Sulla scelta  

Nota di Redazione.

   

 

 

Il cammino verso la pace nel mondo è disturbato, nel tempo d'oggi, dalla situazione medio-orientale di cui centrale è la questione israelo-palestinese, pur se non secondaria è quelle dell'Iraq e dell'Afghanistan.

Non è detto, infatti, che le persone di buona volontà che sono state citate nelle pagine precedenti (e tutte le altre, numerose) riusciranno nel loro intento pacificatore.

Riguardo al governo degli Stati Uniti, verso il quale oggi molti sono in apprensione per sapere se farà guai, c'è chi se ne atteggia a critico, chi ad avversario, ma in ogni modo tutti sappiamo che per ottenere la pace occorre essere almeno in due, e che quindi non tutto potrà essere imputato a una parte sola.

Anche Osama Bin Laden, stando alla sua apparizione di fine ottobre (vedi "Agorà"), potrebbe essere incluso fra gli uomini di buona volontà: infatti lui non combatte la Svezia e non mette in pericolo la democrazia nel mondo. Lasciamogli abbattere il governo iraqueno, diamogli l'Arabia Saudita, qualche testa di troppo qui e là, e tutto andrà a posto. Ammesso che poi uno possieda l'Arabia Saudita e possa dire "prenditela".

In più, la questione sunnita riferita alla consultazione elettorale del 30 gennaio 2005 mostra come, nei fatti, intervenga anche il potere di Saddam Hussein dal carcere, o di chi per lui da fuori. 

Nonostante ciò, tutto ricade ancora sulla questione israeliano - palestinese, in quanto è chiaro che, Osama vincente, essa non sarebbe risolta mai, almeno nel senso del raggiungimento della reciproca indipendenza e libertà dei due Stati. 

Il sentiero della Pace nel mondo è costruito sulla universale consapevolezza che il nostro pianeta non può e non potrà sopportare conflitti atomici generalizzati, e che pertanto l'unico modo di procedere non potrà essere che quello dell'alleanza militare permanente almeno fra le Potenze dotate di armamento nucleare intercontinentale, e nella non-conflittualità del Consiglio di Sicurezza dell' ONU. Occorrerà abituarsi a misurare l'odio così come si misura la febbre a un malato. Oggi è altissimo, e non sono certo le manifestazioni dei "pacifisti", o i "kamikaze", o i bombardamenti aerei a diminuirlo.

 

La situazione attuale dell'Iraq può essere pertanto considerata, a seconda dei punti di vista, sia un bubbone a sè stante da estirpare al più presto possibile, sia l'inizio o un'avvisaglia di rivoluzione internazionale tendente alla moralizzazione del mondo. Almeno, così la situazione viene intesa da quanti nell'Occidente apertamente dichiarano: - No al terrorismo, Sì ai resistenti.

 Si diano a Bin Laden, o ai sunniti, o agli imam, un paio di vittorie concrete, e si vedrà. 

Visto da un sito sinceramente democratico qual'è Rigo Camerano, quanto succede in Iraq è la normale conseguenza della vita in una non-democrazia quand'essa è interpretata come un vuoto di potere. Mai  come in questo momento l'avvenire è incerto e nelle mani di Dio.

 

Tornando a Beslan, che questo è l'argomento della nostra directory, chi  giustifica tali fatti (e sono in molti) affermando che sono accaduti per la troppa sofferenza imposta ai ceceni, costoro dovrebbero giustificare anche Buchenwald, Dachau e tutti i campi di concentramento nazisti, in quanto l'uso della rappresaglia indiscriminata - bambini, donne, civili, tutti a morte senza processo - è cominciata lì.

Storicamente, salvo la strage di Erode, in Europa, Asia e Africa non s'era mai visto nulla del genere, sin da Troia o dai tempi dei Faraoni. Il sacco delle città comportava lo stupro delle femmine, schiavi e ruberie, ma non l'annientamento programmato di tutti gli abitanti, anche se ciò, a caldo, talvolta è avvenuto.

C'è una cosa importante che il cosiddetto "pacifismo rivoluzionario" sottintende: la rivoluzione intesa come opposizione alla corruzione planetaria e al malcostume morale portato dal capitalismo internazionale. 

Le vecchie manifestazioni dei no-global a Seattle erano manifestazioni "verdi", promosse in buona fede contro lo spreco indiscriminato delle risorse del nostro pianeta, per la risoluzione di tutti quei problemi ambientali (non soltanto ecologici) che già da prima dell'inizio degli anni '70 avevano occupato le menti dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, confluiti poi, attraverso il  rapporto del S.D.G. (System Dynamic Group), nel progetto del Club di Roma.

Scriveva Aurelio Peccei nella prefazione del libro "I limiti dello sviluppo" curato dal Club di Roma. (Mondadori, 3^ ed., settembre 1972, p. 14):

" Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società - i giovani e l'"intellighenzia" artistica, intellettuale, scientifica, manageriale - la classe politica continuerà in ogni Paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d'interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciononpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere.

Ciò renderà inevitabile il momento rivoluzionario come unica soluzione per la trasformazione della società umana, affinché essa riprenda un assetto di equilibrio interno ed esterno atto ad assicurarne la sopravvivenza in base alle nuove realtà che gli uomini stessi hanno creato nel loro mondo.

Il dibattito aperto da questo rapporto, anche se utile a innescare questo movimento in forma razionale, ed evitare possibilmente il precipitare di una crisi senza sbocchi, non è che una fase di un processo che deve andare assai in profondità. Il guasto, infatti, è profondo, alle radici medesime del nostro tipo di civiltà.

Ricerche più avanzate, autocritiche, genuine, meditazioni più penetranti saranno necessarie.

Se avremo la forza morale di intraprenderle, non solo potremo sperare di correggere il corso degli eventi per evitare il peggio che già si profila per un non lontano futuro, ma potremo forse gettare le basi di una nuova grande avventura dell'uomo , la prima a dimensioni planetarie, quali le sue conoscenze e i suoi mezzi  tecnico - scientifici oggidì non solo permettono, ma ormai impongono".

 

Chi abbia già letto il libro, o lo abbia in casa, o se lo sia andato a leggere in biblioteca, sa già bene che tale tipo di rivoluzione è completamente autocritica e si risolve all'interno del modello dei nostri  attuali valori democratici di civiltà. 

I quali devono essere migliorati, non traditi, non svenduti a una sorta di anti democrazia che riporterebbe il nostro vivere civile a un arretramento di numerosi secoli. Non è vero che ogni modello di civiltà valga un altro e che si possano cambiare impunemente usi, costumi, valori che ci provengono da una evoluzione culturale ormai assai lunga, e che dovrà continuare a rimanere evolutiva, pena la morte del nostro vivere civile.

Se la nostra civiltà è in crisi, dobbiamo migliorarla noi stessi, non trasmutarla, non scambiarla con un modello entro il quale ogni tipo di convivenza è forzato e dove, per sostituire un capo di governo, bisogna ammazzarlo.

Ripetiamo: la pace si può raggiungere solamente per via pacifica, con la collaborazione di tutti, attraverso la consapevolezza della necessità della stessa. Non scappando, non salvando il mondo da soli, non sottraendoci alle nostre responsabilità, ma nell'unica sede, nonostante tutto ancora possibile: l'ONU, riformato o meno che sia.

Nel bene o nel male, una scelta bisogna farla.

Per il mondo: prima la pace, poi la giustizia, per avere il tempo a favore. 

Per le singole Nazioni: la giustizia quanto prima attraverso buoni governi, e la consapevolezza della necessità della pace.

Osimo, 21 dicembre 2004.

 

 

F  I  N  E

 

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Gli elettori iraqueni del 30 gennaio 2005 hanno mostrato di poterci insegnare che il coraggio va usato quando serve, e che il suicidio non è coraggio, ma schiavitù cerebrale e delitto che si commette su coloro che vengono educati a ciò.

Tuttavia, nulla è ancora risolto, poiché la crisi si concluderà soltanto con la pace fra  Palestina e Israele.

Se questa ci sarà, allora bisognerà riconoscere che, stante Saddam Hussein, o vincente Bin Laden, non ci sarebbe stata, e non ci sarebbe.

Con la Pace di Palestina anche la eventuale politica del governo Bush per la prosecuzione del conflitto in aree locali sarebbe ingiustificata, mentre la federazione europea, qualora si realizzasse, diverrebbe la risoluzione migliore per arrivare a una diplomazia di pace (atlantica), veramente efficace.

 

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