LA  RUOTA  DEGLI  ESPOSTI

 

Laboratorio di ricerca storica

Anno scolastico 1996 – 1997

 

Da una ricerca di alunni delle classi seconda e terza della Scuola Media Statale A. Menchetti, di Ostra. Coordinatori i professori Tarcisio Bedini, Barbara Lilli, Bruno Morbidelli, Raffaele Felice Gallo, Roberto Ripesi.

Alunni ricercatori: Alessandro Avaltroni, Andrea Gabrielloni, Nicola Montesi, Andrea Ricciotti, Tonino Tombolasi, Simone Animali, Giovanni Bettini, Michele Cerioni, Mattia Moroni, Alessio Bocchini, Lorenzo Ceccarelli, Alessandro Pasquetti, Luca Catozzi, Daniela Ameli, Susanna Cervi, Andrea Abbrugiati, Paola Giuliani, Giovanni Prezzemoli.

Da: Immagini e parole sull’affido familiare, a cura di Franca Morbidelli e Maria Patrizia Spinaci.  Edito dalla Regione Marche, Azienda USL n. 4 Senigallia in collaborazione con il Distretto Scolastico n. 6. Finito di stampare nel novembre 1999. pp. 105 – 122. Pubblicazione non commerciale.

 

PREMESSA

 

La nostra ricerca parte dal presente e, precisamente, dalle notizie che compaiono molto spesso sui quotidiani o da quelle  che giungono nelle nostre case tramite la televisione. Sono ormai sempre più frequenti ed agghiaccianti gli abbandoni o gli infanticidi: si ritrovano i bambini nei cassonetti delle immondizie, abbandonati al freddo sulle panchine pubbliche, lanciati dalle auto in corsa o, addirittura, nascosti nelle lavatrici.

Alcuni anni fa il Gruppo “Abele” di Torino, che si occupa volontariamente degli emarginati della società, in particolare del recupero di tossicodipendenti, ha avanzato la proposta, ripresa poi anche da altri, di ripristinare l’antica istituzione della Ruota, o Rota.

Anche ad Ostra c’è un vicolo, il vicolo della Rota appunto, che ci ricorda il luogo dove qui da noi, nell’antica Montalboddo, venivano abbandonati i neonati.

Mossi da queste sollecitudini, ci siamo recati nell’Archivio storico di Ostra per ricercare quale fosse la funzione di questa antica e benemerita istituzione.

 

IL VIA…CON DUE DOCUMENTI!

 

Nell’Archivio storico di Montalboddo (Ostra) abbiamo trovato due cartelle in cui sono contenuti i “processi verbali del custode dei trovatelli, ossia del portinaio della Ruota.

Eccone uno:

“Adì, 17 maggio 1821”

“Verso le ore tre della scorsa notte il custode de’ trovatelli, sentendo sonare il campanello della Rota ed aprendo lo sportello, trovò un infante di sesso feminino involto in una piagetella di filato bianca lucra (1) ed una strigia di panno pure lucrata per fascia, senza alcun segnio.

E verso le 9 del medesimo giorno fu portata a battezzare nella parochia di Santa Lucia (2) e fu posto il nome di Francesca, come nell’annesso certificato.

E non avendo altro da aggiungere è stato chiuso il processo verbale, firmato dal custode de’ trovatelli Domenico Pettinari”.

Tra i vari processi verbali del Custode degli esposti abbiamo trovato anche quest’altro illuminante documento:

“Regno d’Italia

  Dipartimento del Metauro”

“Montalboddo, oggi 30 maggio 1812.

In seguito del Rapporto verbale fatto dal Segretario Agostani, straordinariamente incaricato dell’adattamento e sistemazione della Rota, a torno, e del locale di abitazione del Condottiere de’ Trovatelli, al quale incombe il ricevimento o trasporto de’ medesimi all’ospedale degl’Esposti di Senigallia (…), il signore Cavaliere Claudj Costantino, Membro della Congregazione di Carità, di residenza nella presente settimana, accompagnato dal Segretario d’Ufficio, si sono recati al soppresso Monastero del Buon Gesù, in contrada la Boccetta, al Civico n. 173, dove presentemente è collocato l’Ospedale Civile degl’Infermi amministrato dalla Congregazione di Carità, e propriamente nel sito in primo chiamato Parlatorio Segreto, onde riconoscere se tutto era regolarmente eseguito, per quindi farne consegna al Custode Pettinari Domenico, e darne Rapporto Ufficiale al Sig. Vice-Prefetto.

Entrati dunque per la porta situata in principio della Fabbrica dalla parte della Chiesa, si sono ascesi tre gradini, che conducono in una camera di figura quadrilunga, ed osservata ivi la Rota a torno col suo campanello, chiusore, ed altro alla medesima annessa per ricevere gli Esposti, tanto nell’esterno che nell’interno della Camera suddetta; osservato ancora il foro praticato nel muro, sito tra la porta e la Rota, e la Rota col suo sportello, con chiave nell’interno della Camera fatta a guisa della Posta delle lettere, quale deve servire per ricevere le Carte, e le oblazioni spontanee de’ benefattori.

Osservato tanto la prima Camera che la Camera annessa, si è ritrovato essere stato il tutto eseguito con le Regole dell’Arte, ed essere adattissimo detto locale tanto per ricevere gli Esposti quanto comodo per l’Abitazione del Condottiere medesimo, conforme si osserva praticato negl’Ospedali de’ Paesi limitrofi, e massime quello di Senigallia, dal quale è stato desunto il Modello della Rota e copiata l’iscrizione posta sopra la medesima nell’esterno.

Terminate le osservazioni fatte nel locale, si è fatto chiamare Pettinari Domenico, Condottiere degli Esposti, il quale, dopo poco tempo, essendo comparso il sig. Claudj, membro della Congregazione di Carità, di residenza nella presente settimana, gli ha fatta la consegna del locale consistente in due Camere: la prima a pian terreno con porta, controporta, con chiavi e catorci, tanto per chiuderla esternamente che internamente, finestre con telari, vetri ed inferriata al di fuori posta nel luogo più alto della Camera; Rota a torno sita sotto la finestra per ricevere gli Esposti con suo sportello nell’interno, con catorcetto, incassatura con suo sportello e chiave per ricevere le Carte e le Oblazioni spontanee, la chiave della quale si conserva nell’Archivio della Congregazione di Carità, acciò possa secondo le occorrenze aprirla, e verificare mediante processo verbale gli oggetti che in essi ritrovansi, balaustra di legno, che fiancheggia la piccola scala d’ingresso.

La seconda Camera nell’interno della fabbrica, che prende luce da una piccola finestrina posta sopra la porta; questa ha due porte con sue serrature e chiavi, una delle quali corrisponde, nell’interno dell’Ospedale, vicino all’Ufficio dell’Economo Direttore.

Eseguita la consegna il sig. Claudj ha esortato il Pettinari ad essere attento, e vigilare nel disimpegno delle sue incombenze, e di non abbandonare il locale, e massime in tempo di notte, e nel caso, che per suoi affari dovesse assentarsi per qualche giorno dal Comune, debba sostituire soggetto idoneo al disimpegno del suo Ufficio, che deve essere approvata dalla Congregazione di Carità, ed eseguire puntualmente quanto è descritto nei Capitoli, di cui copia gli si rilascia, acciò la tenga sempre affissa nella detta prima Camera, a vista di tutti, avvertendo che, se o appositamente o per negligenza, commetterà qualche grave mancanza, sarà rimosso dall’Ufficio, e quindi ne sarà data parte alla Superiorità per le successive providenze (…).”

                                                                                             

L’ISTITUZIONE DELLA RUOTA

                                                                        B A S E

Dal 1808 al 1815 Montalboddo, come gran parte dell'Italia centro-settentrionale fece parte del Regno italico, dominato dai francesi di Napoleone Bonaparte, i quali, pur responsabili di numerosi furti di opere d'arte, cercarono di introdurre nel nostro Paese un governo ben organizzato in tutti i settori, specie nell'istruzione e nell'assistenza.

L’istituzione della Ruota a Montalboddo rientra, appunto, nell’assistenza, curata in ogni Comune dalla Congregazione di Carità, che riuniva tutti i precedenti enti assistenziali. Essa si trovava, interpretando attentamente il documento soprariportato, tra la porta d’ingresso della chiesa di San Rocco e il primo portale dell’edificio dell’Ospedale civile di Ostra. Non ci è stato possibile fare un sopralluogo, perché attualmente le due stanze descritte nel documento sono occupate come Cabina dell’ENEL e come stanza per i pannelli di comando dell’impianto elettrico dell’Ospedale.

Dal documento sembra che, precedentemente al governo del Regno Italico, non esistesse a Montalboddo la Ruota, tanto che per realizzarla si prese come modello quella di Senigallia.

Siccome nel 1810 era stato soppresso il Monastero del Buon Gesù o delle Clarisse, e le monache erano tutte partite fin dal luglio 1810. Nell’ex Convento era stato trasferito l’ospedale civile degli infermi, diretto dalla Congregazione di Carità. Ed è proprio lì che era stata sistemata la Ruota per accogliere gli Esposti, entrata in funzione il 30 maggio 1812.

 

CHE COS’ERA LA RUOTA?

 

La Ruota era un meccanismo “a torno”, ossia rotondo e girevole, a forma di cilindro e diviso in due parti: una rivolta verso la strada e l’altra verso l’abitazione del custode dei trovatelli; ambedue le parti erano riparate da uno sportello.

Sull’esterno, a fianco della Ruota, c’era una campanella che serviva per richiamare l’attenzione del custode. Inoltre c’era un “foro praticato nel muro a guisa della Posta delle Lettere”, “con suo sportello con chiave all’interno” che serviva “per ricevere le Carte e le oblazioni spontanee de’ Benefattori”.

Sul muro, all’esterno, era stata riportata “l’iscrizione posta sopra” la rota di Senigallia, che recitava così:

IMPIUS UT CUCULUS GENERAT PATER ATQUE RELINQUIT QUOS LOCOS INFANTES EXCIPIT ISTE NOTHOS (3).

(“Empio come il cuculo, il padre genera ed abbandona in luoghi solitari i figli che codesta (Ruota) accoglie come illegittimi”).

Si sa che il cuculo non costruisce un proprio nido, ma depone le uova (sino a venti) in altrettanti nidi di uccelli appartenenti ad altre specie, quali pettirossi, cince, pispole, beccafichi. L’implume che ne nasce espelle dal nido le uova e gli altri pulcini, cos’ da concentrare in sé tutte le cure dei genitori adottivi, i quali continuano ad alimentare l’esigentissimo intruso anche quando esso ha raggiunto di gran lunga una taglia superiore alla loro.

Questa frase, incisa sopra la Ruota, punta il dito non contro le madri che abbandonano i propri figli, ma contro l’irresponsabilità del padre che, dopo aver generato un figlio, lascia nei guai la donna con la sua creatura.

Diverse erano le scritte sovrastanti le ruote. Ad esempio, quella di Fermo, che evidenziava la bontà della istituzione della ruota:

SUSCIPIT HIC PIETAS QUOS ABIECERE PARENTES  (4).

(“La Pietà accolga qui quelli che i genitori hanno abbandonato”)

                                                                                   

IL TRASFERIMENTO DELLA RUOTA

 

Nel 1815, caduto il Regno Italico con la sconfitta definitiva di Napoleone, le Marche ritornarono a far parte dello Stato Pontificio, per cui gli Ordini religiosi soppressi ritornarono in possesso dei loro beni.

Anche le Monache del Buon Gesù tornarono a Montalboddo e riebbero il loro convento. Così l’Ospedale Civile degli Infermi e la Ruota dovettero cambiare sede.

Dai documenti si ricava che, dal 1817 in poi, la Ruota si trovava in Contrada San Gregorio n. 42: probabilmente tale contrada corrisponde all’attuale “Vicolo della Rota”: in questo caso è verosimile che si trovasse in una delle case abbattute per far spazio all’attuale recente costruzione che ospita il supermarket “CRAI”, che ha l’ingresso in via Riviera di Ponente.

 

DOVE VENIVANO LASCIATI GLI ESPOSTI 

 

Abbiamo esaminato, sia pure rapidamente, 105 documenti che vanno dal 1812 al 1827.

In questi risulta che la maggior parte dei neonati veniva deposta nella Ruota specie nelle ore notturne.

Governo Pontificio

Montalboddo 4 maggio 1818

“Verso le ore due della notte scorsa, il Custode de’ Trovatelli, Pettinari Domenico, sentì sonare il campanello della Rota in contrada San Gregorio, al civico n. 42 e, aprendo lo sportello della suddetta Rota, ritrovò un infante di sesso femminino, involto in una copertella di lana verdone, tutta lacera e con una copertella di panno bianco alquanto lacero, senza alcun segno; la quale fu posta da ignota persona che non potè vedere perché sparì prima che egli si affacciasse alla porta. Toltola dalla Rota, dopo le ore otto della matina la recò a batezzare nella Parochia di S. Lucia, dal quale fu posto il nome di Maria Lucia. Dopo di che, non essendo altro da aggiungere, è stato chiuso il processo verbale firmato dal Custode de’ Trovatelli Pettinari Domenico”.

Nei primi tempi, sembra che non tutti quelli che si recavano alla Ruota sapessero dove bisognava lasciare il bambino. Capitò pure che qualcuno, anziché porlo al riparo nella Ruota, lo lasciasse all’aperto:

“La notte del 3 aprile, alle ore tre circa antimeridiane, fu esposto un infante di sesso feminino, nato da poche ore, alla porta della casa di abitazione del nominato conduttore de’ trovatelli; questi, accortosi di ciò, accorse immediatamente a togliere la povera creatura da tale situazione, e la ritrovò tutta bagnata di acqua, perché pioveva, ed in pericolo della dirotta pioggia d’esser affogata. Il nominato Pettinari, condottiere de’ trovatelli, prega alla Congregazione a prendere quelle misure, che crederà del caso per rimediare a tale disordine, che potrebbe una volta cessare la vita a qualche povera ed innocente creatura”.

La Ruota era molto comoda per gli abitanti della città; gli abitanti delle campagne, invece, preferivano abbandonare i neonati presso altre case di campagna, forse perché temevano di essere scoperti mentre percorrevano il lungo tragitto verso il paese.

Spesso gli infanti erano lasciati nel forno, situato fuori casa, perché così si riparavano meglio dal freddo:

“Verso le undici si è portato da me Giovanni Barboni, che ha trovato nel forno la esposta dentro un canestrello, involta in una piagetella bianca lacera”.

Ben più dura fu la culla dell’esposta Anna Pellegrina:

“Silvestro Mancini dice che nella scorsa notte fu chiamato e lui rispose: - Chi va là? – Fu risposto: - Tieni a conto questa anima! – Si afaciò e vide una creatura sopra certi sassi che piangeva, senza vedere nessuno che ce l’abbi posta.  Subbito la andò a prendere e vi trovò sopra alla medesima una cartina, dove dice che la creatura è stata battezzata in casa ed è nata il 12 corrente, circa le ore diciassette. La medesima era involta con una copertella di colore miscia e una piagetella bianca”.

A volte il neonato veniva lasciato sul letto del biroccio, che normalmente era riposto nella capanna.

“Tomasso Massi detto Tamburo, insieme con Maria sua moglie…dice che verso le tre ore della notte fu chiamato due volte e gli disse che tenesse a conto quest’anima. E lui si alsò e notò che dentro al letto del biroccio vi era un cestino tutto fragido con un poco di paglia, e dentro al medesimo vi era esposto e involto con una piagetta di bigello nera e una bigelletta bianca lacera ed una stigia per involgerla e un pezzòlo di carta, dove dice di essere stato battezzato in casa e il giorno susseguente fu portato a battezzare sotto condizione nella Parochia di S. Lucia e gli fu posto il nome Fortunato”.

Più spesso l’infante veniva lasciato, semplicemente ai piedi delle scale o davanti alla porta delle case di campagna:

“Emma Schiaroli…dice che verso le ore quattro…fu chiamata e gli disse - Tenete a conto quest’anima! – Si afaciò e vidde a piedi delle scale un esposto lavoricchiato in una straccia bianca e un’altra di rigatino tutto alquanto lacero…”

“Margherita, moglie di Giuseppe Paradisi…disse che la notte del 15 alle ore tre circa antimeridiane sentì bussare alla sua porta e sentì una voce, dalla quale non potè rilevare che cosa aveva detto. La suddetta Margherita poi, affacciata, si accorse che vi era ai piedi della sua porta la soprannominata infante, senza poter conoscere chi l’aveva lasciata…”.

“Giovanni Busti portò da me un esposto, dove dice che la scorsa notte, verso le ore 4, fu chiamato e gli disse – Tenete a conto quest’anima -. E aprendo la porta di casa trovò un canestrello con un poco di paglia e dentro vi era un esposto di sesso masculino, involto con una piagetta bianca, e con una fascia lacera, infasciato senza alcun segnio…”.

Sempre in campagna si usava spesso abbandonare l’infante in un canestrello di vimini: a “Sebastiano Giuliani contadino…verso le ore cinque gli fu bussato alla porta, e rispondendo gli disse che tenesse a conto quest’anima. Alzandosi e aprendo la porta trovò un infante dentro un canestro di vetrica, involto con panni di lana negra alquanto laceri e una strigia bianca lacera e senza alcun segnio…”

Per chi abitava fuori città c’era anche il convento dei Cappuccini, dove poter abbandonare un neonato:

Verso le otto si portò da me Giuseppe Pettinari, garzone dei RR. PP. Cappuccini, con un infante; dove disse che verso le ore sei e mezza sentì sonare il campanello del Convento e disse: - Chi va là? – Sentì rispondere: - Tieni a conto quest’anima! -. Aprì la porta e vi trovò un cestino e dentro al medesimo vi era un infante involto con stracci bianchi ed altri colorati senza alcun segno…”.

                                                                             

 COME ERANO VESTITI GLI ESPOSTI?                                                                                                    

                                               

Solitamente gli infanti erano abbandonati nella ruota coperti e fasciati solo con pochi stracci. Era una eccezione che il bambino fosse deposto nella ruota entro un piccolo cesto.

Maria Annunziata fu lasciata nella ruota “involta con panni bianchi alquanto laceri con un cestino di vetrica con paglia e con un pannolino bianco lacero; aprendo la porta (della Ruota), trovò un canestrello con un poco di paglia, e dentro vi era un esposto di sesso mascolino involto con una piagetta bianca, e con una fascia lucra, infasciato”.

Le semplici descrizioni, redatte dal portinaio degli esposti nei suoi verbali, suscitano una profonda pietà:

“…ritrovò un infante di sesso mascolino involto con una striscia con un pizzo straccia quasi tutto nudo”.

“…rilevò un infante di sesso feminino, involta con una piagetta bianca di panno alquanto lacera ed un pezzo di fascia tutta cencia”.

“…involto con una salvietta in opera alquanto lacera e per fascia una salvietta strigliata della padanella…”.

“…involto con un pezzo di salvietta tutta lacera…”.

“…involto con una piagetta bianca ed una di lana colore nericcio, per fascia una strigia di panno a spina tutto lacero, in testa una scuffia con trico rigato contornata con due stridette di mosolina bianca…”.

“…involta con una straccia e una strigia di panno tutto lacero, in testa una pacca di fazzoletto fiorato rossa e gialla tutta stracciata…”.

“…involto con piagetta lugre, da capo un falpalà (5) con refe (6) torchino, con una fascia lacera…”.

“…involta con una piagetta bianca alquanto lacera ed una straccia di lana verde con tutte pezze e varie di lana bianca e per involgerla un pezzo di merletto”.

Sono di numero assai minore i neonati che venivano abbandonati con indumenti che denotavano un certo decoro o per un maggior legame d’affetto e di rispetto verso di loro o per la migliore condizione della loro origine:

“…involta con una piagetta bianca in buono stato ed una fascia tutta cordonata con una camicetta di mosolo pur buona e sotto la testa un guanciale con penne…”.

“…involto con una piagetta bianca con il falpalà da capo alla medesima ed una di lana verde in buono stato, la fascia parimenti in buono stato con una pacca di fazzoletto in testa di mosolo fiorato lacero…”.

“…involto con una piagetta bianca ed una di lana colore di tabacco, e una fascia in buono stato; in testa una cuffietta con tre fioretti, nell’intorno della medesima con un merletto…”.

“…involta con pannolini bianchi ed una copertella colore caffè…”.

Se riflettiamo sulle due situazioni, quella dei neonati provenienti dalle famiglie più povere e quella degli abbandonati magari da famiglie benestanti, sono proprio questi ultimi a suscitare in noi una maggiore avversione nei confronti del gesto innaturale dell’abbandono. Infatti, per i primi le condizioni di vita cambieranno ben poco: poveri erano e poveri resteranno; per i secondi, invece, ai quali sarebbe dovuta spettare un’esistenza più tranquilla, almeno economicamente, si può dire che la fortuna abbia proprio voltato le spalle al momento della loro nascita. In realtà agli esposti, abbandonati con stracci o con stoffe ricamate, veniva a mancare la ricchezza principale per ogni bambino: l’affetto incondizionato dei loro genitori.

 

I SEGNI DELLA SPERANZA

 

Abbandonare un figlio nella Ruota, in un forno, sul letto di un biroccio o in un convento è una decisione che nasconde un dramma, soprattutto quello di una madre che ha sentito per mesi “scalciare il suo bambino”, che non vedeva l’ora di uscire alla luce del sole. In alcuni casi la madre non rinunciava alla speranza di potersi riprendere un giorno il proprio bambino, magari divenuto nel frattempo grandicello. Per questo, in diversi neonati abbandonati, si ritrovavano degli oggetti che avrebbero potuto servire per un riconoscimento futuro.

Il custode della Ruota era tenuto, per questo, a verbalizzare minuziosamente tutto ciò che trovava addosso all’esposto.

Abbiamo ritrovato, nei documenti esaminati, diverse situazioni simili. A volte si tratta di semplici biglietti, in cui è annotato il nome o l’avvenuto battesimo del bambino:

“…schedola attaccata al neonato dove c’è scritto che era battezzato in casa ed era stato posto il nome di Antonio. Il bambino è morto ed involto in un pezzo di panno bianco”.

“…aveva nel petto un foglio sul quale era scritto che era già stata battezzata con il nome di Anna. Aveva dei panni bianchi lugri, una copertella di lana color cannella ed altri panni di lana. Aveva dovuto patire molto nella nascita; dopo alcuni momenti morì”.

“…involto con pannolini bianchi lugri e in testa un pezzo di panno grezzo e sopra al medesimo ci era un bolentino che dice che era stato battezzato in casa…”.

“…involta con una piagetta e con una copertella e con un biglietto dove dice di battezzarlo con il nome di Bibiana”.

“…avendo trovato indosso un viglietto (7) con il nome di Paolino Animali”.

Quest’ultimo bambino verrà battezzato con il nome di Bartolomeo Paolino Animali. Fa meraviglia questo cognome inserito nel biglietto e, poi, aggiunto al nome di battesimo. Il fatto potrebbe far supporre che la mamma abbia voluto rivelare il nome e il cognome del vero padre il quale, una volta concepito il figlio, non aveva voluto, probabilmente, saperne più nulla.

Per sei bambini abbandonati abbiamo trovato dei veri e propri contrassegni, messi evidentemente per un futuro e sperabile riconoscimento:

“…ritrovò un infante di sesso feminino, involta con una piagetella di lana color cannella, lacera, ed una straccia di panno bianco con una medaglia di ottone, incatenata con cinque aceni di corona e coccho sopra la medesima…”.

“…ritrovò un infante di sesso feminino, involto con panni laceri, con indosso un rosarietto e da piedi una crocettina di argento piccola…”

“…trovò un infante di sesso mascolino, involto con panolini bianchi in bono stato, con un cordellino di seta turchino intorno al collo, dove tiene un mezzo paolo tagliato…”.

“…trovò un infante di sesso mascolino con una piagetta bianca e una di lana negra a refe, un pezzo di robba bianca involta nella testa con una strigia di panno nudo a uso di fatica, e nel collo un filo bianco con una medaglia piccola di argento, tagliata coll’impronta da una parte la Madonna di Loreto e dall’altra un Enfante ove è posta la lettera s = o…”.

“…con una corona di legno con una crocetta da piedi di ottone con l’insegna da una parte del Crocefisso e dall’altra la Concezione…”.

“…con un rosario al collo di vetro e sei acini di coccho con mezza medaglia di ottone, non potendo conoscere cosa rappresenta perché è tagliata in mezzo, ed una crocetta di stagno: da una parte vi è inciso l’immagine di Gesù Cristo e dall’altra forma un’altra croce…”.

Tutti questi oggetti, registrati puntualmente, accompagnavano l’esposto al brefotrofio o ovunque fosse stato destinato, in modo da facilitarne un futuro riconoscimento.

                                                                                   

QUANTI BAMBINI ERANO ESPOSTI?

 

E’ difficile dare una risposta precisa a questa domanda per quanto riguarda gli esposti nel territorio del Comune di Montalboddo, perché la ricerca è stata svolta molto in fretta e i dati a disposizione, pur essendo numerosi, non sono sempre coincidenti e, spesso, sono relativi a periodi diversi.

Per i bambini abbandonati e portati alla Ruota, il dato più sicuro sembra quello ricavabile dai registri di Battesimo della parrocchia di Santa Lucia. Abbiamo esaminato frettolosamente un solo registro, che va dal 1814 al 1832. In quel periodo, di diciannove anni, i figli di “genitori incerti o ignoti”, ben in evidenza perché indicati dal disegno di una mano con l’indice puntato, sono 156 su un totale di 987 battezzati nella stessa parrocchia, nel medesimo periodo. Si ha una media di 8 esposti l’anno, con la punta massima di 19 bambini nel 1819 e la minima di 3 illegittimi nel 1828.

I dati per gli anni successivi, ricavati dai registri del Brefotrofio di Senigallia, confermano all’incirca questa media: dal 1847 al 1852, ad esempio, vi furono inviati da Montalboddo 41 esposti.

La percentuale degli illegittimi, rispetto ai figli legittimi, nella parrocchia di Santa Lucia, in quell’arco di tempo è molto alta, perché supera il 15%. Evidentemente non può essere una percentuale che si riscontra in tutte le parrocchie, perché gli esposti venivano probabilmente tutti battezzati nella parrocchia di Santa Lucia. Sarebbe da controllare se esistono o meno battezzati illegittimi nei registri delle altre parrocchie montalboddesi.

 

PORTINAIO, CUSTODE E CONDOTTIERE

 

Nel periodo compreso tra il 1812 e il 1822, prima presso l’ospedale e poi in contrada San Gregorio, l’addetto alla Ruota era Domenico Pettinari, chiamato “portinaio”, “custode” e “condottiero dei trovatelli” (8).

I tre termini con cui veniva indicato l’addetto alla Ruota, chiariscono i suoi compiti: come “portiere” doveva ritirare il neonato dalla Ruota, come “custode” doveva averne cura e portarlo a battezzare, come “condottiero” doveva condurlo al brefotrofio di Senigallia. Non abbiamo documenti che ci dicano con precisione quale compenso ricevesse per queste mansioni, oltre a quello di godere dell’alloggio gratuito della casa in cui era collocata la Ruota.

Il podestà Menchetti, il 7 febbraio 1813 gli dà alcune disposizioni a cui dovrà attenersi.

“D’ora innanzi sarà di lei obbligo di farmi conoscere lo stato di ciascun esposto, od esposta, che le verrà presentata, e perciò pria che questi vengano inviati all’Ospedale di Senigallia.

Quindi, appena ricevuti tali infelici, li dovrà presentare a questi signori Medico e Chirurgo, perché essi verifichino il loro stato, massime se siano in grado di essere trasportati, facendosi per tale oggetto rilasciare una dichiarazione, che vaglia a far conoscere la situazione dell’esposto.

Finalmente ella dovrà marcarmi quale sia il soggetto che deve trasportare l’esposto nell’Ospedale in Senigallia.  Di tutto ciò io la rendo strettamente responsabile. Intanto mi accusi ricevuta della presente, e godo salutarla con stima”.

Nella risposta il Conduttore degli esposti Domenico Pettinari fa presente che rispetterà tali disposizioni, ma aggiunge:

“…mi dichiaro e mi protesto di non voler soggiacere ad alcuna spesa di più di quella che ora incontro per tali infelici, ossia per mantenerli dei giorni in questa Comune, allorquando non siano in istato di essere trasportati, ossia per qualunque altro motivo, perché il mio assegno l’è ristrettissimo e le mie circostanze non permettono di fare degli impronti, che poi chi sa quando ne sarei rimborsato”.

Così andavano le cose durante il Regno Italico: il custode dei trovatelli ritirava l’infante dalla Ruota o l’accoglieva da chi glie lo consegnava, e lo portava a battezzare nella parrocchia di Santa Lucia che, nel frattempo, si era trasferita per la prima volta nella chiesa di San Francesco (50). Lo faceva, poi, visitare o dal medico o dal chirurgo, quindi presentava il caso al podestà che ne ordinava la spedizione a Senigallia, o molto raramente, l’affidamento ad una balia del luogo.

 

IL REGOLAMENTO PER IL TRASPORTO

 

Per il trasferimento degli esposti dai luoghi di raccolta ai brefotrofi, il Governo Pontificio, il 2 agosto 1822, emanò un regolamento apposito:

1.    “In ogni Comune, come già si pratica da taluni, dovrà esserci una persona onesta e diligente incaricata di riunire gli esposti e trasportarli al Conservatorio.

2.    In ogni Comune dovrà provvedersi un canestro o culla volante foderata all’intorno con guanciale, con coperchio adatto talmente che garantisca gli esposti dalla soverchia agitazione nel viaggio e dalle intemperie dell’aria. Il conduttore dovrà portare il canestro pendente dalle spalle e non si dovrà mai azzardare di portarlo sulla testa. Egualmente il trasporto non dovrà mai avvenire in giornate estremamente cattive e quando l’esposto sia gravemente malato. Mancando il Conduttore a queste prescrizioni sarà punito col massimo rigore.

3.  Il deputato dirigendo l’esposto all’Istituto lo accompagnerà con lettera, nella quale si esporrà:

a)    l’epoca dell’esposizione;

b)    quanto riguarda il battesimo, accludendone la fede;

c)    una succinta descrizione de’ panni co’ quali l’esposto è coperto;

d)    il nome e cognome di chi lo conduce;

e)    se l’esposto avrà qualche segno o schedola il deputato comunale dovrà accludere il tutto nella lettera non consentendo che questi distintivi rimangano in mano al conduttore perché facilmente si perdono e si potrebbe ancora cambiarli maliziosamente.

f)     se l’infante venne esposto senza i panni necessari, il deputato lo provvederà dell’occorrente a spese della Comune per garantire la vita e la salute;

g)    il deputato dell’Istituto attesterà il ricevimento degli esposti con l’opportuno ed indicherà il numero, con cui verranno successivamente descritti nel Registro Generale.

Questi riscontri saranno conservati per facilitare le ricerche ad ogni occorrenza” (10).

Quasi tutte queste prescrizioni le abbiamo viste rispettate a Montalboddo anche prima dell’emanazione di questo regolamento: evidentemente si tratta di una conferma o precisazione di norme che assorbivano le migliori consuetudini praticate nelle varie zone dello Stato Pontificio.

Oltre alla simpatia che si prova nel leggerle, queste disposizioni ci fanno riflettere sulla difficoltà dei viaggi in quel tempo, anche per le persone adulte e in salute. Se si pensa poi, che un bambino di appena un giorno di vita deve sottoporsi, sebbene trasportato in spalla, ad un viaggio così lungo e con qualsiasi tempo, sia d’estate sia d’inverno, si comprende chiaramente come la vita di questo piccolo sia messa a repentaglio.

                                                                          

L'ACCOGLIENZA A SENIGALLIA

 

Gli esposti del territorio di Montalboddo, dopo il battesimo e il benestare del podestà (obbligatorio, questo almeno nel periodo del governo italico), venivano condotti dal Custode, detto anche “Condottiere dei Trovatelli”, a Senigallia e, precisamente, all’Ospedale degli Infermi e degli Esposti di Santa Maria della Misericordia”.

Qui venivano accolti solo se erano muniti di tutti i documenti, compreso quello di battesimo. Lo capì anche la “mammana”, quando vi inviò Antonio Perlini con un esposto, che i dirigenti del brefotrofio respinsero “per non avere la fede di battesimo e le carte del Custode dei Trovatelli”.

Nel brefotrofio c’erano varie “lavoratrici” che si prendevano subito cura dei neonati e vi trattenevano i bambini che avevano evidenti malattie o erano in condizioni precarie di salute.

Per allattare questi c’erano delle balie interne, che erano puerpere che avevano perduto il figlio o madri illegittime per le quali l’autorità giudiziaria aveva disposto la clausura in brefotrofio insieme al proprio figlio (11).

Appena arrivati, i bambini che stavano bene venivano consegnati a balie esterne, che li curavano ed allattavano in casa propria, in cambio di un compenso.

 

SCARSA SPERANZA DI VITA

                                                

In quel tempo le speranze di sopravvivenza per un neonato comune erano di poco superiori al 60%, per gli esposti erano di gran lunga inferiori.

Le cattive condizioni di trasporto, quando il bambino aveva uno o due giorni di vita, o l’assenza generalizzata di garanzie igieniche e sanitarie facevano sì che la mortalità degli esposti raggiungesse livelli eccezionali.

Le malattie più frequenti riscontrate tra i bambini del brefotrofio erano la rogna, la scabbia e altre dermatosi, i vermi, le malattie polmonari, sifilide e febbri in genere (12).

Secondo i dati dell’Ospedale degli Infermi e degli esposti di Senigallia, tra il 1817 e il 1819, si assistè ad una media altissima di morti tra gli esposti. Quelli, infatti, erano anni di carestia e di tifo petecchiale.

Normalmente la mortalità dei bambini affidati a balia si aggirava tra il 50 e il 65%, molto più alta era la mortalità degli esposti trattenuti nel brefotrofio. Ciò è spiegabile perché vi erano ospitati i bambini che si trovavano in peggiori condizioni di salute.

Nel quinquennio 1815-1820 si riscontra la media più alta di mortalità, circa l’81%, con la punta massima nel 1818: il 91%.

Nel 1866 si assiste ad una vera ecatombe: su 32 bambini ricoverati nel brefotrofio ne muoiono 32, ossia tutti (13).

 
CONCLUSIONE

                                                 

La ricerca deve terminare qui: in dieci ore di laboratorio non avremmo potuto fare di più. Eppure sarebbe interessante indagare sui motivi o sui drammi che spingevano tante donne ad abbandonare le loro creature; saremmo stati curiosi di seguire il corso della vita di qualcuno di questi poveri esposti sopravvissuti.

Chissà che cosa avranno fatto? Si saranno fatti onore nonostante l’umiltà della loro origine? Qualcuno avrà avuto fortuna come l’esposta Virginia Augusta Dondini che ritornò contessa, tale e quale era nata? Qualcuno sarà diventato famoso, come Assunta Carlini, la mamma di S. Maria Goretti, che fra l’altro è stata affidata per cinque anni, dal 1867 al 1872 ad una balia montalboddese, Santa Pacenti?

La ricerca, però, non ci è stata inutile, perché ha suscitato in noi una grande curiosità, sia leggendo i documenti, sia andando a visitare i luoghi nominati dagli stessi. Così, presto, la curiosità si è trasformata in un profondo senso di coinvolgimento nei problemi di tante povere mamme e di altrettanti ancor più penosi esposti, non solo alle intemperie, ma anche ai pregiudizi del mondo.

Abbiamo capito che la Ruota, voluta dai governanti di un tempo, quando c’erano tanta miseria e ignoranza, ha avuto l’importante funzione di accogliere tanti “infelici”, di dare loro una possibilità di sopravvivenza.

Non sappiamo se oggi la Ruota avrebbe ancora una sua validità; certamente potrebbe costituire un punto di riferimento per quelle coppie che volessero, ad ogni costo e contro ogni legge di natura, sbarazzarsi delle loro creature. E se la Ruota riuscisse a salvare anche una sola vita, varrebbe la pena di rispolverarla.

I documenti, mostrandoci tanti poveri bambini indifesi, avvolti in miseri cendi e deposti in canestrello con un po’ di paglia, non solo hanno suscitato in noi tanta tenerezza, ma ci hanno anche spinto a riflettere. Spesso non ci accontentiamo e riteniamo di essere sfortunati, ma non ci accorgiamo che la cosa più bella che ci sia mai potuta capitare è l’essere nati in una famiglia che ci vuole bene.

E vorremmo che tutte le mamme e tutti i padri comprendessero che ogni figlio, naturale o adottivo, costituisce, in ogni caso, una gioia e una ricchezza per i suoi genitori, e per tutti.

 

Bibliografia

 

Orienti Isabella, Gli esposti a Senigallia nell’Ottocento, in “Proposte e ricerche”, n. 16, Ostra Vetere 1986.

 

Palombarini Augusta, Sedotte e abbandonati, in “Quaderni monografici” di “Proposte e Ricerche”, n. 12, Ostra Vetere 1993.

 

Fonti

 

A.C.M. = Archivio Comunale di Montalboddo: Esposti.

Archivio Parrocchiale di Santa Lucia: Registro dei battesimi: 1814 – 1832.

 

Note

 

Sono state qui ricopiate soltanto le note “vere”, mentre i riferimenti documentari rimangono nel libro originale citato che, in tutti i casi, consigliamo nella sua interezza (n.d.r.).

 

(1) (lucra). Lugrata, ed anche lugra significano, nel dialetto ostrense antiquato, consumata, logorata.

(2) La parrocchia e chiesa di Santa Lucia si trovava lungo l’attuale via A. Gramsci, dove ora c’è il negozio di Dionigi Fernando.

(3) I. Orienti, op. cit.nella presente bibliografia, nota n. 7.

(4) A. Palombarini, op. cit nella presente bibliografia, p. 42.

(5) felpalà sta per falpalà, ossia una straccia di stoffa increspata e pieghettata, che orna sottane, tende o simili.

(6) refe è un filo di lino o di canapa, molto forte, usato per cucire.

(7) viglietto, sta per biglietto. Il custode de’ Trovatelli, Domenico Pettinari, per il suo tempo, era una persona che sapeva scrivere, ma non era un grande letterato: nei suoi verbali ci sono parecchie sviste ortografiche, sia pure relative all’italiano di quel tempo.

(8) A.C.M., Esposti, doc. in data 20 agosto 1822: “avendo servito per il lasso di dieci anni circa…amerebbe un certificato di buon servizio…(firmato) Domenico Pettinari.

(9) A.C.M., Esposti, doc. in data 16 luglio 1813, che recita così: li recò a battezzare nella chiesa di S. Francesco, ov’è traslocata la parochia di S. Lucia.

(10) A. Palombarini, op. cit. p. 48.

(11) A. Palombarini, op. cit. p. 69-70.

(12) A. Palombarini, op. cit. p. 31.

(13) I. Orienti, op. cit. pp. 73, 74, 81.

 

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