire dagli Ateniesi molte differenze che 260. distinguono i popoli antichi dai popoli moderni.

 

 

P A R T E   S E C O N D A

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