LUCIO TOTH

 

 

MA ESISTE L’ ITALIA?

 

 

 

 

Un Paese spaesato. Ogni giorno si aprono crepe nuove nell’edificio istituzionale degli italiani. L’antipolitica prevale dando sfogo al populismo e al qualunquismo che l’Italia ha già  conosciuto nei suoi momenti peggiori. Ma se si va indietro nel tempo, cercando le origini di queste crepe ormai così vistose, non è facile fermarsi agli ultimi anni. Da una elezione politica all’altra, da un referendum all’altro, da un assassinio politico all’altro, si arriva facilmente agli anni ’70. Dalla prima metà  di quegli anni fino alla fine, all’ omicidio di Aldo Moro e della sua scorta.

Erano gli anni di piombo, subito dopo la strage impunita di Piazza Fontana, e della crisi energetica, dalla quale economicamente il Paese non si è mai risollevato completamente, accumulando ritardi rispetto alle altre democrazie occidentali, che da crisi analoghe sono riuscite a venir fuori.

Perchè alle ragioni obiettive delle crisi del capitalismo occidentale ed europeo in particolare si aggiunge in Italia una non so quale incapacità  decisionale, un peccato originale che stronca, nel giuoco perverso dei veti incrociati, i tentativi di rinnovamento del sistema economico-finanziario e di riforma del sistema politico.

Negli anni ‘80 ci provò Craxi e sappiamo come è andata a finire. Se ne è andata la Prima Repubblica, travolta da un’ ondata di giustizialismo senza che nascesse veramente la Seconda. E senza che si risanassero i mali della corruttela del ceto politico e degli intrecci tra i poteri forti e le istituzioni. Senza che si risolvesse il degrado delle regioni dominate da mafie e camorre. Anzi il tumore si è esteso risalendo lungo lo Stivale.

E ciò malgrado la resistenza della società  civile e delle sue energie produttive, che non si sono fermate impedendo al Paese di precipitare nell’ arretratezza e nel declino.

Di nuovo le parole in libertà  della Lega minacciano guerre di liberazione facendo strappare le vesti ai custodi dell’unica Liberazione accertata e consentita dalla conventio ad excludendum del patto costituzionale del 1948.

E invece è proprio là, da quelle parti della nostra storia, il vizio di fondo della democrazia italiana, il peccato originale che ne mina le fondamenta e la rende più fragile delle altre democrazie europee. Non solo la Spagna è uscita dal franchismo alla luce di una democrazia matura, con un’ alternanza fisiologica. Anche la Grecia e il Portogallo si sono lasciati alle spalle dittature militari o paramilitari; le loro mezze-democrazie con le prigioni affollate di detenuti politici.

 

La Francia si può permettere un Sarkozy, un uomo di destra che più di destra non si può, e che fa iniziare l’anno scolastico con la lettura in ogni aula della Repubblica delle ultime parole di un condannato a morte della Resistenza.

E noi abbiamo a che fare con gli show di un Grillo qualunque! E tremano politici e giornalisti. Che non cada in pezzi la Casta vituperata, alla cui ombra sono cresciuti.

E’ strano dover constatare che c’è una piccola data,  piccolissima agli occhi di quasi tutti gli italiani. che si colloca a metà  degli anni ‘70: il c.d. trattato di Osimo del novembre 1975. Singolare coincidenza quel cedimento di sovranità  nazionale nel pieno della lotta contro le Brigate Rosse e gli altri terrorismi di destra e di sinistra, e anche forestieri (ma questo non si deve dire).

Che al fondo della crisi dello Stato democratico ci sia un deficit del senso di appartenenza alla Nazione?

Fino a che punto la ferita dell’ 8 settembre 1943 è penetrata nell’ animo degli italiani? Fino a che punto è stato ripudiato il mito del Risorgimento, su cui si fonda l’unità  nazionale? Fino a che punto le menzogne sul «secondo risorgimento» hanno finito per seppellire quanto di buono si poteva tirar fuori dalla guerra di Liberazione? Può un Paese vivere con una bandiera che rappresenta cose nelle quali non crede più nessuno? Come? Non erano bargamaschi, bresciani, varesini gran parte dei Mille di Garibaldi? E adesso sono loro, non i meridionali, borbonici e lazzaroni, a voler gettare nel cesso il tricolore!

Al suono della Marsigliese ogni francese raddrizza la schiena e gonfia il petto. Anche i nostalgici dei gigli dei Borboni e i patiti delle Crociate! Non così da noi, preoccupati tutti delle loro radici ideologiche, cui restare abbarbicati per sempre.

Il resto del mondo è cambiato intorno a noi. Il dopoguerra del secondo conflitto mondiale è finito per tutti. Solo noi continuiamo a ragionare secondo schemi ideologici morti da decenni, alla luce fioca di miti gessificati negli anni tra il 1944 e il 1947, assai più triti ed inutili dei miti risorgimentali.

E alla crisi degli anni ‘70 le democrazie occidentali hanno reagito rinnovandosi vigorosamente: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, in Francia e in Germania. I Paesi anglofoni ci sono arrivati per primi. Sono duecento anni che arrivano sempre prima a capire il corso della storia. Ma anche gli altri Paesi europei hanno finito per cambiare, rinnovare, costruire strade e gallerie, dotarsi di risorse energetiche adeguate.

Dagli anni ‘70, quando bisognava cambiare, l’Italia è ferma. La sua creatività  si è inaridita: nel cinema, nel teatro, nella musica. Ogni elemento di identità  nazionale è caduto. Oggi dall’inglese si è passati allo spagnolo, senza nemmeno avere imparato il primo. C’è¨ sempre una lingua dominante per la quale rinunciare a parlare in italiano. (E dire che a Fiume, “ dove anca el più sempio omo saveva cinque lingue” si diceva alla morosa: «Cantime Rita in italian»).

Fra un poco sarà  l’arabo.

Era un’ identità  nazionale, uno scatto di orgoglio per il proprio passato, una fierezza per la propria cultura, un’ accettazione della propria storia controversa, quello che noi, italiani del confine orientale, volevamo ritrovare con il Giorno del Ricordo.

Ricordare agli italiani quanto aveva sofferto chi questa Italia aveva amato e da essa, ricongiuntisi per ultimi, per primi ne erano stati staccati. Era un modo, quella Legge n. 92 del 2004, per riconciliare gli italiani con se stessi, restituire loro una patria in cui credere, una bandiera per la quale vivere e magari morire.

E c’è infatti chi per questa bandiera continua a morire, in Irak o in Afganistan. Com’è che la politica non si accorge che c’è ancora qualcosa nel cuore degli italiani che li tiene uniti? Non avverte che sotto i problemi della convivenza civile, della crescita economica, della riforma delle istituzioni, della concordia tra i partiti e le varie regioni della Penisola, c’è un bisogno di identità, di amore per la nazione, di stima per se stessi e di fiducia nel futuro?

 Lucio Toth

 

"Difesa Adriatica", Novembre 2007.

Copiato dal Notiziario di Stebomba sul Confine Orientale, n. 566.

 

 

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