CENNI BIOGRAFICI SU PIETRO COLLETTA
Anonimo nel testo copiato.
Autografi del Colletta.
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Da onesti genitori nacque il Colletta in Napoli, il 23 gennaio del 1775. Giovinetto spiegò rettissimo ingegno e passione negli studii storici ed a quello scrivere che si cura delle idee e le imprime nel cuore e nella mente dei lettori, non delle vane frasche oratorie. Il criterio quindi corroborò con lo studio delle matematiche: lo stile informò a quello di Tacito; insofferente di ozi e di inutili passatempi; come la mente agli studii, educò il corpo a robustezza, aspirò alla milizia e fu cadetto d' artiglieria nel 1796. Pronto a lodare il merito, non piaggiatore d' alcuno, conscio delle proprie forze, mal pativa l' imperizia e la tracotanza di chi inetto a ben ubbidire, toglieva a comandare; mal reggeva a far da discepolo a chi avrebbe vergognato esser detto maestro, e la guerra accesasi contro i francesi nei 1798 diè in ciò largo campo all' ira sua. Sperò che, fatta repubblicana, avrebbe la patria spiegate maschie virtù; ma stette fremente fra vizi che si coprono del manto di libertà. Caduta la repubblica, involto nelle sue rovine, posto in ceppi e serbato alla sorte di tanti che avevano salito il patibolo, dovette ad una pietosa menzogna l' esserne sciolto; la tirannide era succeduta alla licenza, né quindi era lecito il vivere se non ai vili, o almeno a quelli che tacevano, perché la lor morte calde lacrime avrebbe costato o ai genitori, o alle spose, o ai figli, o agli amici. Uscito di milizia e cadute quelle provincie in potestà quasi di Fra Diavolo, intese come ingegnere civile alla importante bisogna del disseccamento delle paludi dell' Ofanto. Le sorti della guerra diedero di nuovo ai francesi, nel 1806, la bella Partenope: surto in fama di amantissimo dell' ordine e di fecondo di espedienti per mantenerlo, diè opera, il nostro autore, alla istituzione di una guardia civile a cui più volte andò debitrice la patria della propria salute. Richiamato negli ordini militari sotto Giuseppe, da prode comportossi a Gaeta e nelle fazioni di Calabria, in vari incontri, finché procacciatosi l' amore e la stima del Saliceti, venne da lui proposto a Gioacchino come uomo di gran levatura, che avrebbe in ogni difficile impresa, e con la mente e col braccio, dato buon conto di sé.
Volgeva nell' animo Gioacchino la conquista di Capri, e fu espugnata dal generoso Lamarque per virtù, in grandissima parte, dei consigli del Colletta il quale, ad istigazione del re, esplorò le coste vicine, diede ordine all' assalto, vi fu ferito. Eletto tenente colonnello e uffiziale d' ordinanza presso al sovrano medesimo, largo campo gli fu aperto a dimostrare come in lui la saviezza e il sapere si accoppiassero alla eroica prodezza.
Ordinavasi intanto l'amministrazione del regno a tipo francese e coi modi della conquista. Volea Gioacchino fossero le province comandate da chi in sè accoppiasse valor militare ed accorgimento civile. Propose il Colletta alla Calabria Ulteriore, la più avversa al nuovo ordine di cose, la più conturbata dalle suggestioni della vicina Sicilia. Nei due anni che stette in Monteleone, molto progredì il Colletta nella cognizione delle cose storiche; studiò gli uomini e le cose, notò da che minime cause talor dipendano gli avvenimenti, conobbe le mene di Stato, i rigiri de' potenti; colle parole e con l' esempio raccomandò l' ordine, blandì opportunamente ed opportunamente si oppose all'urto de' caparbi e de' malevoli, e resistette. Compagno al re nell' impresa di Sicilia, salito in conto di primo, al nascere del 1812 fu salutato in Napoli generale e direttore di ponti e strade. Ma facile era allora agli ingegni di progredire, e ben meritava il Colletta i nuovi onori, ché la strada di Posillipo e quella magnifica del Campo di Marte, straordinariamente abbellì; alle agiatezze e comodi di ogni maniera, agli utili edifici che si andavano arricchendo, l'agricoltura e il commercio alacremente intese, dovunque accorrendo a tracciare e dirigere l' opere, a far sì che l'accuratezza dell' esecuzione rispondesse all' importanza dell' opera. Le guerre gli impedirono di vedere avverato un altro più importante pensiero: trar partito da pubblici terreni, incolti in gran parte e sommersi, prosciugandoli e riducendoli a coltivazione.
Nel 1813 fu del genio militare, nel 1814 consigliere di Stato, nel 1815 combattè con lode e successo contro gli austriaci, sostenendo le veci di maggior generale di tutto l' esercito. Ridotte in fondo le cose, negoziatore a Casalanza, molto parlò per suo principe e pel regno, nulla per sé, e vedendosi attorniato di piaccenti e di pusilli, di traditori e di calunniatori, di vili e di contaminati, volse le spalle alla patria, meglio sperando giovarle altrove.
Come, risalito in trono su comportasse Ferdinando, qual fosse l' indole del suo regno, narra a dilungo il nostro storico; in sospetto al suo principe, ma a lui necessario, fu confermato nel grado e posto a capo di una division militare risiedente in Salerno. Il Medici cercò blandirlo, ma al generoso Colletta venne in uggia qual carattere dubbio. Giunta l' ora del pericolo, a lui si volse Ferdinando, e n'ebbe savii e accomodanti consigli; ma invano. La rivoluzione scoppiò. Tornato alla presidenza del Genio militare, non ebbe incarico di gran momento; il nuovo Stato fu in balia di perfide arti, di intestine dissenzioni. Essendo imminente l' invasione straniera, fu il Colletta aggiunto, poi sostituito al Parisi nel ministero della guerra, da lui assunto il 26 febbraio. Al 23 marzo Napoli era dei tedeschi [austriaci] . Previde la rovina il nostro autore, cercò ripararla, renderla minore. Fu bersaglio alla calunnia, ma l'odio stesso di perversi nemici, fra loro contraddicenti, ne prova la luminosa innocenza; patì ingiurie, prigionie, ché, entrati gli alemanni, e poco dopo re Ferdinando col Canosa. Accerchiato il Colletta una notte da una mano di armati, fu tradotto cattivo nel castello di Sant' Elmo. Il vile Canosa, insultando il prigioniero, il fe' segno di continua minacce. Levato di carcere fu, senza forma di processo, con giustizia austriaca, tratto su nave armata a Trieste, e di là al confine assegnato di Brunn, in Moravia, a' piedi dello Spielberg, carcere e sepolcro di tanti nostri italiani. L'asprezza del clima, le persecuzioni, il pensiero delle miserie della patria lo trassero agli estremi di salute, e quasi della vita, sicché, mossi a pietà persino i suoi tiranni, gli consentirono respirare di nuovo l' aure pure della sua Firenze, dove giunse nel marzo del 1823. Il Colletta cercò lenimento nelle lettere e nel periodo degli otto anni che ancor sopravvisse, si pose all'opera ignaro delle proprie forze, da lui non prima cimentate, fuorché nel 1815, in un racconto militare della guerra in cui cadde Gioacchino, e che gli servì pur di materiale all' istoria. Nel 1820 diè in luce due pregiate scritture con le quali descriveva l' origine, le fasi e il compimento della rivoluzione; narrava i fatti di Murat, rimbrottava gli adulatori del nuovo signore e i detrattori del caduto sovrano. A cinquant'anni si pose a nuovo e ingrato tirocinio, ma raggiunse la meta e la sua storia uscì condotta a quel grad0 di finitezza, che meglio non poteva desiderarsi. Amicissimo a Gian Battista ed a Pietro Giordani, ne ebbe incoraggiamento, lumi e guida. Trovato l' abbozzo di tali scritture fra le sue carte, crediamo ne sapran grado i nostri lettori, di averlo qui riprodotto. [Introduzione anonima copiata con libertà di abbreviare un poco. Seguono opinioni originali di Pietro Colletta abbreviate dall'autore della introduzione stessa].
"...Il narrare de' suoi tempi scema fede ai racconti, per la opinione universale che lo storico di cose presenti, menato dagli odii e dagli amori falsifica e sconvolge la verità. Ma la storia è testimonianza, lo storico dice cose viste, o apprese da chi le vide; la condizione di contemporaneo, mediata o immediata, è indispensabile. E' testimonianza, ed è giudizio, e veramente nelle sentenze non è facile schivare le proprie passioni se non s' è narratori di animo freddo, macchine da racconto, pessimi tra gli scrittori che non sentono, ne' fan sentire la turpitudine, ne' la grandezza delle umane azioni. Se dunque una qualità dello storico va compagna d' un difetto, noi, addolorandoci delle imperfezioni di nostra natura, diamoci ad esaminare quali affezioni più nuocciano, come lo scrittore possa governarle, come il lettore discernerle.
"...Non tutti i fatti sono da istoria, né v' ha guida fuori del giudizio dello scrittore, per discernere i degni e i non degni. Ne' piccoli fatti la scelta è difficile e la fama dell' autore in pericolo; s'egli è moderato sarà detto micro, e se abbondante noioso. Ed oltracciò, non essendo nelle umane cose, pieno bene e pieno male, ma l' uno e l' altro misto e confuso, narrando degli uomini virtuosi alcun vizio, de' viziosi alcuna virtù, delle buone dottrine alcun difetto, delle difettive alcun pregio, si deformano senza mentire i caratteri di un uomo, d' un popolo, d' una età. Della quale necessità gli scrittori passionati abusano, per onorare e fare oltraggio: lo scrittore di coscienza dà leggi alla scelta.
"...Da chi, voi direte, fra gli storici lodati, hai tolto lo stile? Da nessuno; che nessuno, al certo, ho voluto imitare, sembrandomi necessario, nello scrivere, lo stile proprio, come nel camminare il proprio incesso, come la natura nella vita, Gli sforzi d' imitazione affaticano chi fa e chi vede; sono servilità dell' ingegno. Solamente mi duole d'avere usato parecchie voci o modi che non erano de' padri nostri, e me ne dolgo debitamente perché il purgato scrivere custodisce l' idioma bellissimo e rammenta dell' Italia tempi meno tristi. Ella, da gran tempo invasa da genti straniere, non ha suoi, né pensieri, né geste: felice quando, con la propria favella, i fatti propri narrava, ed a figli della mente dava i suoi nomi. A chi oggi esponesse altrui le nuove cose con le voci antiche d' Italia, non sarebbe inteso, e respingerebbe di tre secoli alcune dottrine, quelle specialmente delle guerre e delle arti (1). E però, dove ho saputo rendere i pensieri d' oggidì con parole che diconsi "pure", ho tenuto a peccato l'entrata di parole novelle, niente curando l'uscio contrario d' alcuni moderni scrittori e di quella plebe accidiosa che legge a volumi per giorno, ignorante dei buoni studi e non altro curiosa che di gazzette o di libri che scendono come torrenti per le valli delle Alpi. Ma se a que' pensieri mancavano, o non bastano, le antiche voci, ho adoperato le nuove che vennero co' pensieri e si usano ne' scritti correnti e nel comune discorso, avvegnaché volli dir pienamente quel ch' io pensava, a lasciare indizio di stile del mio tempo.
"...Non ho aggiunto documenti i quali dimostrino le cose affermate. Sono questi usati nelle memorie istoriche, e graditi, perché in età di patti e di opinioni, si vuol credere agli argomenti più che a racconti. Ma le memorie istoriche non sono la istoria: esse narrano alcuni fatti, preparano i giudizi: la storia dimostra e giudica: quelle sono il progresso degli avvenimenti sociali, questa è la sentenza. Documentar quelle è facil opera. Documentar questa è impossibile. Dovrei, per giustificare i miei dieci libri, addurre quanto per essi ho letto, visto, giudicato; citare dugento e più volumi, riferire mille discorsi e mille particolari accidenti, esporre giudizi innumerevoli. Erano altri gli uffici miei: cercare il vero e palesarlo. E' libero al lettore credermi o no, ma pensi che verità e fallacia hanno loro caratteri evidenti, e un libro vero si manifesta, e vieppiù se è di storia contemporanea, la quale è accerchiata da testimoni parlanti; e stieno pure a guardia del silenzio la forza ed i terrori de' governi, le barriere degli Stati, la persecuzione e i pericoli di chi scrive o narra. Ma se alcun lettore incredulo sospetti fallacia del libro, faccia come l' autore ha fatto, legga in altri volumi, s' impolveri negli archivi, esamini, confronti, vegli le notti a scoprire il vero,gli consacri a fatica dei giorni, le dolcezze del vivere, la sanità. Non v' è cosa non documentata nei miei dieci libri, e specie per le persone intorno alle quali ogni giudizio discende innegabile dai fatti e argomenti. E chi, biasimato in essi, o lodato, meno del proprio estimare, ragioni con seco, e quando si senta sussurro nel cuore che i narrati fatti sono veri, e giusto il biasimo o la scarsa lode, cuopra di modestia gli antichi falli, o per buone opere egli vinca aspettando che la istoria, già rivelatrice degli errori, esalti poi le virtù.
...Aspettando giudizio del pubblico sulla mia fatica, io medesimo l' ho giudicata, e dico a voi quali ne credo i pregi e i difetti. Nessun timore di esporre il vero, nessuna speranza di premio materiale, brama bensì di onesta lode, ansietà di giovare all' Italia, fede buona e certa sono state guida al mio scrivere, e dov' elle si mostrano appare un pregio. Il novero dei mancamenti è assai più lungo; qualche amore, qualche sdegno di che non avrò saputo mondarmi appieno, comunque lo avessi cercato instancabilmente; ma sdegno del male, amor del bene, passioni per le cose, non per gli uomini, perocché di questi ho taciuto il male se il dirlo non era necessità storica; ho palesato il bene, comeché il racconto paresse ozioso ed inutile. E frattanto la doppia benevolenza non basterà; chi mi dirà nemico, e chi mi terrà invidioso; altri mi farà debito di non aver coperto i difetti della mia patria, magnificato le sue glorie, trasformato in pregio alcun vizio che simulava gli aspetti della virtù; non chiamata religione del giuramento antico il tradimento al nuovo, quiete la tirannide, libertà la sfrenatezza, ardore di bene la contumacia. Delle quali menzogne non ho voluto essere autore, io che spero di contrapporre al morso dei passionati il voto dei giusti, e alle turbolenza del presente, la calma dell' avvenire. Ne' questa patria ha bisogno di lusinghe, ma d' uno specchio verace che a lei ritragga la sua politica irrequietezza, il precipitoso consiglio nell'operare, la fiacchezza nel sostenere le cose operate, il facile sospetto, la maldicenza verso i maggiori, l' abbandono de' compagni; e dopo caduto per tanti errori l' innalzato edifizio, il vergognoso riposo, e spesso l' allegrezza sulle rovine. Ma lo stesso specchio rimarrà la pazienza del popolo alle ingiustizie di governo, argomento di buon istinto e sprone alle imprese di civiltà, la facilità d' intendersi, di muovere, di riuscire; la modestia nella vittoria, e la virtù sofferente sotto i flagelli della tirannide; l' indugio ai progetti virtuosi, non mai l' abbandono, e le armi pronte, l' ingegno desto, e il buon volere che ratto scoppia. E però i napoletani appariranno facili ad imprendere, svogliati a mantenere, tristi ne' precipizi; ma pieni dell'avvenire, speranza d' Italia, popolo che avvicenda costumi civilissimi e barbari. E questo importa dimostrare a quelle genti, acciò non s' inebriando alle proprie lodi, non durino i falli del passato, né rimproverate più che non si debbe ad infelici, credano sé deboli alle imprese e si addormentino come disperati, prigionieri sulle catene,
...Ascriverete voi a difetto l'avere io rammentato molta parte della storia di Francia? Oggi non v' ha uomo, per quanto svagato dagli studii, il quale ignori quella storia; ma era necessario mostrare i legamenti di que' fatti ai nostri. E piacerà rileggere le grandi geste che hanno operato la caduta e il risorgimento degli imperii, e dato nuovo talento ai reggitori delle nazioni, e nuove speranze ai popoli. Aggiungete che molti fatti e giudizi rivelati a me stesso dal re Gioacchino, dal ministro Saliceti, dal convenzionale Cavaignac, da parecchi dell' esercito, differiscono in parte dai libri comuni. E ciò riguardo ai tempi nostri; ma che dirò io degli avvenire, quando la storia di Francia sarà divenuta straniera erudizione, sicché, divisa da quella la storia di Napoli, andranno ignote le cagioni di tante guerre e paci, di tante fortune nostre? Quindi a me sembrò che la narrazione de' maggiori avvenimenti della Francia sarebbe ai presenti grato ricordo e giovevole saputa ai posteri.
...Mi resta un dubbio. Andando la civiltà rapidamente, molti miei voti, o speranze, o timori registrati nella storia, quando io scriveva dall' anno 1823 al 30, pronostici allora, oggi ch' è l'anno 1831, sono avverati o svaniti; l' opera è tuttora in manoscritto; io, giovandomi delle succedute cose, doveva o no aggiustare le sentenze e rendere il mio giudizio maraviglioso, come presago dell'avvenire? Avrei vergognato meco stesso della temerità, e con voi tre (quasi mia fama e mio universo) che avete letto in primo abbozzo i miei libri..."
Le noie dell'esilio leniva il Colletta nella dolcezza degli studii. Provò il bisogno, ché i promessi doni del re Gioacchino rimasero senza difesa nei patti di Casalanza. Amato da tutti, da tutti finalmente tenuto in quel concetto che meritava, morì gli 11 novembre 1831, e fu sepolto nella villa di Varramista, desiderato e pianto dai buoni.
F I N E
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