| M A O M E T T O S i n o s s i | |||
VITA DI MAOMETTO
di Muhammad Ibn Garir al-Tabari. B.U.R. 1992. Titolo originale: Chronique de Tabari, traduit sur la version persane par M. Hermann Zotenberg. A cura di Sergio Noja. Traduzione italiana di Giancarlo Buzzi. Sinossi realizzata da Rigo Camerano.
PARTE QUARTA
Apoteosi ed epilogo | |||
FATTI MEMORABILI: Il Profeta fece il suo ingresso nella città della Mecca su di un cammello e con in testa un turbante nero. Lo precedeva Alì, con funzioni di alfiere, reggitore dello stendardo. Era il venti del mese di Ramadan. Raggiunta la soglia del tempio, smontò dal cammello, entrò nel sagrato a fece i suoi giri intorno alla Caaba, seguito subito dagli abitanti della città, rincuorati per il mancato massacro. Tutti gli idoli furono frantumati, ed il più grande, Hubàl, fu rovesciato davanti alla porta, in modo che tutti coloro che entravano lo calpestassero. Disse il Profeta agli abitanti accorsi: - Vi dirò ciò che disse mio fratello Giuseppe ai suoi fratelli: Non venga fatto rimprovero, oggi, contro di voi; Dio vi perdonerà, poichè egli è il più misericordioso dei misericordiosi (XII, 92).
L'indomani il Profeta salì sulla collina di Safà. Fece sedere Omàr un po' più in basso di lui e lo incaricò di spiegare la formula della fede a chiunque giungesse. Gli abitanti della Mecca, resi tutti automaticamente schiavi a causa della perdita della loro città, furono subito liberati e divennero liberti del Profeta. Hind si era rifugiata in casa del marito Abu Sufyàn il quale, nell'atto di prestar giuramento nella montagna di Safà, aveva chiesto il perdono per lei. Il Profeta disse: - Vedrò quale sarà la volontà di Dio. In seguito Gabriele rivelò un versetto importante (LX, 12).
COSE ED USANZE: Il versetto che era stato rivelato era il seguente: - ... "le credenti si obblighino con giuramenti verso di te a non associare a Dio alcuna cosa, a non rubare, a non commettere adulterio, a non uccidere i figli loro, a non enunciare calunnie inventate...a non disobbedirti in ciò che è ragionevole. Impegna la tua parola con esse, e chiedi perdono a Dio per esse". Condotta davanti al Profeta, Hind, sull'inizio confusa, si rinfrancò man mano che rispondeva, ed alla fine si portò anche molto coraggiosamente. Disse il Profeta: - Obbligatevi a non associare a Dio alcuna cosa. Rispose Hind: - Tu ci imponi obblighi che non hai imposto agli uomini, comunque li accetteremo. Disse il Profeta: - Non rubate! Rispose Hind: - Solo ad Abu Sufyàn ho rubato, poichè è un uomo avaro e non mi dà abbastanza per me e i bambini. Ho preso poco, ed egli non se n'è neanche accorto. Disse il Profeta: - Ciò che prendi dai beni di tuo marito a sua insaputa, non costituisce furto. - Poi continuò: - Non commettete adulterio. Rispose Hind: - Una donna libera non commette mai adulterio - intendendo con ciò che i suoi trascorsi erano avvenuti prima delle sue nozze. Omàr sorrise e Maometto finse di non avvedersene, per non offendere Abu Sufyàn. Disse il Profeta: - Non uccidete i figli loro! - (degli amanti). In effetti gli arabi avevano l'abitudine di sotterrare le figlie illegittime delle proprie mogli, per evitare che, divenute grandi, potessero disonorarli. Hind rispose coraggiosamente: - Abbiamo messo al mondo dei bambini, e li abbiamo allevati, ma tu li hai uccisi a Badr. Proseguì il Profeta: - ... A non enunciare calunnie... - (riferendosi però al fatto di presentare figli di cui i mariti non erano padri). Rispose Hind: - Ciò sarebbe un tale crimine, che non lo si può nemmeno pensare. Proseguì il Profeta: - ... E a non disobbedire in ciò che è ragionevole... Rispose Hind: - Se volessimo disobbedirti, non saremmo qui. Alla fine Maometto immerse le mani in una coppa piena d'acqua e chiese che tutte le donne facessero altrettanto. In tale modo fu compiuto l'atto del giuramento.
FATTI MEMORABILI: Accadde che il barbiere del Profeta, di nome Hiràs, uccise un uomo per vendicarne un altro ucciso da quello.
Il Profeta sposò Mulaykah, bellissima donna della Mecca, alla quale i musulmani avevano ucciso il padre, durante i recenti fatti. 'A'isah, moglie del Profeta che abbiamo già conosciuto, le disse: - Vuoi guadagnarti l'affetto del Profeta?... Quando ti si avvicinerà dovrai dirgli: Che Dio mi preservi da te! Mulaykah così fece, e Maometto la ripudiò.
Dopo che tutti gli abitanti della Mecca ebbero prestato giuramento, il Profeta mandò Hàlid, figlio di Walìd, a distruggere l'idolo di 'Uzzà, in un tempio in direzione di Taìf, a una parasanga dalla città. Entro il tempio si trovava un idolo di pietra dal quale usciva una voce che parlava agli adoratori. Vi era anche un altro idolo chiamato Làt; entrambi gli idoli sono menzionati nel Corano in LIII, 19. Quando Hàlid ruppe uno degli idoli parlanti ne vide uscire un essere di forma umana che, urlando, sparì sottoterra.
A Hunayn si erano radunate parecchie tribù arabe provenienti dal deserto e dal territorio di Taìf, arabi già alleati dei coreisciti della Mecca. Caduta quella città, costoro si preparavano a marciare contro il Profeta con un esercito di trentamila uomini. Era fra questi un vegliardo di 120 anni, Durayd, figlio di Simmah. Era cieco e debole, ma si distingueva per vigore d'intelligenza e saggezza. Comandava l'esercito Màlik, il quale arrivò a Hunayn con soldati mescolati alle mogli, ai figli e alle bestie. Durayd criticò molto tale sistema e consigliò a Màlik di rimandare i non combattenti, ma non fu ascoltato. Il Profeta, informato del radunarsi dei beduini a Hunayn, mise insieme un esercito di dodicimila uomini, i diecimila che si erano recati dinnanzi le mura della Mecca, più altri duemila della stessa Mecca, convertiti all'Islàm, costoro al comando di Abu Sufyàn. Questo esercito lasciò la Mecca il settimo giorno del mese di Sawwàl. Disse il Profeta: - La vittoria non viene se non da Dio, potente e saggio. Tali parole furono confermate dal fatto che, sull'inizio della battaglia, i musulmani furono messi in fuga, e sarebbero stati certamente sconfitti se Dio non avesse mandato angeli in loro soccorso. I duemila uomini della Mecca, insicuri nella fede, guardavano da lontano e non intervenivano. Nel momento più oscuro, Abbàs si mise a gridare forte chiamando a raccolta i musulmani, e quando questi si furono radunati, Maometto stesso, con la sua spada dù alfaqàr si gettò nella mischia. Fu in quel momento che Dio mandò i suoi angeli dal cielo. Gli infedeli, presi dal panico, furono sbaragliati, e molti perirono. Venti, trenta, persino cinquanta, persero la vita per mano di un solo musulmano.
A battaglia finita, il Profeta incontrò una sua vecchia sorella di latte che non vedeva da cinquant'anni, e pianse con lei. Malìk intanto, il duce degli infedeli, si era rifugiato nella fortezza di Taìf, e lì Maometto diede ordine di marciare.
DISTRIBUZIONE DEL BOTTINO: Tutto il bottino fatto nella battaglia di Hunayn fu accantonato e sorvegliato sino al ritorno del Profeta dalla spedizione di Taìf.
FATTI MEMORABILI: Era Taìf, come lo è tuttora, una città a Sud della Mecca, rinomata in tutta l'Arabia per la bellezza dei suoi giardini situati ai piedi delle montagne che circondano la pianura sabbiosa. E' stata da sempre, per i ricchi del Higiaz, luogo per passarvi l'estate. Quando il Profeta vi giunse, la città era già apparecchiata alla difesa, ed il suo capo 'Urwah, fuori, nella città di Guras, alla ricerca di fabbricanti di macchine da guerra. Per quindici giorni il Profeta assediò la città senza successo.
UCCISIONI COMANDATE: Durante questo assedio il Profeta condannò a morte un musulmano della tribù dei Banù Layt che aveva ucciso un altro musulmano della tribù Hudayl. Fu la prima volta in cui fu applicato il taglione da quando fu instaurata la legge dell'Islàm.
FATTI MEMORABILI: Il quindicesimo giorno, poichè il tiro dei dardi aumentava, Maometto fece ritirare l'esercito da sotto le mura, e lo spostò più indietro, fuori tiro. In questo luogo sorge oggi una moschea detta "Moschea del Profeta". Era questo luogo un frutteto, ove il Profeta pregò.
Il venticinquesimo giorno Maometto convocò consiglio di guerra. Disse Nawfal il Sulaymita: - Apostolo di Dio, il nemico nella fortezza è come l'animale da preda nella sua tana; finchè si resta davanti all'ingresso non c'è verso di farlo uscire; se invece ci si allontana lo si prende immancabilmente. Così, il giorno dopo, Maometto comandò a Omàr di togliere l'assedio, dopo aver fatto devastare gli orti e sradicare gli alberi lì intorno. Dodici musulmani erano stati uccisi e il Profeta condusse l'esercito a Gi'rànah per spartire il bottino che vi aveva lasciato.
DISTRIBUZIONE DEL BOTTINO: Il comportamento dei musulmani era giustificato dal fatto che, nel territorio di Taìf, una gran quantità di popolazione, soprattutto bambini e donne, era finita sotto il controllo degli uomini del Profeta. Pertanto i beduini Hawàzin, insieme ad altri che avevano combattuto nella precedente battaglia, si recarono da Màlik, loro generale, e dissero: - Come potremmo rimanere con te mentre le nostre donne e i nostri bambini sono nelle mani di Maometto, che potrebbe ridurli in schiavitù? Prima che ciò avvenga abbracceremo l'Islàm. Alcuni andarono perciò a Gi'rànah e dissero al Profeta: Molti fra noi si sono fatti musulmani, ed altri vogliono fare lo stesso...Se non sarai clemente con noi oggi, chi lo sarà? Il Profeta concesse perciò libertà a seimila fra donne e bambini, che erano già stati conteggiati nel bottino e li restituì agli Hawàzin e agli altri. Trattenne soltanto la famiglia di Màlik, che era rimasto nella fortezza. Alì, Omàr e 'Utmàn, a ciascuno dei quali era toccata una bella ragazza, le resero intatte. Poi i beduini partirono. Anche Màlik abbandonò la fortezza, raggiunse il Profeta, abbracciò l'Islàm e ottenne la restituzione della moglie, dei figli e dei beni.
FATTI MEMORABILI: Il Profeta affidò a Màlik l'assedio di Taìf, impresa che fu portata a termine dopo due mesi.
DISTRIBUZIONE DEL BOTTINO: I soldati, irritati perchè il Profeta aveva negato loro il bottino di seimila donne e bambini che avrebbero potuto essere venduti come schiavi, si misero in tumulto e arrivarono a mettergli le mani addosso e a strappargli il mantello. Per calmarli, Maometto cedette la propria parte del restante bottino, equivalente a un quinto, poi divise ogni cosa dando due parti ad ogni cavaliere ed una a ogni fante. Una parte la usò per fare doni alla gente della Mecca. Dieci, fra i maggiori di quella città, poi definiti "i cuori dei quali erano stati guadagnati con doni" (Corano IX, 60), ricevettero mille cammelli, cento per uno. Erano fra questi il noto Abu Sufyàn, ed uno dei suoi figli. Il Profeta donò loro queste cose affinchè nascesse in essi l'attaccamento all'Islàm. Altri coreisciti, fra cui alcuni poeti, ricevettero mandrie di cinquanta cammelli.
Abbàs, figlio di Mirdàs, capo dei Sulaym, che era anche poeta, rifiutò i cammelli che il Profeta gli aveva assegnato e compose versi contro di lui. Il Profeta disse ad Alì: - Taglia quella lingua che mi attacca! - Il che, però, voleva dire soltanto: "dagli quanto serve per soddisfarlo". Alì portò il numero dei cammelli a cento e tutto andò a buon fine. La divisione si fece così, per cinquanta o cento cammelli e per cento o duecento pecore. Ad uno che lo aveva urtato e che per questo era stato percosso, il Profeta assegnò cento pecore. Tuttavia, nulla diede il Profeta agli Ansàr di Medina, i suoi più fidi, e ciò suscitò malumore.
SCIITI E KHARIGITI: Un uomo dei Banù Tamìn si recò dal Profeta e gli disse: - Apostolo di Dio, sii giusto nella spartizione... dai cento a uno, dieci a un altro, a qualcuno niente... Omàr voleva uccidere quell'uomo, ma il Profeta gli disse: = Non lo fare, poichè quell'uomo avrà dei compagni, gente fra i suoi discendenti, che saranno chiamati Kharigiti. Costoro ripudieranno l'autorità degli Imàm e dei principi e si lanceranno lontano dalla fede come la freccia dall'arco. Nulla conserveranno dell'Islàm.
NOTA DI SERGIO NOJA: Quello dei Kharigiti (in arabo Hawàrig, letteralmente "coloro che escono", ma più correttamente "i ribelli") fu un movimento che nacque all'inizio della lotta tra gli Sciiti fedeli ad Alì e gli altri musulmani. Alì, quarto dei 4 califfi riconosciuti da tutti i musulmani, vide contestata la sua supremazia. Aveva sempre brontolato per non essere stato eletto subito califfo, titolo che forse riteneva gli spettasse di diritto attraverso il suo matrimonio con Fàtimah, figlia del Profeta dell'Islàm. Fu contestato soprattutto dai parenti di Utmàn e, con una serie di battaglie, venne respinto verso Oriente, ove diede inizio alla Scia, dall'arabo "partito". (bisognerebbe dire Sc'at 'Alì, ovvero "il partito di Alì", e non solo Scìa). Questo partito ha dato origine al mondo degli Sciiti, oggi noti attraverso i fatti dell'Iràn. I Kharigiti, in seguito, "uscirono" dalla Scìa perchè non volevano accettare il compromesso che si stava delineando, ovvero l'arbitrato su chi dovesse diventare califfo: Alì o Mu'àwiyah, il vendicatore di 'Utmàn, il terzo dei quattro califfi riconosciuti, ucciso per ragioni ancora misteriose. I Kharigiti costituirono un terribile pericolo per le atrocità che commettevano contro tutti quelli che non aderivano del tutto alle loro idee. Avevano un loro Imàm, capo che dirigeva il culto e comandava l'esercito, ma era sorvegliato da vicino e, al primo passo falso, veniva deposto. Siccome non era possibile un'unanimità in tutto, caratteristica del loro credo, non tardarono a dividersi in una infinità di gruppi spinti da un eccitato sentimento religioso ad un'attività senza speranza di esito mondano. Bastava loro morire lottando per il regno di Dio. Spesso furono vinti con grandi stragi, ma non poterono essere estirpati perchè trovavano sempre nuovi adepti attratti dall'ideale del sacrificio. Gabrieli segnala le loro poesie come quel poco di poesia religiosa dell'età omaide del primo Islàm - perchè nacque rispecchiando direttamente le passioni, gli entusiasmi, i dubbi, i rimorsi di quegli austeri e fanatici "puritani dell'Islàm". E' sopravvissuto un solo ramo di tendenze moderate, i cui adepti formano comunità nella regione algerina del Mzàb, nell'isola di Gelbes, nel Giabal nefùsa (Tripolitania), nell'Oman e a Zanzibar.
DISTRIBUZIONE DEL BOTTINO: Quelli di Medina erano dispiaciuti per il trattamento di favore che era stato dedicato agli ex infedeli, mentre essi, che avevano, sin dall'inizio, accettato il Profeta e condiviso la sua epopea, erano stati trattati peggio. Dissero: Il Profeta si allontana da noi e ci abbandona per volgersi alla sua patria e ai suoi compatrioti, gente il cui sangue cola dalle punte delle nostre spade. A loro dà, a noi no. Il Profeta, informato di ciò, si recò nel recinto ove stavano gli Ansàr, e parlò loro in questi termini: = Sapete, Ansàr, che vi considero miei compatrioti, mentre considero quelli della Mecca stranieri...che altro potrebbe significare l'égira?... Ho adottato gli Ansàr come la mia famiglia... Voi avete versato per me il vostro sangue... avendo rinunciato alla mia parte, pensavo di poter disporre anche della vostra... Giuro su Dio che, se il mondo intero prendesse una strada, e gli Ansàr un'altra, io andrei con gli Ansàr e mi considererei dei loro! Gli Ansàr piansero e gridarono: - Apostolo di Dio, siamo contenti, siamo contenti! E il Profeta levò le mani al cielo e disse: - Mio Dio, sii propizio agli Ansàr e ai loro figli! Gli Ansàr gridarono: - Amen! - Tutti furono soddisfatti e il Profeta se ne andò.
FATTI MEMORABILI: La città di Tabùk sorgeva ai confini con la Siria, e i suoi abitanti erano greci e cristiani. Il Profeta decise di attaccarli per rifarsi della disfatta subita dal suo esercito a Mu'tah, ove avevano trovato la morte Zayd e Ga'far. I musulmani vedevano molto di malocchio questa spedizione, sia per la lontananza e la forza del nemico, sia perchè vi era gran carestia, gran caldo e poche provviste. Alcuni ipocriti si fecero vivi dicendo: - Non mettetevi in marcia con questo caldo. Fu loro risposto con questo versetto: - Il fuoco della Gehenna è di un calore più violento (IX, 82). Il Profeta aveva ordinato ai ricchi di aiutare i poveri ad equipaggiarsi, ciascuno secondo le proprie possibilità, e fu in mezzo a simili difficoltà che il Profeta diede l'ordine della partenza di quella che fu definita "la campagna della miseria". 'Abdallàh, figlio di Ubayy, e gli ipocriti, lo seguirono sino alla prima tappa, poi tornarono indietro. Alì era stato lasciato a Medina con l'incarico di sorvegliare sulla casa e sulla famiglia del Profeta. Siccome però si era sparsa la voce che fosse stato lasciato lì per avversione del Profeta nei suoi confronti, egli prese le sue armi e si mise in cammino per raggiungerlo. Disse Maometto: - Tu sei per me ciò che Aronne era per Mosè... - e lo fece rientrare a Medina insieme agli invalidi e ai poveri che non voleva portare con sè.
MIRACOLI: Arrivati in una certa località, non si trovò acqua. Gli ipocriti dissero: - Ecco che ora moriranno, lui e tutti i suoi compagni. - Ma Dio fece apparire una nuvola e piovve una tale quantità d'acqua che tutto l'esercito potè dissetarsi. Altra volta Maometto indovinò ove si era fermato un cammello che sembrava disperso. Ancora, previde l'arrivo di Darr, un gifàrita che era rimasto a Medina.
FATTI MEMORABILI: Quando il profeta giunse a Tabùk, grande città abitata da cristiani, non trovò traccia dell'esercito bizantino che pensava vi si fosse radunato. La città, alla vista dell'esercito musulmano, inviò plenipotenziari di pace, ed altrettanto fecero le altre città vicine di Garbà e Adruh. A qualche parasanga vi era la fortezza di Dùmah, ed il Profeta vi mandò Hàlid, figlio di Walìd, con un piccolo distaccamento. Costui, profittando del fatto che il capo della fortezza, Ukaydir, era uscito per la caccia alle antilopi, lo catturò e lo consegnò al Profeta. La veste di Ukaydir era di broccato ricamato in oro, e i musulmani non ne avevano mai visto una simile. Impegnatosi a pagare un tributo, Ukaydir ritornò salvo nella fortezza, mentre il Profeta potè riportare l'esercito a Medina, senza aver combattuto.
MIRACOLI: La benedizione della sorgente: Sulla via del ritorno, alla prima tappa, una sorgente era stata prosciugata dagli ipocriti, per fare danno al Profeta. Sceso dal cammello, pose le mani sulla sorgente: la benedizione , congiunta alle sue mani, fece sgorgare tanta acqua che tutto l'esercito ebbe da bere.
FATTI MEMORABILI: Gli ipocriti avevano costruito, nei pressi della porta di Medina, una moschea, col pretesto di riunirsi a pregare, ma in realtà per tenervi consiglio e ritrovarsi fra loro; avevano anche invitato il Profeta a recarvisi. Dio, però, rivelò il versetto seguente: "Vi sono alcuni che hanno costruito un tempio per recar danno e per propagare la miscredenza: non state in esso". Il Profeta, perciò, chiamò i suoi compagni e disse loro: - Andate e distruggete quella moschea. Rompete tutto quanto è in pietra e in muratura, bruciate quanto vi è in legno. Così fu fatto.
COSE ED USANZE: I delegati della tribù dei Banù Tamìn, la quale aveva partecipato alla guerra contro i coreisciti della Mecca, chiamarono ad alta voce il Profeta, che si ritrovava nei suoi appartamenti. E' detto nel Corano: "Quanto a coloro che ti chiamano da dietro alle porte delle tue stanze interne, i più di essi non sanno il rispetto a te dovuto". Quando il Profeta fu uscito, gli dissero: - Veniamo, Maometto, a proporti una tenzone d'onore: se ci batti diventeremo tuoi seguaci. Le tenzoni d'onore erano una usanza molto diffusa tra gli arabi. Ecco in cosa consistevano: due tribù si riunivano e due persone di una sola delle tribù declamavano versi e prose eleganti, mentre altre due persone, della tribù rivale, rispondevano. La tribù la cui prosa e i cui versi risultavano più belli, otteneva la vittoria. I Banù Tamìn stavano dunque mettendo il pratica, col Profeta, quest'antica usanza araba. Il Profeta pose a propri campioni Quays e Hassan, della tribù degli Ansàr, entrambi figli di Tàbit. Costoro descrissero i meriti dell'Islàm e fu cantata la gloria del Profeta. Alla fine i Banù Tamìn convennero sulla superiorità dei campioni del Profeta e abbracciarono l'Islàm. Maometto regalò a ciascuno dei delegati una veste, li trattò con onore e li congedò.
LEGGI: Il Profeta inviò nello Yemen Mu'àd, con una lettera che diceva: "Vi invio Mu'àd, che riceverà da voi tributi e me li farà avere. Raccontano i tradizionalisti che Maometto, intrattenendo Mu'àd prima della partenza, gli chiese: = Come giudicherai tu le controversie che ti saranno sottoposte? = Secondo il libro di Dio = E se non troverai nulla sul libro di Dio? = Allora giudicherò secondo quanto usa fare il suo Profeta. = E se non troverai nulla neppure lì? = Allora giudicherò col mio criterio. Soddisfatto di queste risposte, il Profeta batté una mano sul petto di Mu'àd dicendo: - Ringrazio Dio di avere guidato uomini come te.
COMMENTO DI SERGIO NOJA: Qualunque sia il valore storico di questa tradizione, essa indica con sufficiente precisione le fonti del diritto dell'Islàm, cioè il Corano, la tradizione (sunnab) e il ragionamento analogico, a cui si aggiunge il consensus populi.
FATTI MEMORABILI: Una seconda moschea fu costruita dagli ipocriti di Medina, ma il Profeta diede ordine di abbatterla, secondo il versetto rivelato da Dio: "Vi sono alcuni che hanno costruito un tempio per recar danno, per propagare la miscredenza: non state in esso.
Il Profeta mandò Alì nella tribù dei Banù Tayyi, fra i quali era vissuto Hàtim, capo celebre per la sua liberalità. Comandava adesso suo figlio 'Adì, cristiano, e Alì era stato mandato da lui senza cattive intenzioni, col solo intento di convertirlo all'Islàm. Senonchè Adì, al solo sentore dell'avvicinarsi di Alì, fuggì in Siria abbandonando la sua gente ed una sorella anziana, stimata per la propria saggezza. Quando Alì arrivò, non trovando più Adì, ne prese la sorella. Poi si recò in un tempio che conteneva un idolo di pietra, oggetto di venerazione per quella tribù, e lo distrusse, insieme al tempio stesso. Vi trovò anche due spade famose, già appartenenti a Hàtim, le prese e con esse e la sorella di Adì se ne tornò dal Profeta.
Maometto non volle che una donna sì illustre divenisse schiava, e le procurò una tenda isolata, ove essa viveva per conto suo. Uscita dalla tenda, un giorno, ella chiese al Profeta il permesso di recarsi presso suo fratello, in Siria. Maometto si preoccupò affinchè essa non viaggiasse da sola, e dopo un po' di tempo, trovati degli accompagnatori, la accontentò. Arrivata in Siria e trovato il fratello, la donna gli consigliò di convertirsi all'Islàm, cosa che egli fece recandosi personalmente a Medina e facendosi ricevere da Maometto, il quale si mostrò ben lieto di accoglierlo. Dopo i fatti descritti, tutte le tribù arabe, ormai convinte della potenza di Maometto, inviarono a lui delegazioni e abbracciarono l'Islàm. Fu così che, fra il nono e il decimo anno dell'égira, si convertirono pacificamente all' Islàm tutti gli arabi dello Higiàz e del deserto. Dopo quella di Tabùk, il Profeta non fece altre spedizioni.
Nel decimo anno dell'égira, cinque giorni prima della fine del mese di Dù al-ga'dah, il Profeta intraprese un pellegrinaggio. Partendo da Medina si pose nello stato di ihràm (penitenziale) facendosi accompagnare dai più importanti membri Muhàgir e Ansàr, nonchè da 'A'isàh e dalle altre mogli. Alì, che si trovava a Nagràn per riscuotere l'imposta, saputo il fatto, andò anche lui. Finì che anche dalle altre tribù tutti accorsero, sicchè non si era mai vista una folla così enorme.
ARAFAT: Sul monte Arafat il Profeta tenne un discorso al popolo: insegnò i riti e le cerimonie del pellegrinaggio e concluse l'opera della religione. Dio rivelò il seguente versetto: "Oggi ho reso perfetta, per voi, la vostra religione, e completata, per voi, la mia grazia". Il Profeta si congedò dagli uomini dicendo che quello era stato il suo ultimo pellegrinaggio, e che non lo si sarebbe visto mai più circondato da una tale moltitudine. Tutti piansero e presero da lui congedo, e per tale motivo questo è detto il "pellegrinaggio d'addio". Esso ebbe luogo nel decimo anno dell'égira e fu l'ultimo del Profeta.
SPEDIZIONI: Si afferma che il Profeta abbia intrapreso ventisette spedizioni di tipo militare, ma c'è chi ne conta ventinove.
PELLEGRINAGGI: E' generalmente riconosciuto che il Profeta compì, nella vita, tre pellegrinaggi; due prima dell'égira e una volta quando abitava in Medina. Il terzo pellegrinaggio, l'ultimo, viene chiamato, "pellegrinaggio d'addio", od anche "pellegrinaggio della perfezione". Il Profeta visitò quattro volte i luoghi santi: una volta prima dell'égira, una volta a Hudaybiyyah, una volta al tempo della "visita del compimento" e una volta in occasione del "pellegrinaggio d'addio". Tale tradizione si fonda sulle testimonianze di 'A'isah. Esistono poi anche altre versioni.
MOGLI: Il Profeta sposò quindici donne; con tredici ebbe rapporti, due le ripudiò senza toccarle. Quando morì lasciò nove mogli.
LIBERTI: Il Profeta ebbe diciassette liberti.
NOTA DI SERGIO NOJA: L'affrancamento, qualunque ne sia la causa, ed anche se avviene per legge, crea tra l'antico padrone e lo schiavo divenuto libero, una relazione speciale detta walà, parola che significa contemporaneamente "patronato" e "clientela". L'antica giurisprudenza la paragona alla clientela naturale.
GIUSTIZIA / TORTURA: Un giorno alcuni beduini di una certa tribù giunsero a Medina e abbracciarono l'Islàm. Si ammalarono, perchè l'acqua di Medina non era adatta a loro. Il Profeta disse: - Andate fuori città, ove sono i miei cammelli, lì bevete del loro latte sino a che non vi sarete ristabiliti. Questi arabi si recarono là dove Yasàr custodiva i cammelli e vi rimasero un po'. Poi abiurarono, uccisero Yasàr, rubarono i cammelli e tornarono alla loro tribù. Il Profeta mandò al loro inseguimento Alì, il quale li prese e li ricondusse a Medina; quindi fece tagliare loro le mani, i piedi e cavare gli occhi. Poi li fece gettare sulla strada, in un luogo chiamato Harrah, ove perirono lentamente, esposti alla calura diurna. Questo fatto avvenne prima che Dio avesse rivelato il versetto "I limiti": - "Gli arabi del deserto sono i più induriti nella miscredenza e nella ipocrisia, ed i meno adatti a comprendere i precetti che Dio ha fatto scendere sul suo apostolo; e Dio é sapiente e saggio.
SEGRETARI: Il Profeta aveva dieci segretari: alcuni mettevano per iscritto le rivelazioni; altri scrivevano lettere; altri ancora tenevano i conti delle imposte e delle rendite in natura provenienti da Haybar, da Fadak e da Wadi al-Qurà.
CAVALLI: Il Profeta aveva sette cavalli che, secondo l'usanza araba, avevano ciascuno un nome.
SPADE: Il Profeta aveva sette spade, tutte famose, i cui nomi, però, qui si omettono. Possedeva inoltre tre lance, tre corazze e uno scudo sul quale era disegnata una testa umana. Dato l'ordine di levare l'immagine, essa sparì senza che alcuno avesse toccato lo scudo.
NOMI PERSONALI: I nomi che il Profeta usava attribuirsi erano: Maometto, Ahmad e al-'Agib. Quest'ultimo nome significava che egli era l'ultimo dei Profeti.
ASPETTO: Fu chiesto ad Alì di descrivere l'aspetto del Profeta. Egli disse: = Era di media corporatura, nè grande, nè piccolo. La carnagione era di un bianco rosato; gli occhi erano neri; i capelli folti, lucenti e belli che gli arrivavano alle spalle. Gli circondava il viso una fitta barba, ed il collo era bianco. Dal petto, sino all'ombellico, gli correva una striscia di peli neri, così sottile che la si sarebbe detta tracciata con un calamo... La testa era rotonda, nè grande, nè piccola... ma non incedeva con fierezza, come sogliono fare i principi. Nel suo viso c'era tanta dolcezza che quando gli si era davanti sembrava impossibile lasciarlo... ognuno, in sua presenza, dimenticava tutti i dolori.
FATTI MEMORABILI: Già nel tempo del pellegrinaggio d'addio, nel decimo anno dell'égira, il Profeta si era lamentato per la propria salute. Si attribuiva ciò alla fatica del viaggio, ma all'inizio del mese di Muharram, nell'undicesimo anno, la sua malattia si aggravò e la notizia si sparse per tutto il mondo. Nonostante la cattiva salute, venuto a conoscenza che, alla frontiera con la Siria si erano verificati movimenti di truppe bizantine, preparò una spedizione cui mise a capo Usàmad, figlio di Zayd, nonostante fossero state espresse critiche a questa nomina.
FALSI PROFETI: Il Profeta fu poi informato che, nello Yemen, un certo Aswad millantava di essere profeta, e la stessa pretesa avanzava, presso i beduini, un uomo di nome Tulayhah, della tribù dei Banù Asad. Aswad, figlio di Ka'b, apparteneva alla tribù dei Madhig; era un grande prestigiatore e possedeva grandi ricchezze; impressionava la gente con la sua abilità e la trascinava con la sua eloquenza. Tulayhah, che si era spacciato per profeta tra i beduini, aveva trascinato con sè tutti i Banù Asad, che già si erano ribellati a Maometto e avevano cacciato via gli esattori. Raccolto così un forte esercito, prese la via del deserto per andare ad attaccare il Profeta, e pose le tende in una località detta Sumayrà. Dispensò i suoi dall'obbligo della preghiera e del digiuno, e un numero sempre maggiore di beduini si unì a lui. Prima di prendere misure militari, inviò un nipote al Profeta a proporre la divisione dell'Arabia: - Metà per uno. Al che Maometto scacciò l'intruso dicendo: - Vattene! Che Dio ti faccia perire senza accordarti il martirio. Dopo di che inviò lettere a tutti i principi dello Yemen e a tutti gli arabi fedeli all'Islàm, affinchè attaccassero e uccidessero Aswad, e quando costui fu effettivamente ucciso, il Profeta ne ebbe gioia e la sua salute migliorò. Per questa occasione si ricorda un suo discorso pubblico, certamente uno degli ultimi. Un terzo falso profeta fu Musaylimah, del quale il testo di al-Tàbari dice che, quando Maometto morì, pretese di aver ricevuto, da Gabriele, l'incarico di proseguire la sua missione profetica su tutta la terra. Egli perseverò in questa pretesa sino a che Abu Bakr non mandò contro di lui un esercito agli ordini di Hàlid, figlio di Walìd, che lo uccise. Quanto ad Aswad, morto Maometto, si riconciliò con l'Islàm.
MALATTIA: Terminato il discorso, il Profeta rincasò, riunì tutte le sue mogli e chiese loro il permesso di rimanere, per il tempo della sua malattia, nella casa di 'A'isah: qui si stese su un materasso e fu colto da febbre. Rimase così sino alla fine del mese di Safar, senza nemmeno potersi recare nella moschea per la preghiera. Per tale motivo affidò la direzione delle preghiere ad Abu Bakr, il quale presiedette, ogni giorno, a cinque preghiere.
FATTI MEMORABILI: Un giorno Maometto, sentendosi un po' meglio, venne ad assistere alla preghiera del mattino. Abu Bakr presiedeva stando davanti al popolo. Quando il profeta entrò nella moschea, appoggiato alla spalla di Alì e di Fadl, vi fu un trambusto nell'assemblea. Abu Bakr, senza interrompere la preghiera, indietreggiò per dar luogo al Profeta, ma costui non volle sostituirlo e, non potendo star fermo in piedi, si sedette alla sua destra. Abu Bakr continuò a dirigere la preghiera rimanendo in piedi. Alla fine, il Profeta rincasò e si coricò.
Due o tre giorni dopo, sentendosi un po' migliorato, il Profeta fece chiamare il liberto Abu Muwayhibah. Appoggiandosi a lui si recò fuori città, nel cimitero musulmano di Bagì al-Gargad. Qui, in raccoglimento accanto alle tombe, disse: = Salve, abitanti dei sepolcri, voi che siete al riparo dalle prove che gli uomini debbono subire.
Tornò poi a casa di 'A'isah, la quale se ne stava sdraiata lamentandosi per un mal di testa. Il Profeta le disse: - 'A'isah, dovrei io, non tu, lamentarmi. 'A'isah rispose: - Apostolo di Dio, sono più malata di te. E il Profeta: - Se si ama qualcuno ci si duole di sopravvivergli. E poi, 'A'isah, che male ci sarebbe se tu morissi prima di me e fossi io a seppellirti, a deporti nella tomba e a pregare per te? 'A'isah di rimando: - Già, tu vorresti mettermi sotto terra per sposarti ancora! Il Profeta sorrise e si mise a letto. La febbre lo riprese e non lo abbandonò più.
Trascorsi cinque giorni del mese di Rabi primo, il Profeta capì che stava per morire, e disse ad 'A'isah: - Va a cercare un po' d'acqua fredda, che forse potrò uscire per dire addio al popolo. 'A'isah trovò l'acqua e glie la versò sul viso.
Intanto a Medina si era sparsa la voce che il Profeta stava meglio e che sarebbe uscito. Una grande folla si riunì, perciò, nella moschea. Il Profeta, con la fronte coperta da una benda, fece il suo ingresso, non potendo montare in cattedra, nè rimanere in piedi, si sedette per terra e improvvisò un sermone. Rese le dovute lodi al Signore e salutati i profeti del passato, pregò per i musulmani uccisi in battaglia e raccomandò a tutti di praticare la religione. = Dio - aggiunse - ha un servitore cui ha chiesto: - Ami più questo mondo, o l'altro? Il servitore ha scelto l'altro mondo, Dio ha gradito la sua scelta ed ha promesso di chiamarlo a sè. Nessuno comprese che il Profeta alludeva a sè stesso, tranne Abu Bakr, il quale, piangendo, gridò: - Apostolo di Dio, siano i nostri corpi e le nostre anime il tuo riscatto! Il Profeta, sapendo che Abu Bakr aveva inteso bene le sue parole, lo consolò. = Abu Bakr - disse - non piangere, poichè sei stato con me in questo mondo e sarai con me anche nell'altro.
GIUSTIZIA: Rivolgendosi di nuovo ai musulmani, aggiunse: - La morte è una necessità, nessun uomo può scamparne. Ma dopo la morte verrà un giorno di giustizia e di riparazione in cui le creature faranno valere, le une contro le altre, le proprie ragioni: i grandi della terra contro gli umili, e gli umili contro i grandi. Non ci sarà maggior benevolenza per me che per gli altri.
FATTI MEMORABILI: Dette le parole di cui sopra, il Profeta continuò: - Ora che sono ancora con voi, fate valere le vostre ragioni. Se ho colpito qualcuno di voi, che mi colpisca, se ho offeso qualcuno, faccia egli altrettanto. Tutti i presenti si schermirono in lacrime, tuttavia un uomo si levò a chiedere di restituire a Maometto una frustata da costui ricevuta, per caso, durante una spedizione. Era costui un certo Ukkàsah, il quale, nonostante le proteste di tutti, non retrocedeva dal suo proposito. Alì si offerse di ricevere lui cento frustate, e tutti gli altri si offersero. Ma Ukkàsah disse: = Apostolo di Dio, quando quella notte mi colpisti, ero nudo, ma oggi tu indossi una veste e un mantello. Come potrebbe esservi riparazione in tal modo? Il Profeta si spogliò del mantello e della veste. Allora Ukkàsah gettò la frusta, si abbandonò sul Profeta e premette il viso contro il suo petto, singhiozzando. La moschea era inondata di lacrime, e l'eco dei singhiozzi giunse fino al Cielo. Altri si levarono a chiedere al Profeta restituzioni di piccole somme, che andarono in elemosina. Alla fine Maometto si alzò e fece ritorno ai suoi appartamenti. Fu quella l'ultima volta che il popolo lo vide vivo.
MORTE: La febbre divenne sempre più forte e il terzo giorno assunse carattere violento. Un certo numero di Muhàgir e di Ansàr entrarono nell'appartamento di 'A'isah, per vederlo. Il Profeta li guardò con le lacrime agli occhi e chiese loro che lo aiutassero a sedersi. Pregò in silenzio per loro, poi disse: = Siate i benvenuti, la benedizione del Signore sia con voi... Vi chiedo di trattare bene i servitori che avrete ai vostri ordini. Vi raccomando di conservare la religione di Dio e di scacciare dalla penisola arabica tutti gli infedeli... Rivolto ai Muhàgir aggiunse: - Vi raccomando di onorare gli Ansàr, poichè essi sono la mia famiglia e meritano il vostro rispetto. Ascoltate quelli di loro che praticano il bene e perdonate a quelli che operano il male. Invoco il perdono di Dio per me e per loro. Pronunciate queste parole, non potendo più reggersi seduto, posò la testa sul cuscino.
Dopo avere dato disposizioni per la propria tumulazione e l'arredo funerario, Maometto disse: - Dio vi conceda la sua misericordia e una magnifica ricompensa per la vostra fede e per la sollecitudine che dimostrate per il suo Profeta. Dopo che mi avrete lavato e seppellito, mi deporrete accanto alla tomba. Il primo a pregare per me sarà Gabriele, poi verranno Michele, Isràfil e 'Azra'il. Infine entrerete voi, uomini e donne, a gruppi, e pregherete per me. Quando tutto il popolo avrà pregato, mi deporrete sul sepolcro e mi lascerete. Andate in pace, voi e tutti quelli tra i miei compagni che non sono qui. Salutate nel nome mio tutti coloro che, sino al giorno della resurrezione, crederanno in me. Ditegli che in quel giorno vi ritroverò tutti vicino al ponte Siràt, e che non lo varcherò senza aver prima interceduto per il mio popolo presso il Signore.
NOTA DI SERGIO NOJA: Siràt è il ponte su cui dovranno passare i morti. E' un ponte teso sull'inferno, il cui passaggio deve essere tentato da tutti, ma che solo gli eletti riusciranno a passare, mentre gli altri cadranno nell'inferno. Il ponte è reale, sottile come il filo di una spada o come un capello, teso sopra l'inferno. I piedi dei fedeli lo attraverseranno sicuri, gli infedeli e i cattivi musulmani precipiteranno nel sottostante inferno, nel fuoco e nei tormenti diabolici. Gli eletti godranno dei giardini del paradiso. La concezione ortodossa ritiene che i musulmani dannati saranno un giorno anch'essi, per misericordia divina, ammessi in paradiso.
MORTE: Aggravatosi il male, il Profeta mormorò: = Dio mi preservi dal perdere conoscenza nel momento della morte.
L'indomani, venerdì, la condizione del Profeta si aggravò e la febbre crebbe. Egli aveva davanti a sè un recipiente di cuoio riempito d'acqua. Di tanto in tanto, per calmare i dolori e l'arsura, immergeva le mani nell'acqua e se le passava sulla fronte e sul viso esclamando: = Mio Dio, assistimi contro le angosce della morte!
La domenica il male si aggravò ulteriormente. L'indomani, lunedì, tredicesimo giorno del mese di Rabi primo, nell'undicesimo anno dell'égira, nel mattino il Profeta si alzò, aperse la porta dell'appartamento e guardò gli uomini radunati nella moschea che pregavano in file ordinate una dietro l'altra, mentre Abu Bakr svolgeva il ruolo di Imàm. Tale spettacolo diede al Profeta gran gioia, ed egli esclamò: = Sia ringraziato il Signore, poichè il mio popolo, dopo la mia morte, seguirà le mie direttive e le mie istituzioni.
COSE ED USANZE: 'A'isah, vedendolo allegro,, lo credette guarito, e gli chiese se voleva un legnetto per pulirsi i denti, il miswak, tuttora in uso presso gli arabi. = Non fregare troppo forte - raccomandò 'A'isah, se non vuoi rovinarti i denti.
MORTE: Ad un certo punto, tra il sorgere del sole e il mezzodì, il sudore prese a colargli dalla fronte; aperse la bocca e la richiuse; in tale modo la sua anima se ne partì. Tutte le fonti riportano unanimi che il Profeta morì di lunedì, ma talune dicono che fu nel decimo giorno del mese di Rabi primo; altre il dodicesimo dello stesso mese. La data più attendibile è quest'ultima.
Alì uscì piangendo dalla casa. Giunsero Omàr e Abu Bakr. Il primo non voleva che si dicesse "Il Profeta è morto". = Egli è andato a visitare Dio, e tornerà - sosteneva, ma Abu Bakr si rivolse alla folla e disse: = Musulmani, Maometto ha lasciato questo mondo. Quelli che adoravano Maometto sappiano che è morto, ma coloro che adoravano Dio sappiano invece che Dio è vivo e non muore mai. Il Profeta morì di lunedì, così come di lunedì aveva avuto inizio l'égira. Da morto, dopo tre giorni, esalava da lui un profumo soave.
FATTI MEMORABILI: Abu Bakr fu nominato il primo fra i suoi successori.
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PARTE PRIMA: La preparazione PARTE SECONDA: L'epos PARTE TERZA: Il consolidamento PARTE QUARTA: Apoteosi ed epilogo
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