Fratelli Melita Editori.

La Spezia, 1990.

(1) Tornati in onor d'uomini che hanno il diritto di pensare e di esprimere i propri  pensieri, raccolti in una sola famiglia, non sarà difficile trovare parole italiane e di buon conio accomodate alle nuove cose anche in fatto d'arti, che la nostra è lingua viva, nè vuol essere trattata come la latina o la greca.

Cenni biografici di Pietro Colletta.

 

[Aspirazioni culturali napoletane in aspettativa di una futura unità d' Italia.

Unità che, a giudizio di popolo, può essere, sia centralizzata che integralmente federativa.

A nostro parere, non mai per secessione].

 

Copiamo, dal libro suesposto, i capitoli dall' XI al XIV e breve appendice, ad ammonimento

di ciò che potrebbe riservarci il futuro se affrontato senza la comprensione di ciò che

storicamente dovremmo conoscere. Non escludendo ciò che , a nostra esperienza,

ci ha già insegnato il ventesimo secolo.

 

 

LIBRO  QUARTO

Cap. XI - XIV e breve appendice.

 

REPUBBLICA  PARTENOPEA  (1799)

PP. 203 - 281.

 

CAPITOLO UNDICESIMO.

 

LEGGI E PROVVEDIMENTI PER ORDINARE LO STATO A REPUBBLICA.

 

I.  Allo ingresso del generale Championnet la gioia non fu piena. L' adombravano le fresche memorie della guerra e lo spettacolo di cadaveri non ancora sepolti: ma nella quiete della notte i magistrati della città, disperdendo i segni della mestizia, prepararono lieto il vegnente giorno.

Il dolore delle seguite morti era cessato, perciocché tanto dura nei commilitoni quanto il pericolo, e nella genia dei lazzari non lascia lutto né bruno.

Ai primi albori, molti giorni ardenti di libertà, chiamando il popolo a concioni, discorrevano i benefizi della Repubblica; e per quanto avevano ingegno e loquela, persuadevano i premii, i debiti, le virtù del cittadino. Poi, numerando i falli e le ingiustizie del Re fuggitivo, rammentavano le involate ricchezze, i vascelli bruciati per lasciar le marine senza difesa da nemici e da pirati, la guerra mossa e fuggita, concitate le armi civili e disertate, nessun ordine per lo avvenire, il popolo abbandonato al ferro dei nemici stranieri e delle discordie domestiche,

I quali ricordi, veri e vicini, sforzavano gli argomenti e la eloquenza di libertà, voce gradita a cuori umani, sorgente ed istinto di allegrezza. Vi fu dunque gioia piena, universale, manifesta.

                          

generale Championnet

 

Nel qual tempo fu bandito editto del generale Championnet che, a nome e per la potenza della repubblica francese, volendo usare le ragioni della conquista in pro del popolo, dichiarava che lo Stato di Napoli si ordinerebbe a repubblica indipendente; che un'assemblea di cittadini intesa a comporre il novello statuto, abbrevierebbe lo stento che apportano le nuove leggi; e per questo pubblico reggerebbe il governo con libere forme; e ch'egli, per la potestà che gli davano il grado e la felicità delle armi, aveva nominato le persone che, assemblate in quel medesimo giorno nell' edifizio di san Lorenzo, riceverebbero dal suo decreto e dal suo labbro l'autorità di governo.

Erano i nominati venticinque, che uniti si appellavano al governo provvisorio, diviso in sei parti, dette comitati, le quali prendevano il nome dagli uffizi, Centrale, dello Interno, della Guerra, della Finanza, della Giustizia e Polizia e Legislazione.

Quindi andò con pompa militare, accompagnato da gente infinita e festosa, in san Lorenzo, casa di onorate memorie per la città; e nella gran sala ove già stavano i governanti.

Egli, da saggio nobilissimo così parlò:

<Cittadini!  Voi reggerete la repubblica  temporaneamente; il governo stabile sarà eletto dal popolo. Voi medesimi, costituenti e costituiti, governando con le regole che avete in mira per il novello statuto, in beneficio vi ho affidato ad un tempo i carichi di governatori e di reggenti.

Voi dunque avete autorità sconfinata, debito uguale; pensate ch'è in vostre mani un gran bene della vostra patria, o un gran male la vostra gloria, o il disonore.

Io vi ho eletto, ma la fama vi ha scelto; voi risponderete con la eccellenza delle vostre opere, alle commendazioni pubbliche, le quali vi dicono dotati di alto ingegno, di cuor puro  e amanti caldi e sinceri della patria.

<Nel costituire la repubblica napoletana agguagliatela, quanto comportano i bisogni e i costumi, alla costituzione della repubblica francese, madre delle repubbliche nuove e della nuova civiltà. E nel reggerla voi rendetela della francese amica, collegata, compagna, una medesima. Non sperate felicità separati da lei; pensate che i suoi sospiri sarieno vostri martorii; e che se essa vacilla voi cadrete.

<L'esercito francese, che per pegno della vostra libertà ha preso il nome di esercito napoletano, sosterrà le vostre ragioni, aiuterà le opere vostre o le fatiche, pugnerà con voi e per voi. E difendendovi noi domandiamo null'altro premio che l'amor vostro.

 

II.  La sala era piena di popolo. Al bel discorso udironsi plausi ed augurii all'oratore, alla repubblica francese, alla napoletana; e furono viste su gli occhi a molti lacrime di tenerezza e di contento.

Declinato il romore, uno dei rappresentanti, Carlo Laubert, napoletano, già chierico dell'ordine degli scolopi, fuggitivo per libertà in Francia, tornato con l'esercito, rispose:

"Cittadino generale, certamente dono della Francia è la nostra libertà, ma strumento del benefizio sono stati l'esercito e 'l suo capo; con minor valore o minor sapienza, o minor virtù, voi non avete vinto esercito sterminato, dispersi popoli di furor ciechi, espugnate le rocche, superato il disagio del cammino e del verno. Sieno perciò da noi rese grazie alla repubblica francese, grazie agli eserciti suoi; grazie, generale, a voi venuto come angelo di libertà e di pace.

In questa terra, da' petti nostri uscirono i primi desiderii di miglior governo, i primi palpiti di libertà, i voti più caldi per la felicità della Francia; in questa terra dai petti nostri fu dato il primo sangue alla tirannide; qui furono i ceppi più gravi, i martorii più lunghi, gli strazi più fieri. Noi eravamo degni di libertà; ma senza falli della tirannia, ed il divino flagello che discaccia le coscienze agitate dalla perversità della vita, noi saremmo ancora sotto il dominio di Acton, della regina di Castelcicala, di tutti i satelliti del dispotismo. Né bastavano i loro misfatti, però che la pazienza dei popoli è infinita; si volevano co' misfatti gli errori, ed armi pronte, e virtù punitrice.

Voi, generale, ci avete portato il governo per gli uomini, la repubblica; sarà debito nostro conservarla. Ma voi pensate ch'ella bisognerà, come tenera nota che oggi nasce, di assistenza e di consiglio; ella è opera vostra, consigliatela, sostenetela.  Se vedremo non esser noi eguali al carico sublime che ci avete imposto, lo renderemo in vostre mani; però che in tanta grandezza di opere e di speranze, scomparsi gli occhi nostri, noi stessi non abbiamo in prospetto che la felicità della patria.

Dedicati ad essa, per essa io giuro; e 'l governo provvisorio da voi eletto, innanzi a voi, al popolo ed a Dio ripeterà il sacramento.

Per altre ventiquattro voci si udì, lo giuro.

Si partì con ugual pompa e maggiore applauso il generale Championnet.

L' altro rappresentante, Mario Pagano, volto al popolo, disse:             

 

Mario Pagano

              

"Sì cittadini, siamo liberi: godiamo della libertà, ma ricordando ch'esse siede sopra sgabello d'armi, di tributi e di virtù, e che le armi in repubblica non riposano, nè i tributi scemano se la virtù non eccede. A questi tre obbiettivi intenderanno le costituzioni e le leggi del governo.

Voi però, che libero è il dire, aiutate gli ingegni nostri; noi accetteremo con gratitudine i consigli, li seguiremo, se buoni.

<Ma udite, giovani ardenti di libertà, che qui vi palesate con l' allegrezza che vi brilla negli occhi, udite gli avvisi d' uomo incanutito, più che per anni, per pensieri di patria e negli stenti delle prigioni, correte all'armi, e siate nell'armi obbedienti al comando.

Tutte le virtù adornano le repubbliche, ma la virtù che più splende sta nei campi; il senno, l'eloquenza, l'ingegno avanzano gli Stati; il valore guerriero li conserva.

Le repubbliche de' primi popoli, però che in repubblica le società cominciano, erano rozze, ignoranti, barbare, ma durevoli perchè guerriere.

Le repubbliche di civiltà corrotta presto caddero; benchè abbondassero buone leggi, statuti, oratori, tutti i sostegni e gli incitamenti della virtù; ma le infingarde avevano tollerato che le armi cadessero.

Perciò in voi, più che in noi, stanno le speranze di libertà.

Il governo provvisorio, per dirsi legittimo e costituito, intende da questo istante a' debiti suoi; e voi, strenui giovani, correte da questo istante a debiti vostri, date i vostri nomi alle bandiere di libertà, che ravviserete dai tre colori.

 

                                                  

L'adunanza sciolta, succederono alla contentezza pubblica molte private: il generale Championnet, che abitava la già casa de' re, allora detta nazionale, convitò i primi dell'esercito e i maggiori del governo e della città; altri de' rappresentanti bandirono altri conviti; gioia più grande fu nelle case di coloro che avevano patito dalla tirannide; e per fino nella plebe si videro feste, e si udirono voti per la repubblica.

Solamente mancavano a conviti ed alla gioia i parenti degli uccisi  per causa di maestà; più compianti e ammirati perchè lontani. E in quel giorno stesso gli editti del governo correvano le province, avvisando le succedute cose, e dando provvedimenti di Stato.

Fu prescritto che sino agli ordini nuovi reggessero gli antichi, uniformati alle regole generali di repubblica; e che rimanessero temporaneamente le medesime autorità, i magistrati, gli offizii.

Però. cessato il timore di alcun danno, terminata la guerra,  volendo le province imitare la città capo dello Stato, ogni paese, ogni terra, diede segno di giubilo.

Nel giorno appresso, con cerimonia da baccanti, più che cittadina, alzarono nelle piazze di Napoli gli alberi di libertà, emblemi allora di reggimento repubblicano; tra calde orazioni, danze sfrenate, giuramenti e nozze come in luogo sacro. E finalmente il generale Championnet, con solenne pompa, conducendo seco altri generali e uffiziali dell'esercito, andarono al duomo per rendere grazie della finita guerra, adorare le reliquie di san Gennaro e invocar lavori al nuovo Stato.

Tutto nella chiesa e nella cappella era preparato per la sacra funzione; e popolo infinito  stava intento a riguardare le ampolle per trarne augurio di felicità o di sventure. Ma, compiuto il miracolo in più breve tempo che in ogni altra volta, il generale offrì al santuario mitra ricca d'oro e di gemme; gli uffiziali stettero devoti e come credenti ai misteri; e la plebe stimò que' mutamenti di stato voler di Dio.

 

III.  Compiute le feste e chetato il rumore delle novità, la mente di ognuno, riposata, si fissò alle succedute cose per trarne regole di ambizione e di vita.

La quale storia morale del popolo, compagna e precorritrice della storia dei fatti, voglio esporre in questo luogo come chiarimento delle cose mirabili che narrerò.

La libertà politica era scienza di pochi dotti, appresa dai libri moderni e dalle scienze della presente libertà francese; perciò sconfinata quanto il genio della rivoluzione; e quanto filosofia ideale non applicata alle società.

Gli umani difetti, le colpe umane, le stesse virtù, che per natural cammino cadono in vizi; le ambizioni, l'eroismo, necessari alle repubbliche, ma che di loro natura trascendono in pericolo dello Stato; insomma, tutte le necessità che accerchiano l'umana condizione, travisate e sconosciute dalle dottrine astratte, creavano certa idea di libertà politica troppo lontana dal vero. E maggiore ignoranza era nella pratica.  Qui non mai parlamento nazionale o congreghe di cittadini (da' tempi antichissimi e scordati della buona casa Sveva) per trattare i negozi dello Stato; qui sempre i diritti di proprietà conculcati dalle volontà del fisco, dalle gravezze feudali, dalle decime della Chiesa, dalle fantasie della prepotenza; qui le persone soggette allo imperio de' dominatori e de' baroni, agli abusi del processo inquisitorio, alla potenza de' delatori e delle spie, alle leve arbitrarie per la milizia, ed alle angarie della feudalità; qui non libere le arti, né i mestieri, né le industrie, qualunque volontà impedita.

Il solo segno di libertà rimaneva né parlamenti popolari per la scelta degli ufficiali del municipio; la libertà sola e sterile perché tra infinite servitù.

Mancavano dunque le persuasioni di libertà, peggio, dalla uguaglianza.

La libertà viene da natura, Così che bisognano ripetuti sforzi del dispotismo e pieno abbandono del pensiero per dimenticarne il sentimento; l'uguaglianza nasce da civiltà, e per lungo uso della ragione, ché non sono concetti di natura. Il debole uguale al forte, il povero al ricco, l'impotente al potentissimo: nelle tribù rozza dell'antichità erano gli uomini liberi, ma inuguali.

E dopo le dette cose, riandando la storia del popolo napoletano, non antichissima e dimenticata delle repubbliche greche, ma la più recente, come più vecchia e continua di sette secoli, che ha formato gli universali costumi, non si troverà negli ordini pratica di segno di uguaglianza, bensì monarchia [assoluta], sacerdozio, feudalità; immunità, privilegi, servitù domestica, vassallaggio ed altre innumerevoli difformità sociali. Perciò in quell'anno 1799 non era sentita dalla coscienza, e nemmeno concepita dall'intelletto del popolo l'uguaglianza politica; solamente l'ultima plebaglia finse di intendere quella voce l'uguale divisione delle ricchezze e de' possessi.

Dalle quali  cose discende che i maggiori prestigi della rivoluzione francese libertà e uguaglianza, erano per il nostro popolo non pregiati né visti.

Queste sole differenze tra le rivoluzioni di Francia e di Napoli bastavano per suggerire differenti regole di governo; ma ve n' erano altre non meno gravi.

Avea la Francia operato rivolgimento, l' aveva Napoli patito; il passaggio tra gli estremi di monarchia dispotica e repubblica era stato in Francia opera di tre anni, in Napoli di un giorno; i bisogni politici furono in Francia manifesti da tumulti, in Napoli erano ignoti o mancavano; soddisfare in Francia a quei bisogni era mezzo e riuscita alle imprese, in Napoli occorreva indovinare i desiderii, anzi  destarli nel popolo, aver poscia il merito di appagarli.

Il re di Francia era spento, erano spenti i sostenitori di monarchia, o fuggitivi; il re di Napoli regnava sulla vicina Sicilia, rimanevano tra noi tutti i partigiani del passato. La baronia contraria; i nobili partigiani di repubblica (figli, non capi delle famiglie) poco validi a muovere gli armigeri de' feudi; i preti, impauriti dagli strazi del clero francese; i frati, temendo lo spoglio de' conventi; i curiali, la rivocazione di quella congerie di codici ch' era per essi talento e fortuna. E infine a noi mancavano (e abbondavano in Francia) le difese della libertà, che sono le virtù guerriere e le cittadine ambizioni; e a noi mancava la legittimità del rivolgimento; perciocché non veniva dai parlamenti, stati generali, assemblee, autorità costituite, moto uniforme di popolo, ma da sola conquista e non compiuta: condizione che allontanava dal nuovo governo gli animi paurosi e metodici.

 

IV.  Ma benché le regole dovessero variare da quelle di Francia, noi le vedemmo uniformi; sia necessità di tempi, o ebbrezza di fortune francesi, o come più credo, in tanta copia di rappresentanti nostri d'ingegno e di sapienza, scarsità d' ingegno delle rivoluzioni e della sapienza de' nuovi stati.

Que' rappresentanti erano settari antichi di libertà, afflitti la più parte nelle prigioni di Stato, ed oggi appellati Patriotti pel nome preso di Francia, ove schivare l'altro di giacobino, infamato da' mali di Robespierre.

Fu primo pensiero del governo spedire alla repubblica francese oratori di gratitudine per gli avuti benefizi, ed ambasciatori di amicizia e di alleanza; scegliendo a quegli officii il principe d' Angri, grande di casato e di ricchezza; ed il principe Moliterno anch'egli nobile e fornito di pregi più belli. cioè buona fama ed alcun fatto nelle armi, lontano da' club, capo sincero del popolo nell'ultima guerra contro i francesi; e quando la plebe imperversò, fuggitivo, non traditore; ma dava sospetto di giovane governo, così che, onorandolo del grado di ambasciatore, lo discacciò.

Il duca di Roccaromana, propenso a femminili lascivie, avendo scarse le forze alle ambizioni del dominio, restò scordato agli inizi della repubblica,

I sensi che primi spuntarono in quel governo furono dunque i sospetti: innati a reggimento libero, stimoli alla virtù ne' grandi Stati, alle discordie ne' piccoli; e perciò dove sostegno, dove precipizio di libertà.

Un decreto divise lo Stato in dipartimenti e cantoni, abolendo la divisione per province, e mutando i nomi per gli antichi di onorate memorie. In esso i fiumi, le montagne, le foreste, i termini di natura si vedevano capricciosamente messi nel seno dei dipartimenti o dei cantoni, e talvolta delle comunità: scambiati i nomi, creduto città un monte e fatto capo di cantone il territorio di una comunità spartito in due cantoni, certi fiumi addoppiati, scordate certe terre; insomma, tanti errori che si restò all'antico; e solo effetto della legge fu il mal credito dei legislatori.

Ma buona legge tolse i fidecommessi, libertà desiderata per i libri del Filangeri, del Pagano, di altri sapienti, e produttrice di effetti buoni quanto comportavano le sollecitudini di quello Stato.

 

Carlo Filangieri

 

Molte comunità avevano lite co' baroni, molte più rodevano i freni del vassallaggio; e perciò quelle e queste, ed altre tirate dagli esempi, invadendo in modo popolare i domini feudali, e spartendoli ai cittadini, vendicavano con gli eccessi delle rivoluzioni gli odii propri e degli avi.

Piacque al governo quel moto, e dichiarando abolita la feudalità, distrutte le giurisdizioni baronali, congedati gli armigeri, vietati i servigi personali, rimesse le decime, le prestazioni, tutti i pagamenti col nome di diritti, primise legge nuova, giusta per i comuni  e per i già baroni; senza vendicare, come natura umana consiglierebbe, le ingiurie patite da' feudatari.

Dopo la quale premessa, il governo attese all'adempimento; ma intrigato nelle vicendevoli ragioni, non mirando che alla giustizia ideale, trovando intoppo quando ne' possessi e quando ne' titoli, quella legge, lungamente discussa, non fu mai fornita; e di tutti i rappresentanti maggior sostenitore de' baroni fu lo stesso Mario Pagano, avverso a loro nelle dottrine, scrittore filosofo, pusillanimo consigliere, ottimo legislatore in repubblica fatta, impotente come gli altri ventiquattro del governo, a fondar nuova repubblica.

Altro indizio di popolare avversione si manifestò per le cacce regie: avvegnaché i cittadini, al sentirsi liberi, uccisero le bestie, svanirono i confini e spregiando le ragioni della proprietà, recidevano i boschi, piantavano a frutto i campi, dividevano come di conquista le terre.

Così che il governo dichiarò le cacce già regie, ora libere, terreni dello Stato; le guardie sciolte.

Per altri editti prometteva la soppressione dei conventi, la riduzione dei vescovadi, la incamerazione delle sterminate ricchezze della Chiesa, benefizi non sentiti dall'universale, come dimostrava il rispetto mantenuto intero ne' tumulti, o cresciuto alla Chiesa ed al clero.

L'abolizione de' titoli di nobiltà, l'atterramento delle immagini e dei fregi de' passati re, il nome di nazionali alle case già regie, il nome di tiranno alla persona di re Ferdinando [IV], furono subbietti di altre leggi, volute dal proprio sdegno o imitate dai fatti della Francia.

Provvedevano al tempo stesso alle altre parti del politico reggimento. La finanza disordinata, come ho mostrato nel precedente libro, venuta in peggio da' successivi sconvolgimenti, più inquieta per la urgenza dei bisogni e de' casi, fu la maggior cura del governo. Legge inattesa dichiarò debito della nazione il vuoto  de' banchi, e ne promise il pagamento; con profferta benevola, ma non giusta né finanziera, imperciocché mancavano le ricchezze a riempire quelle voragini, ed in tanto moto delle carte bancali, confuse le fila della giustizia, non erano creditori del fallimento i possessori delle polizze.

Per altra legge fu prescritto ai tributari di versare subitamente nell'erario del fisco le taglie dovute alla passata finanza, e le correnti; rimanendo intere le imposte pubbliche sino a quando nuovi statuti le ordinerebbero in meglio.

Fu intanto abolita la gabella sul pesce con gradimento de' marinari della città, che si fecero amici della repubblica.

Ma le abolizioni, nel Regno, delle gabelle sul grano e del testatico (indebitamente ritenute comunali) produssero effetti contrari; avvegnaché, pagando con esse le taglie fiscali, mantener queste, abolir quelle faceva scompiglio e impossibilità.

I tributari, assicurati dalla legge, pagavano gli usati pagamenti; i pubblicani, sostenuti d'altra legge, li pretendevano; perciò lamenti e discordie nelle comunità.

 

V.  Tra mezzo a tali disordini e povertà,  comparve comandamento del generale Championnet, che, donando alla città le somme pattovite per la tregua, imponeva taglia di guerra di due milioni e mezzo di ducati, e di altri quindici milioni su le province , quantità per sé grandi, impossibili per le condizioni presenti dello Stato e pel prefisso tempo di due mesi.

Pure il governo, vinto da necessità, intese a distribuire il danno, e non potendo trar norma dagli ordini dell'antica finanza, perchè mancavano tutte le regole della statistica, tassò i dipartimenti, le comunità, le persone per propri giudizi; nè quali, prevalendo il maligno genio di parte, si videro aggravate le province più salde alla fedeltà, e gli uomini più tenaci ai giuramenti. E intanto, per agevolare la tassa, fu dichiarato che in luogo di moneta si riceverebbero a peso i metalli preziosi, ed a stima le gemme; cosicché vedevasi,  con pubblica pietà spogliar le case degli ultimi segni di ricchezza, e le spose disabbellirsi degli ornamenti, e le madri togliere a' bambini la preziosità degli amuleti, e i fregi di religione o di augurio. La gravezza, il modo, la iniquità, scontentavano il popolo.

 

Cinque del governo andarono deputati del disconforto pubblico al generale Championnet; ed il prescelto oratore Giuseppe Abbamonti, parlandogli sensi di carità e di giustizia, lo pregava di rivocare il comando, ineseguibile allora, facile tostoché la repubblica prendesse forza ed impero; ragioni, lodi, lusinghe adornavano la verità del discorso, quando il generale, rompendo il filo, e ripetendo il barbaro motto del barbaro antenato, rispose: "Sventure a vinti!"

Era tra i cinque Gabriele Monthonè, già capitano d'artiglieria, gigante d'animo e di persona, amante di patria e spregiatore di gente straniera, il quale, sconoscendo le forme di ambasceria, fattosi oratore di circostanza, così disse: "Tu cittadino generale hai presto scordato che non siamo, tu vincitore e noi vinti; che qui sei venuto non per battaglie e vittorie, ma per aiuti nostri e per accordi; che noi ti demmo i castelli, che noi tradimmo per santo amore di patria, i tuoi nemici; che i tuoi deboli battaglioni non bastavano a debellare questa immensa città; nè basterebbero a mantenerla se noi ci staccassimo  dalle tue parti.  Esci, per farne prova, dalle mura. e ritorna se puoi; quando sarai tornato imporrai debitamente taglia di guerra, e ti si addiranno sul labbro il comando di conquistatore e l'empio motto, poiché ti piace, di Brenno."

Il generale, accomiatando la deputazione, disse: risolverebbe.

Nacquero a quel punto in lui sospetti, e nei repubblicani disamore a' francesi.

Il generale, al vegnente giorno, confermando le taglie, ordinò il disarmamento del popolo: uomini fatti liberi e disarmati sono il dileggio della libertà.

Solamente si permetteva la composizione delle guardie civiche, prescrivendo che fossero scelti a quell'onore i patriotti più chiari e più fidi, si che il governo emanò legge tanto stretta, che pochi dittadini entravano nelle milizie armate, molti nel ruolo dei tributari: nella città di Napoli quattro sole compagnie, seicento uomini erano gli scelti; innumerevoli i taglieggiati; la legge, invalida per forza d'armi o per sentimento di libertà, parve finanziera e avara.

La stessa prudenza o sospetto del generale francese, e le sentenze dei dottrinari napoletani, facevano trasandare le milizie stipendiate; essere i soldati di repubblica, dicevano i dottrinari, tutti uomini liberi, essere gli eserciti mercenari, stromento di tirannide.

Roma, quando veramente libera, conscrivere i combattenti ad occasione di guerra; non mancar guerrieri alle repubbliche; ed altre loquacità di tribuna o dottrine di fantastiche virtù.

 

Correvano le strade accattando il vivere buon numero di dalmati, già soldati del re, abbandonati su questa terra straniera; correvano le province, vivendo d'arti peggiori, le già squadre degli armigeri baronali, delle udienze, dei vescovi, e grande numero dei soldati mantenuti sino allora agli stipendi della milizia.

Era dunque facile formare nuovo esercito di venticinquemila soldati, e trarre da' pericoli della patria venticinquemila migliaia  di bisognosi e predoni. Ma la repubblica vergognava di esser difesa da genti straniere o venali, ed aspettava il giorno della battaglia per battere dei calcagni la terra e vederne uscire guerrieri armati.

 

VI.  Sovrastava male più grande, la penuria. I raccolti dell'anno pre cedente furono scarsi;  la guerra esterna e la civile avevano consumato immensa quantità di grano; la grassa Sicilia rifiutava di mandarne, e le navi che scioglievano dai porti della Puglia e della Calabria erano predate da navilii siciliani ed inglesi.

Crebbe il prezzo del pane, tanto più sentito per il perduti guadagni della plebe, per il gran numero de' servi congedati, per le industrie sospese, per la malvagità di quelle genti che speravano nelle disperazioni del popolo. Ma i governanti stavano sereni, confidando nello zelo de' partigiani ricchi di granaglia, nei compensi del governo libero, nella rassegnazione del merito di patir male per amar la patria.

Erano virtù dei reggitori che, poco esperti della mala indole umana, le credevano universali; e però intendendo che bastasse a tutti i bisogni far certo il popolo della bontà di quel reggimento, spedivano patriotti a sciami per concionare e persuadere. Motivo di mestizia e di sdegno era quindi udire nè mercati, vuoti di ricchezze e di negozi, oratore imberbe discorrere i benefizi della repubblica; e con eloquenza spesso non propria, ma voltata alle arringhe francesi, nè mai sentite dai volgari uditori pieni di contrarie dottrine, presumere di acquetare i lamenti e i bisogni della plebe.

Oratore fra tutti più saggio e più intenso era quel Michele il Pazzo, capo del popolo ne' tumulti della città, pacificatore all'arrivo di Championnet e, mutate le cose, alzato al di colonnello francese, e spesso mandato ambasciatore alla torme de' popolari. Arringava in plebeo, solo idioma ch'ei sapesse, da poggiuolo o scranna per mostrarsi in alto, non preparato, permettendo la disputa o le risposte.

Diceva un giorno: "Il pane è caro perchè il tiranno fa predare le navi cariche di grano, che ci verrebbe da Barberia; che dobbiamo far noi? Odiarlo, sostenergli guerra, morir tutti piuttosto che rivederlo nostro re; ed in questa penuria guadagnar la giornata faticando per non dargli la contentezza di sentirci afflitti."

E altre volte:

"Il governo nostro non è di repubblica, la repubblica si sta facendo, ma quando sarà fatta, noi idioti la conosceremo ne' godimenti o nelle sofferenze. Sanno i saccenti perchè mutano le stagioni, noi sappiamo di aver caldo e freddo. Abbiamo sofferto dal tiranno guerra, fame, peste, terremuoto; se dicono che godremo sotto la repubblica, diamo tempo a provarlo.

Chi vuol far presto semina il campo a ravanelli e mangia radici; chi vuol mangiare pane semina a grano e aspetta un anno. Così è della repubblica: per le cose che durano bisogna tempo e fatica. Aspettiamo."

Domandato da uno del popolo che volesse dir cittadino, rispose:

"Non lo so, ma dev'essere nome buono, perchè i capezzoni (così chiama il volgo i capi dello Stato) l'han preso per sè stessi. Col dire ad ogni cittadino, i signori non hanno l'eccellenza, e noi siamo lazzari: quel nome ci fa uguali".

E allora un altro: " E che vuol dire questa uguaglianza?

- "Poter essere (indicando con le mani sè stesso) lazzaro e colonnello. I signori erano colonnelli nel ventre della madre; io lo sono per la uguaglianza: allora si nasceva alla grandezza, oggi vi si arriva."

Non più ne dirò per brevità, sebbene molte altre sentenze di ugual senno io abbia inteso di quel plebeo; e spiacemi di averne tarpato il più sottile per non averne riferite nel dialetto parlato, brevissimo e vivace; della quale licenza ho detto in altri luoghi le cagioni.

 

Alcuni preti e frati, sapienti ancor essi, parlavano al popolo di governo; e tirando dal Vangelo le dottrine di eguaglianza politica, e volgarizzando in dialetto napoletano alcuni motti di Gesù Cristo, incitavano e afforzavano odio a' re, amore a liberi governi, l'obbedienza all' autorità del presente. Spiegavano come pronostici avverati di profeti la fuga di Ferdinando, la venuta di genti straniere, il mutato governo; così che messe insieme le profezie, la croce, l'uguaglianza, la libertà, la repubblica, motrandosi con vesti sacerdotali e parlando in linguaggio superstiziosamente creduto, insinuavano alla plebe sensi favorevoli al nuovo Stato. Ma pure altri chierici dai confessionali ispiravano sensi contrari; e giovani dissennati guastavano le buone opere dei sapienti per dottrine di sfrenata coscienza, predicando libero il credere, libero il culto di religione; non premi celestiali alla virtù, non pene alle colpe, nullo il futuro come di belve.

 

VII.  Le cure de' reggitori, fermate ne' primi tempi alla sola città, si estesero alle province; ma, seguendo le istesse regole, mandavano commissari per dipartimenti, commissari per cantoni, con pienezza di potere quando convenisse alla esecuzione delle leggi, e a casi urgenti di quiete pubblica o di guerra. Insieme a quali si partivano molti altri col nome di democratizzatori , senza facoltà o stipendi, col compito di persuadere e ridurre alle forme repubblicane le città e terre delle province; provveduti di lettere patenti del governo, andando a turba per vero zelo o per falso, prevedendone uffizi pubblici e guadagni.

Non dirò, perchè è facile a immaginare, quanti i commissari e i democratizzatori  paressero ingrati agli abitanti delle province, rozzi, semplici, accorti; nulla curanti di bellezze non sentite di libertà, spregiatori di vuota eloquenza, ed usi a fermare le speranze nell'abolizione della feudalità, nella divisione delle terre feudali, nella minorazione dei tributi, nel miglioramento delle amministrazioni e della giustizia. Le quali brame non isfuggivano agli oratori di repubblica, ma le discorrevano variamente, promettendole in lontano, ed unendole alle riforme religiose, alle libertà di coscienza, a matrimoni solamente civili, alla nullità dei testamenti, ed altre innumerabili sfrenatezze di morale, riprovate dagli usi e dalla mente  de' ruvidi abitanti delle campagne.

La tendenza maggiore de' discorsi era il pagamento de' fiscali, ed il ricordo degli aiuti e degli sforzi che debbono i cittadini alla nascente libertà.

 

Da' discorsi passando alle opere, andavano i commissari investigando gli atti e le opinioni dei magistrati; i quali, anziani di età, scelti tra i partigiani del passato governo, mal contentavano le passioni estreme di giovani ardenti delle parti contrarie; e perciò ad essi erano surrogati uomini nuovi.

Molti onesti abitanti delle province, scontenti del passato per sofferta tirannide o per spogli di ricchezze pubbliche o private, amavano gli ordini novelli e li secondavano; ma si arrestarono a mezzo corso quando, visto governato lo Stato dalle opinioni, non dal consiglio, presagirono pericoli e precipizi.

 

VIII.  Un solo frastuono di libertà, le accuse pubbliche, non ancora si udiva, ma fu corto, il silenzio.

Niccolò Palomba, volendo accusare Prosdocimo Rotondo, membro  tra i venticinque del governo, adunò molti patriotti, ed esponendo le colpe, le pruove, la utilità del giudizio, dimandò assistenza contro d'uomo potente; ma in tempi ne' quali la potenza vera risiedeva nella sovranità del popolo.

Applaudito il pensiero, intese le accuse, fu promesso per grida patrocinio all'animoso proponimento.

Nuovo il giudizio e non prescritte le forme, andò l'accusatore con grande numero di clienti, e con libello che lesse al governo sedente in atto di legislatore, presente l'accusato e facente parte dell'augusto consesso.

Maravigliavano gli uditori; ed alzandosi dubbio se l'accusa dovesse ammettersi, pregante l'accusato, fu ammessa.

Trattava di colpe antiche e non vere. La fama di Rotondo era egregia, quella di Palomba (tranne l'amore per la repubblica) correva macchiata di sospetti e di falli; ma i faziosi, tenendo argomento di piena libertà quel processo, lodavano a mille voci l'accusatore. e concertavano seco in secrete adunanze, mentre l'accusato dimandava in aperto giudizio.

Parve scandalo al governo il proseguimento del processo iniquo, pericoloso per lo esempio all'autorità inviolabile de' rappresentanti dello Stato; e perciò, seguendo il partito degl' infingardi, lo sospese; concesse a Palomba uffizio grande e bramato di commissario di un dipartimento, e sperò di coprire col silenzio le turpitudine dei fatti. Quindi, ad un mese, mutate le forme e le persone del governo provvisorio, Prosdocimo Rotondo, tornato privato cittadino, valendosi delle ragioni di libertà, dimandò il rinnovamento del giudizio da' magistrati comuni, e fu assolto. Non egli, per magnanimità, e non alcun altro, custode delle leggi, per timidezza, diede accusa di calunnia.

Que' fatti mostrarono la via degl'impieghi pubblici, la forza delle adunanze secrete, la debilità del governo.

Perciò si udirono, ad un tratto, mille accuse; non bastando egregia fama, probità di antica vita, viver presente immaculato, a contenere le ambizioni e la protervia de' tristi.

Fu composto tribunale chiamato Censorio, a ricevere le accuse, esaminarle, spingerle in giudizio e provvedere a' lamenti degli oppositori (era il motto degli accusatori) ed alla necessaria tutela degli accusati.

Sursero al tempo medesimo le società popolari, secrete o manifeste, nelle quali i settarii preparavano le accuse: delle pubbliche due furono le più famose, le sale Patriottica e Popolare; le quali, ad esempio, nei club francesi, adunavansi quando in pubblico, quando in privato, sotto presidenza, con tribuna, processo delle materie discusse e libro delle decisioni.

Le grandi quistioni di politica, le nuove costituzioni dello Stato, le leggi, le ordinanze, la guerra, e poi gli uffizi, gli uffiziali, la vita pubblica, la privata de' cittadini, erano subbietto di esame con libertà o licenza tribunicia; e le profferire sentenze andavano, secondo i casi, al governo sotto forma di messaggio o di consiglio, al tribunale censorio per accusa, e al popolo per tumulti.

Nessuna coscienza riposava nella sua virtù, nessuna voce maligna era spregevole, ogni nemico potente, qualunque merito pericoloso. Vedevi mutamenti continui negli uffici dello Stato; odii acerbi, fazioni operose; il quale romore di accuse, si calunnie, di lamenti, si alzò strepitoso, e non posò che sul cadere della repubblica; imperciocché le sette, sintomi delle infermità dei governi, spengono queste se non sono spenti.

 

IX.  Mentre nella sala Patriottica si agitavano le più sottili questioni sul nuovo statuto, e la stessa libertà francese pareva scarsa per noi, comparve la costituzione della repubblica napoletana, proposta nel comitato legislativo dal rappresentante Mario Pagano.

Era la costituzione francese del 1793, con poche variazioni , suggerite da modesta libertà.

Dispiacque leggere in essa rivocati i parlamenti comunali, tumultuosi veramente ed inutili sotto dispotica signoria, ma in repubblica mezzi opportuni alle elezioni ed amministrazioni, che sono i cardini di ogni libera società.

Era debole in quella carta il potere giudiziario, né appieno libero l'amministrativo; si applaudì allo immaginato corpo degli Efori, sostenitori della sovranità del popolo.

Due principii  prevalevano: l'equilibrio dei poteri astratti, senza troppo avvertire all' equilibrio delle forze presenti, ovvero in ciò che il Stato libero è forza, cioè, costumi, opinioni, virtù del popolo; ed il sospetto contro il potere esecutivo ed a cittadini potenti.

Come le leggi bastassero ad impedire i precipizi di Stato libero quando nel seno di lui operano le cagioni della rovina, mancò alla repubblica napoletana il tempo di sperimentarlo.

Un anno appresso quelle medesime leggi sospettose non mantennero dalla caduta la repubblica madre. Avventurosa almeno , perché discese nelle mani di un Cesare che durò tre lustri, e le serbò gran parte delle acquistate libertà; misera Napoli  che inabissò nelle voragini del dispotismo.

 

Il governo provvisorio esaminava lo Statuto costituzionale, consolando con le speranze future le mestizie presenti, che un certo Faypoult, commissario di Francia, venne ad accrescere.

Egli portava decreto della sua repubblica la quale, forte delle ragioni della conquista, riconfermava le imposte di guerra e diceva patrimonio della Francia i beni della corona di Napoli: i palazzi, o reggie, i boschi delle cacce, le doti degli ordini di Malta e Costantiniano, i beni de' monasteri, i feudi allodiali, i banchi, la fabbrica della porcellana, le anticaglie nascoste ancora nel seno di Pompei e di Ercolano.

Il generale Championnet che, travagliato dalla universale scontentezza, ne prevedeva i pericoli, e non aveva cuore disumano, impedì a Faypoult l'esecuzione del decreto, e ne fece per editto pubblica la nullità; ma, insistendo il commissario, e accesa briga, vinse il più forte; Faypoult discacciato si partì.

Piacque ciò ai napoletani che, doppiando l'odio contro i francesi, presero ad amare Championnet, scusandolo allora delle passate durezze; dicendole necessità e rammentando (que' della plebe) la sua religione, il ricco dono a San Gennaro, e certo accidente il cui principio era ignoto. Avvegnaché nei registri battesimali della chiesa di Sant'Anna era un Giovanni Championnet, diverso per genitori e per tempo di natali; ma frattanto il generale fu creduto napoletano, benché veramente nascesse in Valenza, nel Delfinato.

Quindi spiacque leggere nelle gazzette francesi decreto del Direttorio che diceva così:

"Visto che il generale Championnet ha impiegato l'autorità e la forza per impedire l' azione del potere da noi confidato al Commissario Civile Faypoult, e che perciò si è messo in aperta ribellione contro il governo; il cittadino Championnet, generale di divisione, già comandante dell'esercito di Napoli, sarà messo in arresto e tradotto innanzi al consiglio di guerra per essere giudicato del suo delitto."

Subito Championnet si partì: ebbe il comando dell'esercito il generale Macdonald.

Championnet, giudicato in Francia ed assoluto, ritornato allo impero degli eserciti, accresciuto di gloria, povero di fortuna, morì poco appresso in Antibes; e se fu vera la fama, di veleno datogli o preso.

Molti sospiri mandarono i napoletani alle sue sventure; tanto più che venne compagno al Macdonald quel medesimo Faypoult, baldanzoso, protervo, inflessibile; vago di vendicare la gioia de' napoletani alla sua cacciata e l'amore che portava al suo nemico.

 

X.  Giunse in quel mezzo nuova che i francesi occupavano gli Stati della Toscana, e che il gran duca Ferdinando III con la famiglia ne usciva. Il Direttorio francese, insaziabile di conquiste, dopo invasi gli Stati di Lucca, dimandò ragione al governo toscano delle ostilità  manifestate nel ricevere le schiere napoletane contrarie alla Francia, e nel dare asilo al pontefice  Pio VI. Il gran duca rispose che non mai nemicizia  ne' sdegno contro la Repubblica, ma forza, e però necessità dei più deboli era stato motivo alla pazienza di ricevere l'armi napoletane nel porto di Livorno minacciato da forti navili siculi e inglesi: e in quanto al pontefice che, nessun atto vietando a dargli ricovero, era debito di principe cristiano concederlo al capo della cristianità, vecchissimo e misero.

Benchè laudabili e vere le discolpe, di già cominciate le avversità delle armi francesi sull' Adige, così che bisognava raccorre, non già dissipare gli eserciti della repubblica, prevalendo l'avidità del Direttorio e del generale Scherer, duce supremo in Italia, andò contro Firenze una legione francese che il generale Gauthier dirigeva; e giunta presso alle mura, intimò per araldo la resa della città. Ma Ferdinando III, rassegnato alle necessità del tempo, mandò in risposta l'editto seguente:

"A' miei popoli.

  Vengono in Toscana armi francesi. Noi riguarderemo come prova di fedeltà e amore de' nostri sudditi l'obbedienza al comando delle autorità, il mantenimento della quiete pubblica, il rispetto a' francesi, la diligenza di evitare gli sdegni de' novelli dominatori: per le quali cose crescerà, se d' incremento è capace, il nostro affetto verso i popoli".

 

Ferdinando III di Toscana.

 

Dopo ciò l'armi francesi entrarono a Firenze; il gran duca, nel dì seguente, 27 di marzo, ne partì; la quiete non fu turbata.

Per i quali successi, vedendo allargati in Italia i dominii e le parti di repubblica, si rallegrò il governo di Napoli.

Ultima contentezza, imperciocché da quel giorno non giunse nuova se non mesta.

 

 

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