
Mosca, stralcio di panorama |
Ecco, l’oblìo…
Ricordate, non è passato poi così tanto tempo, forse la prossima volta non è affatto lontana ma di quel che avvenne in Russia negli ultimi due anni oggi non si parla più.
Se è comprensibile che l’ Europa, occupata com’ è con la sua ormai grave crisi economica, e interessata, almeno così dicono i media, alle attualissime Elezioni in Iraq, tenda a dimenticare quanto avviene nel territorio della Confederazione Russa, meno si capisce, con occhi “occidentali” perché gli avvenimenti di Mosca, della Cecenia e di Beslan giacciano oggi sotto un velo di oblìo.
Ci sono, in Russia, antiche tradizioni per le quali gli avvenimenti, se non toccano la propria cerchia familiare, sono sempre lontanissimi e vengono accantonati nel breve volgere di pochi giorni.
Questo deriva dalla Storia. Ai tempi degli Zar, la gente lottava per assicurarsi il pane, per la grande maggioranza; altri, pochi, tentavano la scalata al potere; quello economico, si intende, perché quello politico stava tutto in poche, forse in un paio, mani.
Durante il regime Sovietico, il problema era di poco diverso, forse era solo la facciata a presentarsi di altro colore, la gente non lottava più per il pane, quello c’era, anche se per comprarlo ci si metteva in fila. La preoccupazione era quella di assicurarsi altri beni, la cui disponibilità era incerta, scarsa. Il popolo aveva un telegrafo senza fili che informava sulla disponibilità di vestiti presso il “Gum”, piuttosto che scarpe da un’altra parte o penne e matite, ancora altrove.
Perciò, mentre la gente si spostava in massa da una fila all’altra, attraversando magari la città, i burocrati pensavano ad arricchire, ma erano gente di un altro pianeta. A differenza da quel che avveniva ai loro precursori zaristi, il potere economico passava “attraverso” quello politico.
Poche differenze, quindi: prima poveri e ricchi, poi non poveri (istruzione, casa, assistenza, lavoro e cibo erano per tutti) e ricchi.
Questo tipo di stratificazione sociale ha portato il popolo russo ad essere molto apatico verso gli avvenimenti.
Chi dice che la “Grande Guerra Patriottica” fu tale, ha ragione solo in parte: non tanto “Patriottica” fu; essa venne combattuta per difendere le proprie case, mai vi fu spirito di conquista nei soldati russi, essi difendevano ferocemente la “Rodina” (Patria) ma quando dovevano conquistare terre, vedi Polonia, l’ entusiasmo non c’era più; ci volevano i Commissari Politici dietro i reggimenti a spingere avanti le truppe, con minacce di decimazioni e altro.
Anche lo spostamento di popoli russi nelle nuove terre, nelle Repubbliche Caucasiche, negli Stati orientali, nei Baltici e così via, fu coatto, molti furono deportati dal regime staliniano, altri andarono, più o meno volontariamente, blanditi da promesse di terra e lavoro, a colonizzare steppe e deserti, a costruire dal nulla nuove città "socialiste".
Ebbene, ora i russi che ancora vivono in quei territori sono visti male dagli autoctoni, sottoposti ad una sorta di "mobbing" etnico.
I governi dei nuovi Stati, appena possono li cacciano, per convincerli ad andarsene non consentono loro di ottenere la cittadinanza.
E, somma ingiuria, se rientrano nella madrepatria, viene loro negata la residenza, senza la quale non si ottiene lavoro, non si può affittare un appartamento e si è alla mercè di chiunque, per necessità.
Queste persone sono, alla fine, veri e propri "apolidi in patria". Ma di questo fenomeno, che alimenta la manovalanza mafiosa, parleremo la prossima volta.
Così la guerra in Cecenia si trascina da decenni nell’ indifferenza generale, i reduci della catastrofica missione in Afghanistan sono ridotti a mendicare e, qui vengo al punto: tragedie come quella di Beslan occupano l’attenzione soltanto per qualche giorno.
Oggi Beslan è dimenticata, il numero delle vittime assolutamente incerto, la ricerca dei responsabili praticamente inesistente; si tende a pensare (non certo in alto loco) che si sia trattato di un’azione di fanatici musulmani, tutti giustamente ammazzati nel corso dell’ operazione.
Nessuno si pone il problema, e qui sta il fallimento mediatico della strage, che l’azione esecrabile fu compiuta da gruppi di terroristi che volevano colpire i potentati russi nella regione; nessuno, ed in questo la responsabilità del governo che controlla gli organi di informazione con piglio sovietico è enorme, vuol capire che si tratta di guerra, come a Grozny, e di una “sporca” guerra.
Il potere russo vuol tenere legati i territori del Caucaso per questioni strategico – economiche, pur non avendone la capacità ed i mezzi. Le frange di “indipendentisti” fanno leva sulla religione per contrastare l’ Orso Russo; in mezzo sta la popolazione, in queste terre tradizionale “carne da cannone”.
A Mosca, alla gente, tutto ciò non arriva. Nessuno, salvo pochi, parla del fatto che non di “guerra santa” si tratta ma, molto più prosaicamente di “guerra economica”, nella quale i contendenti sono, da una parte, i potenti oligarchi russi del petrolio, manovranti e manovrati da Mosca, alla caccia di utili facili e mai onesti; dall’ altra le mafie locali, radicate nel territorio, sul tipo di quella Camorra che ha fatto scendere in piazza la gente dei quartieri ghetto di Napoli in difesa di un arrestando Boss.
La strage di Beslan volle colpire i potentati russi. La scuola vittima del tremendo attentato era finanziata dal locale produttore di Vodka, russo, che incarna l’esempio del “tycoon” di stampo mafioso, che con una mano produce una vodka pessima che conduce alla tomba, mentre con l’altra mano ridipinge la scuola e la fa sembrare un piccolo paradiso.
La gente in Russia queste cose le sa, quindi a poco valgono i proclami governativi secondo i quali si tratta di terroristi islamici del tipo 11 Settembre, di gente che vuole instaurare improbabili “Sharie” o conquistare la Repubblica con la violenza.
Certo che questi terroristi vogliono il potere, in Ingushetia come in Cecenia, ma non per scopi religiosi, solo ed esclusivamente per questioni economiche e per poter instaurare un regime di “libertà a delinquere” simile a quello che ora pare cessato, del Montenegro o meglio, a quello della Transistria, stato mai riconosciuto, in cui comanda un certo Smirnov, e dalla cui capitale, Tiraspol paiono essere arrivate le armi di Beslan.
Una spiegazione supplementare agli avvenimenti viene da “Le Monde Diplomatique”, che però si limita ad attribuire le crisi alla reazione etnico – religiosa al potere “imperiale”:
<<Queste crisi si verificano alle frontiere degli Imperi, ultimo avamposto delle conquiste, in zone considerate di confine, nel senso geo-politico del termine, composte cioè da mosaici di popoli e religioni che hanno spesso cercato rifugio in regioni di montagna (Caucaso per la Russia; Kurdistan, Balcani e Libano per l'impero ottomano; altopiani indocinesi per gli imperi siamese e vietnamita...). C'è da notare che la colonizzazione russa - come d'altronde l'impero iraniano - si è sviluppata in base al principio della continuità territoriale e della cooptazione delle élite locali nell'amministrazione imperiale. Ecco perché la Russia si rifiuta di considerare la crisi del Caucaso in termini di «decolonizzazione» e la percepisce come una pericolosa amputazione.
Le frontiere interne degli Imperi, destinate alla gestione delle culture «nazionali», sono state tracciate secondo il principio del divide et impera, e si è persino arrivati a costituire, all'interno di alcune repubbliche, delle enclave etniche (Crimea ucraina a maggioranza russa, Alto Karabakh in Azerbaigian a maggioranza armena, regione di Meghri tra Armenia e Azerbaigian, Sangiaccato musulmano di Novi Pazar in Serbia...). A volte, sono state create nuove identità, come quella dei musulmani nella Jugoslavia titoista o l'entità di Birobidzan per gli ebrei sovietici. In questa gestione delle nazionalità «alla Stalin» si è data grande prova di cinismo. Oggi, le nazioni che si dichiarano indipendenti si ritrovano a vivere entro frontiere internazionali nate da vecchie e contrastate suddivisioni amministrative (Bosnia, Croazia, Caucaso, Moldavia e Transistria, Macedonia ex jugoslava, ex territori coloniali suddivisi in stati in Africa...). Il che ha reso la Bosnia, l'Africa saheliana o il Caucaso «zone ad alto rischio».
In queste zone l'ordine imperiale non è stato mantenuto solo con la coercizione. Nel governare, il potere imperiale si è spesso appoggiato alle élite uscite da minoranze formate a sua immagine e somiglianza, che hanno poi preso le redini del potere indipendente (ex etnie africane convertite al cristianesimo nell'Africa francofona, giavanesi in Indonesia, funzionari comunisti al potere in Asia centrale). Gli abitanti dell'Impero non erano altro che «sudditi», oggetto di un'identica sottomissione. L'implosione del potere centrale e l'affermarsi dei nazionalismi li hanno trasformati in «cittadini», che possono diventare, in un diritto costruito su basi identitarie, giuridicamente antagonisti. Il crollo degli Imperi è talvolta accelerato da rivendicazioni di carattere identitario, a cui le autorità moribonde rispondono con la forza e l'espulsione (persecuzione dei maroniti e degli armeni alla fine dell'Impero ottomano; dei croati e dei bosniaci nelle zone serbe della Jugoslavia, ecc.). Ma possono anche essere provocate dal crollo del potere centrale (come è avvenuto in Urss o negli imperi coloniali portoghese e francese in Africa). Compaiono allora stati dalle frontiere inconsistenti, privi di base politica, con popolazioni estremamente eterogenee (come le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale o gli stati africani liberati dal colonizzatore).>>
Quanto sopra però non spiega l’ oblìo dei russi medi, può far capire perché convogli umanitari inviati dall’ Europa non ottengano i permessi per andare a Beslan, oppure perché la pubblica opinione liquidi i fatti come problemi locali.
La rimozione sta nel DNA dei russi, da sempre, aiutata dai vari governi con la disinformazione; in realtà, come per la strage del teatro Dubrovka, anche per Beslan probabilmente mai si saprà chi organizzò, perché realmente lo fece e cosa eventualmente ne ricavò. Solo la prossima, inevitabile azione terroristica risveglierà per un poco la pubblica opinione.
Vittorio Rosso
Mosca, Russia
1 Febbraio 2005
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