DON  BOSCO






OLTRE  IL  MITO

 

  DEL  SANTO  IMPRENDITORE


di Pier Luigi Guiducci

 

 

 

 

Nei decenni successivi alla morte di San Giovanni Bosco non emergono particolari studi storici sul fondatore e la sua opera, mentre la pubblicistica di natura apologetica trova  - al contrario -ampi spazi di diffusione.

Tale tendenza verrà modificata grazie ai lavori del Salesiano Don Pietro Stella (1) , ai contributi scientifici raccolti dal prof. Francesco Trainello (2) e agli apporti dei membri  dell' Istituto Storico Salesiano (3).

Si delinea così un disegno storiografico attento alla fase degli inizi e ai passi compiuti dalla Societas Sancti Francisci Salesii.

Inoltre, la sistemazione e l' apertura degli archivi salesiani, unitamente alle iniziative collegate al Secondo Centenario della nascita del Santo (2015), hanno favorito la pubblicazione di nuovi contributi.

In tale contesto si colloca il presente lavoro.

 

 

ASPETTI  INTRODUTTIVI

 

Allo stato attuale, l' indagine sui rallentamenti (o soste ?) avvenuti negli studi storici riguardanti Don Bosco assume una ridotta importanza. Rimane comunque una evidenza: per la dinamicità del carisma salesiano si è voluto sostenere nel tempo soprattutto l' aspetto pastorale.

Ciò si spiega facilmente se si considera il fatto che a quest' ultimo sono collegate molteplici realtà: le vocazioni religiose, la vita spirituale, le scelte fondazionali, l' impegno pedagogico,  la comunicazione sociale, lo sviluppo missionario.

Per orientare oggi la ricerca e la interpretazione storica lungo un percorso pluridirezionale non condizionato da schemi acriticamente ripetitivi, non pare necessario fermarsi neanche su talune deformazioni e caricature (es. prete "reazionario", "non italiano", "paternalista" ... ) che, ancora in tempi recenti, hanno trovato un qualche credito. Rimane utile, piuttosto, cancellare ciò che può ancora rimanere di talune forzature retoriche, e continuare a rivedere, con senso critico, le fonti storiche.

 

LE  FORZATURE  RETORICHE

 

Negli anni che seguirono l' evento della "Conciliazione" tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica (4), L' Ambasciatore De Vecchi (5) figura fra coloro che si attivarono per sostenere in qualche modo il processo di canonizzazione di Don Bosco (Beatificato nel 1929).

Il 1° Aprile del 1934, nella Basilica Romana di San Pietro, si arrivò alla proclamazione della Santità del fondatore dei salesiani (6).

Il giorno dopo, in Campidoglio, presente Mussolini (7) lo stesso De Vecchi presentò la figura del prete piemontese secondo l' ottica del regime: "Don Bosco è un Santo Italiano, ed è il più Italiani dei Santi. Lo sente suo tutto il popolo, e tuttavia il Grande Spirito è onnipresente nel mondo, cosicchè questa perfezione italiana diventa per lui romanità (8). In questo caso la retorica riuscì a prendere il sopravvento sulla realtà storica, ottenendo una lettura distorta.

Comunque chi legge lo scritto di Don Stella sulla canonizzazione di Don Bosco  (9) non trova difficoltà a comprendere le motivazioni politiche e il contesto generale nel quale si inserì la canonizzazione del Santo Salesiano. Scrive infatti Don Stella:

"Rimangono significative al riguardo le note che si trovano nel taccuino personale di Don Francesco Tomasetti (1867 - 1953), procuratore generale della congregazione salesiana presso la Santa Sede e postulatore della causa di canonizzazione. Quando ormai il processo di canonizzazione era giunto a conclusione della causa di canonizzazione attraverso battaglie asprissime, che faranno epoca nella storia dei Riti (10), Don Tomasetti fa intendere le istanze politiche che facevano da cornice alla Canonizzazione: "Quanto alla Stampa, ho scritto ai nostri confratelli di Torino che mi mandino il materiale per i seguenti articoli:  1. Don Bosco e l' Italia; 2. Don Bosco e Casa Savoia (11): 3. Don Bosco e la Conciliazione (12): 4. Don Bosco e le famiglie principesche di Roma (13); 5. Don Bosco e il Papa (14).

La soddisfazione che lascia trapelare il postulatore è evidente, ma si avverte pure un certo imbarazzo a motivo del fatto che la canonizzazione di Don Bosco era intesa dai vertici politici del tempo quasi una "nazionalizzazione del prete piemontese".

 

LA  REVISIONE  CRITICA  DELLE  FONTI  STORICHE

 

Unitamente alla possibile cancellazione di possibili residui di forzature retoriche, esiste anche una quaestio collegata alle fonti salesiane, in particolare alle Memorie Biografiche (MB) di Don Bosco(15). Queste ultime rischiano di continuare ad essere considerate ed utilizzate come l' unica fonte autorizzata a trasmettere le ipsissima verba di Don Bosco, senza fare attenzione che, nelle MB le citazioni, anche quelle del fondatore, solo raramente sono fedeli e non sono sempre sicure.

Con tale affermazione non si intende negare il valore delle MB; solo indicare che si tratta di una fonte, sia pure autorevole, e come tale da sottomettersi alla normale critica delle fonti.

In particolare, guardando il cammino percorso dalla Famiglia Salesiana in ambito storiografico, Don Motto sintetizza talune evidenze:

"La produzione storiografica salesiana è passata, dai primi modesti e moderati profili biografici di Don Bosco degli anni Settanta del Secolo XIX, alle numerose biografie encomiastiche ispirate ad una lettura teologica - anedottica - taumaturgica della sua vita e della sua opera, che dagli anni Ottanta del Secolo XIX, fino al Secolo XX inoltrato ne fecero la "fortuna".

I momenti solenni della Beatificazione e della Canonizzazione di Don Bosco furono ovviamente all' origine di una serie di scritti ed opuscoli a carattere spirituale ed edificante .

Negli anni del successivo regime seguì in Italia una produzione di opuscoli celebrativi con evidenti accentuazioni  nazionalistiche ed esaltazioni retoriche.

Voce quasi unica fuori coro, messa quasi subito a tacere, fu quella dello illustre studioso Don G.B. Borino che alla vigilia della pubblicazione dell' ultimo volume delle MB ammoniva "Io non credo che Don Bosco sia già compiutamente raccontabile, come mi è stato compiutamente raccontato. Cinquant' anni dalla sua morte sono ancora spazio troppo breve. Lo scrittore, con molta ignoranza di molte cose, non ha ancora una completa libertà. Questo non tocca la figura dell' eroe e della sua santità, sebbene si possa dire che la prima spirituale libertà è quella che si deve avere di fronte a lui (...). La biografia di Don Bosco è ancora ai due modi primordiali ed elementari: della raccolta di aneddoti  (...) a scopo prevalentemente edificante e di cucitura di memorie. Non è ancora la biografia e la storia.

Un modo peggiorativo è quello della retorica : di cui Don Bosco non ha bisogno  (D. Borino, Sei scritti e un modo di vedere, SEI, Torino, 1938, pp.13 -16 ".

 

GLI  IMPULSI  ALLA  REVISIONE

 

 In tale contesto Don Motto ricorda che nell' immediato dopoguerra e negli anni cinquanta le generazioni dei nuovi Salesiani incominciarono ad esprimere un senso d' inquietudine sulla letteratura agiografica del passato. Nasceva l' esigenza di un' agiografia del fondatore che non mirasse tanto alla edificazione e all' apologia (anche se ovviamente non la escludeva), quanto alla verità della sua figura si uomo-santo in tutti i suoi molteplici aspetti.

"(...) un'agiografia che dunque, senza rinunciare a disporre di proprie regole e di compiti speciali, si ponesse all' interno della storia in quanto tale e come tale ne assumesse tutti i compiti, i doveri, gli indirizzi.

Si imponeva in qualche modo la necessità di uscire da un cerchio ormai consolidato per promuovere una rivisitazione della storia di Don Bosco filologicamente avvertita e vagliata nelle fonti e storicamente condotta secondo metodi aggiornarti.

Si doveva insomma procedere secondo l' ottica propria dei primi salesiani, che indubbiamente era quella provvidenzialistica di Don Bosco stesso, nella quale tendevano a scomparire le realtà dell' ambiente in cui visse e le forze vive e operanti del suo tempo (16).

 

LA  SPINTA  RICEVUTA  DAL  VATICANO  II  (1962 - 1965)

 

Simili prospettive di studio e di approfondimento della figura di Don Bosco, che già da tempo si annunciavano, ricevettero una forte spinta dall' invito del Concilio Ecumenico Vaticano II e ritornare alle genuine realtà umane e spirituali delle origini e del fondatore, in vista del necessario rinnovamento della vita religiosa salesiana. Ciò esigeva, come condizione indispensabile e imprescindibile il dato storico:

" ( ... ) senza un solido riferimento alle radici , l' adattamento e l' aggiornamento rischiavano infatti di diventare invenzione arbitraria e fallace.

E così, nel nuovo clima culturale degli anni Settanta , attraverso presupposti, indirizzi, metodi, strumenti di indagine moderni e condivisi dalla ricerca storiografica più seria, si approfondì la conoscenza del patrimonio ereditario di Don Bosco, ricco non solo di eventi e di orientamenti, ma anche di significati e di virtualità.

Si individuò infatti il significato storico del messaggio, si definirono gli inevitabili limiti personali, culturali, istituzionali  che, quasi paradossalmente, prefiguravano (e prefigurano tuttora) le condizioni di vitalità del presente e del futuro.

Come prima esigenza del rinnovamento e come presupposto di base il Concilio Vaticano II ha dunque chiesto di tornare alle fonti (17).

 

LA  VALDOCCO  REALE

 

In tale contesto Don Motto evidenzia alcuni punti chiave che sono importanti per approfondire la figura del "vero" Don Bosco. Per questo Autore appare paradossale il fatto che mentre traduttori nell' ultimo ventennio si avvicendavano e affannavano a tradurre le MB, l' Istituto Storico Salesiano pubblicava, sulle migliaia di pagine di "Ricerche Storiche Salesiane" e delle varie sue collane di "fonti" molti degli stessi documenti editi  nelle MB, ma in edizione critica  (18), vale a dire testi originali e completi, arricchiti di tutti strumenti utili, e talora indispensabili, per quella loro corretta interpretazione che superi la lettura epidermica e banale. Da queste fonti:

" ( ... ) emergeva una Valdocco "reale" diversa da quella "ideale" delle MB: esattamente quella della difficile situazione disciplinare che giustificava, sia la famosa "lettera da Roma" che Don Lemoyne (19) redasse a nome di Don Bosco , che Don Bosco quasi certamente non ha ne' scritta ne' letta.

Dalle stesse edizioni si venivano a conoscere racconti della ( ... ) giornata dell' 8 Dicembre 1841 (20) ben diversa da quella tramandata dalle MB letture interpretative delle note "perquisizioni"  effettuate a Valdocco, che tali non erano, sogni di Don Bosco "ultimati" vari anni dopo da Don Lemoyne, decisamente abile a "ricostruire" fatti e compilare detti di Don Bosco.

Al dire di Don Desramaut (21) "riuscì senza volerlo a far assumere a Don Bosco un linguaggio assolutamente estraneo sulle sue labbra, e nella sua penna di uomo semplice e diretto". Don Bosco nella Storia ... p. 52 (22).

Vi si aggiunga che gli stessi avvenimenti di Don Bosco (e con lui gli stessi redattori delle "Cronachette" (23) e i testimoni ai processi di beatificazione e canonizzazzione) offrono descrizioni, motivazioni e interpretazioni con grado di attendibilità molto diverso, da richiedere allo studioso notevole acribia (24) e il supporto di tutti i documenti disponibili, ivi comprese le diverse centinaia di lettere inedite recuperate in questi ultimi decenni; lettere il cui valore e significato è ben diverso qualora si tratti di un autografo di Don Bosco, sofferto, intriso di correzioni, di aggiunte e di postille, rispetto ad una semplice circolare, magari scritta da altri e da Don Bosco semplicemente firmata (25).

 

ALCUNI  INTERROGATIVI

 

Il Pensiero di Don Motto non e privo, inoltre, di interessanti interrogativi. Ad esempio, che senso può avere il rimettere in commercio, alla vigilia del secondo centenario della nascita di Don Bosco, una infinita serie di sviste, confusioni e dimenticanze, doppioni di avvenimenti, ricostruzioni arbitrarie, "sovrastrutture arbitrarie e deformanti" per altro inevitabili in un' opera monumentale di ben 16mila pagine, composto solo per i salesiani e nel minor tempo possibile ? (26).

E' vero che disponevamo di lavori preparatori, ma questi, a giudizio dello stesso compilatore, Don Lemoyne, erano solo "documenti per scrivere la storia di Don Giovanni Bosco"; preparati in fretta .

Per tale motivo è necessario ponderare qualche giudizio, specie dove Don Bosco racconta aneddoti che lo riguardano, o sogni, o previsioni del futuro. Altri interrogativi sono evidenziati da Don Motto:

"Perchè continuare a diffondere notizie inesatte sull' età del fratellastro di Don Bosco (27), sulla reale consistenza della Tettoia Pinardi  (28) , sul fantomatico colloquio fiorentino "Ricasoli - Bosco" (29), sulla originaria "vocazione missionaria" della congregazione salesiana, sul mai esistito testamento autografo di Don Bosco ai Cooperatori, ecc. ?

Perchè continuare a divulgare la interpretazione delle MB circa la vertenza Gastaldi - Bosco (30) dopo gli studi di Giuseppe Tuninetti (31), circa quella di Moreno - Bosco (31) dopo le precisazioni di Mons. Bettazzi (33) circa i rapporti di Don Bosco con le autorità locali di Torino dopo i ritrovamenti di Motto (34) ?

Per non parlare di equivoci cronologici , dei "primati" di Don Bosco mai esistiti, delle facili iperboli scambiate per sicuri dati statistici dai devoti lettori delle MB" (35).

 

1.  DON  BOSCO  NEI  MUTAMENTI  POLITICI

E  NELLE  VICDENDE  RELIGIOSE  DEL  SUO  TEMPO

 

 

La Casa natale di Don Bosco a Castelnuovo d' Asti

 [Modificata per motivi tecnici. N.d.R.]

 

Senza perdere di vista le annotazioni di Don Tomasetti e i contributi di Don Motto, è possibile adesso focalizzare meglio il ruolo di Don Bosco nella storia, evitando due estremi: una esaltazione del fondatore, fine a sè stessa, e - dall' altra - una insistenza su dati privi di riscontri. Al riguardo alcune evidenze possono aiutare.

Studiando gli scritti del fondatore ci si accorge che la narrazione popolare della storia italiana scritta dal prete astigiano (36) anche nelle ultime edizioni non superò il 1859 (37), quasi a indicare che con riferimento agli anni successivi era necessario stendere un velo di opportuno silenzio.

Sul piano della concretezza, la sua accettazione dello Stato liberale, costituì il riconoscimento di una realtà che non poteva essere evitata, di un processo storico ormai strutturato. Si trattò di una presa d' atto che tradiva, forse, qualche riserva mentale.

Molto probabilmente anche Don Bosco risentì di una situazione pre-unitaria segnata da una situazione magmatica.

 

IL  PERIODO  DEGLI  INIZI  (1846 - 1850)

 

Nato in provincia nel 1815 (38), e trasferitosi da sacerdote  (39) alla periferia di Torino nel 1846, Don Bosco, con il sostegno dell' arcivescovo  Fransoni (40), di alcuni sacerdoti e laici, assunse in pochi anni la direzione di tre oratori.

Questi, nel complesso, arrivarono ad accogliere un alto numero di giovani, per lo più garzoni, apprendisti, stagionali, studenti e ragazzi provenienti dalle fasce più emarginale della Torino di quel tempo.

In una capitale in rapida trasformazione offrì a Valdocco - dal 1848 in poi - ospitalità a molti ragazzi che frequentavano scuole e laboratori in città, ed anche a chierici, a causa della chiusura in quell' anno del seminario, per le tensioni legate al rapporto tra l' arcivescovo e le autorità del tempo (41).Preso atto che le strutture organizzate della Chiesa non erano più adatte a rispondere agli squilibri sociali e culturali dell' epoca, animato dalla tradizione caritativa cattolica, Don Bosco tentò una diversa interazione con i giovani sradicati dal loro ambiente d' origine.

Ancor prima di avere una sede stabile specificò all' autorità cittadina apicale (il marchese Michele Benso di Cavour) (42) che con il suo catechismo domenicale intendeva insegnare ai ragazzi semplicemente quattro "valori": l' amore al lavoro, la frequenza ai santi sacramenti, il rispetto ad ogni superiorità e la fuga dai cattivi compagni. Tale strategia pastorale verso centinaia di giovani della periferia cittadina, gran parte dei quali (come scriveva al re) "erano usciti dalle carceri o erano in pericolo di andarvi (44), veniva vista con favore da amministrazioni cittadine e apparati statali.  Era ritenuta rassicurante.

Don Bosco riuscì ad ottenere licenze edilizie, sussidi economici, autorizzazioni ed esenzioni di spese postali per lotterie, dalle autorità municipali, dal ministero dell' Interno, della Guerra, per gli Affari Economici, dall' Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, dal Regio Economato dei Benefici Vacanti, dall' Opera della Mendicità Istruita (45) e da altri enti dell' apparato amministrativo statale, oltre che dalla Casa Reale, verso la quale il piemontese Don Bosco manifestò rispetto e fedeltà.

Le maggiori risorse economiche derivarono da numerosi benefattori (sacerdoti e laici e molte famiglie dell' autorità locale).

L' attività del fondatore non subì rallentamenti neanche nel biennio 1848 - 1849, segnalato da forti contrasti politico - religiosi legati a due situazioni: il rifiuto del fondatore di aggregarsi a specifici schieramenti politici (con il conseguente allontanamento di alcuni giovani e sacerdoti dall' oratorio) e la difesa della religione (ritenendo "dichiaratamente ostili" verso quest' ultima, il governo e il parlamento).

 

UN  CONTESTO  SOCIO - POLITICO  IN  CONTINUO  MOVIMENTO

 

Nel periodo in esame la causa risorgimentale aveva trovato fautori che proponevano strategie diverse per raggiungere l' obiettivo dalla unificazione (46).

I rapporti tra monarchici (sostenitori di Casa Savoia e repubblicani  (es. Mazzini) (47) furono segnati da violenti contrasti.

Esplosero inoltre conflittualità fra coloro che si proclamavano liberali e quanti non erano considerati tali, fra chi sollecitava l' opzione bellica per risolvere il problema italiano (anche se alcuni guardavano solo a una espansione limitata alla Lombardia), e chi voleva una federazione di Stati (Gioberti) (48), Rosmini (49), d' Errico (50) ...

In tale realtà sempre in movimento, contribuirono anche le idee di una Francia rivoluzionaria, della massoneria, dei gruppi di base duramente ostili al potere temporale dei Pontefici e alle istituzioni ecclesiali.

Davanti a una situazione politica che procedeva in modo discontinuo, segnata da alterne vicende, Don Bosco esplicitò necessariamente le proprie scelte. Radicato nella cultura astigiana, non si dimostrò propenso ai drastici stravolgimenti, ai violenti moti popolari, allo scontro sanguinoso fra eserciti, e - più in generale - non vide con favore quei progetti di lotta politica che avrebbero condotto a una conflittualità foriera di contrapposizioni e di scissioni.

Tale linea fu compresa da alcune persone, non condivisa da alcuni, avversata da altri.

Per Don Bosco occorreva preparare degli onesti cittadini, con particolare attenzione a chi era in una condizione di svantaggio.

Era necessario spezzare ogni circolo vizioso senza speranza. Diventava urgente frantumare le dinamiche evolutive dell' ignoranza, le posizioni fatalistiche, le logiche dove il povero rimaneva perdente, "naturalmente inferiore".

Soggetto a controlli perchè ritenuto un pericolo per l' ordine sociale. Quest' ultimo, per Don Bosco, non poteva essere garantito con prassi di tipo inquisitorio, con provvedimenti repressivi, con un tipo di beneficenza che non toglieva dalla miseria e dalla dipendenza.

Si trattava di modificare "dal basso" un sistema non equo.

 

PICCOLI  PASSI.  LAVORO  DI  RETE.  CONCRETEZZA.

 

Che fare allora ?  Per il fondatore era preferibile scegliere la politica dei piccoli passi. Certamente non eclatanti, ma quotidiani. Il mutamento aspettato doveva venire con l' apporto della gente comune e con l' avallo delle autorità.

Da tale convinzione derivò un capillare lavoro di rete (attestato dall' Epistolario) (51)  che costituì il modo quotidiano di operare del fondatore.

Senza essere costretto a stare a tutti i costi "da una parte" senza dover necessariamente esprimere pubblicamente una scelta a favore di questo o quel partito, di questa o quella coalizione, senza accettare di essere allontanato a spintoni da una fedeltà alla Chiesa, il fondatore punterà su una proposta di crescita sociale legata a scelte concrete: percorsi di apprendistato, uso di capacità professionali, corsi scolastici, presenze qualificate nel civile e nel religioso.

 

NEL  DECENNIO  DELL'  UNITA'  D'  ITALIA  (1851 - 1861)

 

Tra il 1851 e il 1861 Don Bosco proseguì nella sua linea educativa ed assistenziale, nota ai vertici dello Stato Sabaudo che consideravano la sua opera "benemerita nella religione e nella società" (52). Continuò inoltre a mantenere contatti con le istituzioni governative.

A ben vedere, si trattava degli stessi vertici che pochi anni prima, con l' approvazione delle leggi Siccardi (53) avevano provocato l' interruzione dei rapporti diplomatici tra Torino e Roma, con le proteste dell' arcivescovo (1850), il suo provvisorio incarceramento nel forte di Fenestrelle e il suo definitivo esilio a Lione.

Lo strappo tra la Santa Sede e il Regno di Sardegna si accentuò con l' approvazione della legge Cavour - Rattazzi  (54)  del 1855 sulla soppressione degli ordini religiosi non aventi scopo di utilità sociale e con la volontà di Cavour di ridurre il numero delle diocesi del Regno.

A questo punto si inserì il primo intervento (non ufficiale) di Don Bosco per avvicinare le parti in causa.

Falliti infatti alcuni tentativi di risolvere il caso della sede arcivescovile di Torino, il fondatore venne invitato (marzo 1858) dal marchese Gustavo Benso di Cavour  (55), fratello del conte, a chiedere al Papa la creazione di Mons. Fransoni a cardinale e la nuova di un nuovo arcivescovo a Torino  (56).

Il rifiuto dell' arcivescovo di dare spontaneamente le dimissioni ebbe la meglio sulla disponibilità della Santa Sede quanto del governo del Regno (57).

Non essendosi schierato in modo deciso a favore delle innovazioni politiche, ma neppure opponendosi in modo diretto e pubblico, Don Bosco negli anni sessanta riuscì a evitare eccessivi attriti. Continuò ad essere in buoni rapporti con ministri ed alti funzionari dei ministeri della Guerra, delle Finanze, di Grazia e Giustizia e soprattutto dell' Interno, Rattazzi in primis, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi, di indumenti, e talora gli affidavano orfani, dietro versamento di una modesta pensione.

 

UN  MOMENTO  DI  CRISI  A  VALDOCCO

 

I buoni rapporti si incrinarono quando cominciarono ad essere mossi i primi passi verso l' Unità d' Italia.

Nel maggio - giugno 1860 , sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana (18 dicembre 1859), in un clima politico estremamente difficile, Don Bosco subì - come altri sacerdoti di Torino - una perquisizione poliziesca molto dura (per sospette relazioni politiche con la Santa Sede), ma il suo essere dalla parte del Papa era comunque un atto notorio; e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alla nuova legislazione scolastica non ebbe conseguenze (58).

Don Bosco intuì le possibili conseguenze negative per la sua opera e protestò con il ministro dell' Interno Luigi Carlo Farini (59) e con quello della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani (60).

Ricordò la sua ventennale e gratuita azione educativa, sempre sostenuta dalle massime autorità cittadine e del Regno, e la sua rigorosa estraneità alla politica, convinto - scriveva - di poter come sacerdote esercitare "il suo ministero di carità in qualsiasi tempo e luogo, in mezzo a qualunque sorta di leggi e di governo, rispettando, anzi coadiuvando le autorità" (61).

La crisi a Valdocco venne superata in tempi rapidi, mentre nella malattia mentale del Farini (62) Don Bosco vide una punizione divina, così come nella morte di quattro membri della Famiglia reale nel 1854 - 1855 (63) e di quella altrettanto prematura del Cavour nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d' Italia e di Roma sua capitale.

Questi fatti acutizzarono nei cattolici quello che sarebbe stato in seguito definito: "il caso di coscienza del Risorgimento italiano (64).

 

NEL  DECENNIO  POST  UNITARIO  (1861 - 1871)

 

Nel decennio successivo Dan Bosco, favorito da un consenso popolare, andò avanti nella sua attività di educatore, responsabile di scuole ginnasiali, responsabile di laboratori di "arti e mestieri", pubblicista, promotore della edificazione di chiese.

Estese poi il suo operato al di fuori della città di Torino accettando di seguire l' attività di nuovi collegi - convitti.

Singoli nobili, gruppi di cattolici, amministrazioni comunali di orientamento politico moderato, gli offrirono ambienti e spazi per scuole. Sul finire degli anni sessanta, con centinaia di ragazzi interni, Torino - Valdocco era diventato l' ambiente educativo che accoglieva probabilmente il più alto numero di persone del Regno d' Italia.

Continuava a ricevere ragazzi segnalati e sostenuti economicamente da benefattori e dai ministeri, con prevalenza di quello degli Interni, con i noti titolari: il torinese Camillo Cavour, il ravennate Farini, il bolognese Minghetti, i fiorentini Ricasoli e Ubaldino Peruzzi (65), gli alessandrini Lanza e Rattazzi (il più generoso).

Certamente in quel primo difficile decennio post-unitario nessuno di loro ignorava la fedeltà di Don Bosco alla linea politica della Santa Sede  (66) e non certo al loro disegno di unità nazionale.

Non potevano essere d' accordo con lui quando affermava pubblicamente la necessità, per altro non assoluta, dello Stato pontificio per l' indipendenza del Pontefice.

Intuivano bene che i connotati dell' "onesto cittadino" cui Don Bosco pubblicamente dichiarava di mirare a formare i suoi giovani, non erano gli stessi del "buon cittadino" del Regno d' Italia.

 

LA  QUESTIONE  DELLE  SEDI 

VESCOVILI  VACANTI  IN  ITALIA

 

La "teologia della storia" di Don Bosco, ben lontana dalla interpretazione del suoi interlocutori e le sue tendenze (egli poneva la politica al terzo posto, dopo la religione e la morale) non furono però tali da impedirgli di essere coinvolto e di farsi promotore di tentativi di soluzione del non semplice problema della nomina dei vescovi delle decine di sedi che ne erano prive per motivi politici (67).

Il fondatore, richiesto dai vertici vaticani, ne suggerì alcuni per il Piemonte. Delle nove sedi prive di vescovo, nei concistori dei vertici vaticani, ne suggerì alcuni per il Piemonte. Delle nove sedi prive di vescovo, nei concistori del febbraio - marzo 1867 ne furono coperte sei.

Morto Cavour (6 giugno 1861) e proclamato il Regno d' Italia con territori sottratti allo Stato Pontificio  (68), vennero deliberate una serie di misure lesive dei diritti di libertà dei vescovi e preti intransigenti, spesso senza processi regolari.

La frattura Stato - Chiesa (aperta da tempo) si acuì.

In tale contesto la situazione si aggravò ulteriormente dopo la pubblicazione del Sillabo (dicembre 1864). con il sostanziale fallimento della cosiddetta missione Vegezzi (69) per la quale Don bosco sembra abbia fatto dei passi presso il Papa, e con l' approvazione della legge sulla soppressione di enti ecclesiastici  con vita comune (1866).

Solo in autunno il nuovo governo Ricasoli rese meno intransigente la propria politica ecclesiastica.

 

CONVOCAZIONE  DEL  CONCILIO

ECUMENICO  VATICANO I (1868)

 

Il 29 giugno del 1868 Pio IX, con la Bolla Aeterni Patris, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano I.

La prima sessione fu tenuta nella basilica di San Pietro l' 8 dicembre 1869. Vi parteciparono quasi 800 padri conciliari. L' iniziativa si inquadrava nella visione del Papa di una società cristiana restaurata.

A questo scopo il Pontefice invitò a partecipare all' assise anche le altre confessioni cristiane, immaginando il loro ritorno all' interno della Chiesa di Roma.

L' invito fu però respinto perchè, in questa prospettiva, venne considerato una provocazione dai suoi destinatari.

Il Concilio del Mastai fu anche il primo al quale non furono invitati i rappresentanti dei poteri temporali del mondo cattolico. Fu sospeso sine die il 20 ottobre 1870, dopo che Roma (9 ottobre) era stata annessa al Regno d' Italia(70).

 

LA  BRECCIA  DI  PORTA  PIA  (1870)

 

Nel biennio successivo non si registrarono progressi. Così, Don Bosco dovette entrare di nuovo nel palazzi di governo a Firenze, per iniziare o ravvivare coscienze dei politici che si succedevano nelle frequenti crisi ministeriali, per chiedere (non sempre con esito positivo) sussidi per chierici, vesti o biancherie per orfani, denaro per l' acquisto di indumenti o cibarie, esenzione o condono di qualche imposta, riconoscimenti per i benefattori, dispense di idoneità all' insegnamento per i collaboratori.

Delle sue necessità economiche doveva essere informato anche il re, visto che il 1° gennaio 1869 gli fece recapitare  due daini, da lui uccisi in una battuta di caccia.

Nel settembre del 1870 il nuovo governo, presieduto da Lanza, dette ordine all' esercito di occupare Roma (l' attacco avvenne il 20).

Si concluse in tal modo il processo di unificazione nazionale, mentre veniva soppresso il potere temporale pontificio.

Nel maggio 1871 fu promulgata la "legge delle guarentigie" che, nelle intenzioni del nuovo Stato, doveva risolvere ogni questione (inclusa l' indipendenza del Papa). Pio IX però la respinse chiudendosi in Vaticano (71).

Don Bosco prese atto di tale situazione con sofferenza, sperando in tempi migliori. Rimase comunque disponibile a mediare tra le parti.

 

LA  REAZIONE  NEGLI  AMBIENTI  CATTOLICI  (1870)

 

In tale contesto, la lacerazione all' interno del mondo cattolico si manifestò soprattutto di fronte al problema dell' accettazione o meno della conquista militare di Roma da parte del Regno d' Italia.

I cattolici italiani si divisero così in transigenti (accettavano il fatto compiuto e operavano, pur con diverse sfumature ideologiche, per una conciliazione tra la Monarchia e la Chiesa), e intransigenti (quelli che, partendo dalla parrocchia come unità di base territoriale, organizzavano il Paese legale controllato dal ceto dirigente liberale, che era presente nell' esercito, nella magistratura, nella burocrazia e nell' area politica).

I cattolici intransigenti, almeno fino alla fine del secolo XIX, rappresentarono il movimento cattolico ufficiale (72), cioè quello riconosciuto dalla gerarchia ecclesiastica.

 

LA  RIPRESA  DEL  DIALOGO  (1871)

 

In tale contesto, nel giugno 1871, dopo un colloquio con il Lanza, Don Bosco raggiunse il Vaticano per riferire a Pio IX.

Il Papa, in agosto, si mostrò favorevole a una ripresa del dialogo con il Re.

A settembre il fondatore si mosse di nuovo tra Firenze e Roma per comunicare che il, governo era disponibile a lasciare al Pontefice una piena libertà sulle nomine vescovili, e a rimuovere gli ostacoli al conseguimento delle cosiddette temporalità (73).

La situazione ebbe in tal modo un parziale sblocco a fine ottobre 1871 con la nomina di una quarantina di vescovi, di cui alcuni proposti dal fondatore.

I concistori dei mesi seguenti seguirono poi a coprire le sedi piemontesi di Fossano, Aosta, biella e Novara.

 

INTERAZIONE  CON  LA  DESTRA  STORICA

(1872 - 1876)  La  M.  Domenica  Mazzarello

 

Nel periodo 1872 - 1876 Don Bosco affrontò molteplici impegni. All' attività letteraria ed editoriale, ai viaggi da "questuante" e alla corrispondenza per ottenere aiuti per un bilancio costantemente in rosso, aggiunse nel 1872 il trasferimento della piccola opera di Genova - Marassi all' ospizio di Genova - Sampierdarena, destinato a diventare in pochi anni una seconda Valdocco e il rilevamento del collegio di Torino - Valsalice, pure destinato a un notevole sviluppo.

Nello stesso anno, con l' aiuto di Maria Domenica Mazzarello  (74) promosse a Mornese di Alessandria l' Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nell' arco di pochi anni, in sintonia con i salesiani, si estese con decine di opere educativo - assistenziali per bambine e ragazze (75).

Sempre nel 1872 (febbraio), Don Bosco, dopo aver superato una grave malattia, si offerse ancora di mediare tra il Regno d' Italia e la Chiesa  ma, nonostante le sue insistenze, le reciproche proposte di varie formule non ebbero alcun effetto.

All' inizio del 1873 il fondatore, presente a Roma (senza incarico ufficiale) riprese i colloqui con le due parti, favorendo lo scambio di nuove formule di soluzione del problema.

Una di queste sembrò ricevere il gradimento della Santa Sede, ma la trattativa si fermò perchè nel mese di giugno furono applicate anche alle case religiose di Roma le leggi eversive del 1866 - 1867, alle quali seguì la scomunica papale.

A questo punto, con il nuovo governo Minghetti  (luglio 1873) si chiese a Don Bosco conferma degli accordi precedenti con Lanza (tale istanza, però, voleva conciliare l' inconciliabile).

 

COSTITUZIONI  SALESIANE.

OPERE  OLTRE  L'  ITALIA

 

Nel 1874 il fondatore riuscì a ottenere dalla Santa Sede l' approvazione definitiva delle costituzioni salesiane, che gli garantirono libertà di movimento (76).

Nel dicembre 1874 Don Bosco era di nuovo nella capitale e fece un estremo tentativo di riavvicinare Stato e Chiesa.

Nel 1875 aprì la prima casa salesiana fuori Italia, a Nizza, e mandò in Argentina il primo nucleo di missionari, iniziatore di quella che sarebbe diventata l' opera salesiana dell' America Meridionale (77).

A livello nazionale rimaneva non risolto il contenzioso riguardante gli exequatur (accettazione e riconoscimento governativo legato alla nomina dei vescovi), che costituiva un problema nella  vita politica e nelle coscienze religiose dei cittadini (78).

L' intransigenza ministeriale si scontrava con l' irriducibilità vaticana. Una intesa, alla fine di gennaio 1875, sembrò possibile, ma venne meno per gli attacchi della stampa cattolica reazionaria e di quella anticlericale, nemica dichiarata di qualsiasi accordo.

Di anni di infruttuose trattative restava lo sforzo generoso di Don Bosco che si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Gliene diede atto il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Vigliani (79) che, all' affermazione di Don Bosco: "come prete io amo la religione, come cittadino desidero di dare quanto posso pel governo" (80) rispondeva "Se tutto il clero fosse animato dai prudenti e moderati di lei sentimenti, in tutto degni di un virtuoso sacerdote e di un buon suddito, Ella ed io saremmo ben presto consolati da buoni frutti di reciproca condiscendenza, se non di vera conciliazione nelle cose della Chiesa in relazione con lo Stato. Faccia ella dunque una savia propaganda e operi quel miracolo che alcuni forse troppo diffidenti proclamano impossibile. Il Cielo continui a benedire e prosperare le molte di Lei opere di carità e La conservi al bene della Chiesa e anche dello Stato" (81).

 

L'  INTERAZIONE   CON  LA  SINISTRA  STORICA

(1876 - 1888)

 

Dal 1876 in poi, Don Bosco, accantonate le speranze di vedere ricostituito lo Stato Pontificio, cessata l' attesa di ulteriori castighi divini sui "nemici della Chiesa" continuò a sviluppare la sua opera in favore dei giovani, ben visto dall' opinione pubblica moderata.

Così i salesiani si insediarono più o meno stabilmente con  scuole, oratori, direzione di seminari e altro (perfino una cartiera) in una ventina di città o paesi dell' Italia (dal Veneto alla Sicilia).

Con i governanti della sinistra storica, più laicisti e anticlericali di quelli della destra, con una significativa presenza di massoni, Don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò a mantenere ulteriori contatti.

A cinque mesi dall' insediamento del nuovo governo il suo nome circolò in più ambienti del Paese per aver accolto cordialmente, nel collegio di Lanzo Torinese, tra le note della banda di Valdocco, in occasione della pubblica inaugurazione del tratto di ferrovia Torino - Lanzo, tre massoni dichiarati: il Presidente del Consiglio, il pavese Agostino Depretis (82), il ministro degli interni, il catanzarese Giovanni Nicotera (83) ed il collega dei Lavori Pubblici il bresciano Giuseppe Zanardelli (84). 

La cerimonia semplice, ma dal chiaro significato politico, suscitò malumori nella stampa cattolica , mentre apprezzamenti apparvero su alcuni fogli  filo-governativi.

Don Bosco non si scompose e dalle nuove conoscenze politiche seppe, come di consueto, trarne qualche vantaggio.

 

LA  QUESTIONE  DELLA  LIBERTA'  D'  INSEGNAMENTO

 

Erano gli anni in cui il fondatore dovette affrontare, tra l' altro, un non facile confronto con il Consiglio scolastico provinciale per la difesa della libertà d' insegnamento nelle scuole ginnasiali di Torino.

Percorse tutte le tappe dei tribunali fino al Consiglio di Stato. Si appellò ai vari ministri della Pubblica Istruzione.

Nel 1878 Don Bosco fu ricevuto dal ministro dell' Interno Francesco Crispi (85). In tale occasione potè ricevere e trasmettere alla Santa Sede assicurazioni circa la piena libertà che il governo Depretis lasciava ai padri dell' imminente conclave di procedere alla elezione del nuovo Papa.

Nel corso della stessa udienza con lo statista siciliano discusse a lungo di educazione, di metodi educativi che prevenissero o reati dei giovani , di conduzione dei carceri minorili e, su richiesta dello stesso ministro massone, gli inviò un pro-memoria ispirato ai principi del suo sistema preventivo (adoperarsi per diminuire il numero dei discoli e per accrescere quello degli onesti cittadini), ma che poteva essere adottato in istituzioni educative laiche, non confessionali.

 

IL  SISTEMA  PREVENTIVO

 

Don Bosco, già prima dell' incontro con Crispi, aveva chiarito i punti qualificanti del suo metodo pedagogico. Il testo di tale sistema fu pubblicato per la prima volta in appendice all' opuscolo sulla inaugurazione del Patronato di San Pietro in Nizza (Francia) nell' agosti 1877, per esporre al pubblico gli orientamenti generali del proprio "sistema". Nello stesso anno  venne inserito nel "Regolamento per le case di San Francesco di Sales" , diventando così documento "normativo per gli educatori salesiani.

Benchè non sia stata reperita nessuna redazione autografa di Don Bosco - neppure in abbozzo - da testimonianze esterne e dalla stessa analisi lessicale, sintattica e stilistica, non esistono dubbi sulla paternità dello scritto, ascrivibile al fondatore.

E' evidente che tale documento, molto sintetico, ha i limiti di un lavoro pensato per un collegio, come quello di Valdocco a Torino o di San Pietro di Nizza, e anche quello di essere, per onesta ammissione del redattore, un semplice "indice per un futuro lavoro organico", invero mai scritto.

Si riporta un passo chiave:

"Due sono i sistemi di ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo.

Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscere i trasgressori ed infliggere, ove sia d' uopo, il meritato castigo.

In questo sistema le parole e l' aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.

Il Direttore, per accrescere il valore della sua autorità, dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.

Diverso, o direi opposto è il Sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare, in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l' occhio vigile del Direttore e degli Assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida a ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.

Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la Religione e l' amorevolezza; perchè esclude ogni castigo violento e cerca do tener lontani gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

1. L' allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Ne' mai si adira per la correzione fatta o per il castigo minacciato  oppure inflitto, perchè in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicchè l' allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.

2.  La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari e i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell' atti, del fallo commesso, e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l' avesse ammonito.

3.  Il Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliorare i delinquenti; e si è osservato che i giovanotti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l' allievo, che nell' Assistente ravvisa un benefattore che lo avverte, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

4.  Il Sistema Preventivo rende avvisato l' allievo in modo che l' educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore, sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L' educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio.

Per queste e molte altre ragioni pare che il Sistema Preventivo debba prevalere sul Repressivo ( ... )" (86).

A distanza di due decenni, nel 1900, l' antropologo e criminologo di fede ebraica,  Cesare Lombroso (87) gli dette pienamente ragione quando scriveva: "Gli Istituti salesiani (... ) in Italia rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto" (88).

 

UN  PUNTO  NODALE:  ESSERE  CITTADINO  E  PRETE

 

Osservando le diverse vicende nelle quali operò Don Bosco, non è difficile evidenziare anche un ulteriore aspetto chiave: il fondatore si mosse secondo un duplice principio di fedeltà alla Chiesa e allo Stato.

Tale impegno non fu certamente facile, considerando i rivolgimenti descritti in precedenza. Lo documentano anche gli scritti.

Nel 1854, dopo otto anni di non facile impegno all' Oratorio di Torino - Valdocco, il prete astigiano indicava il suo facile obiettivo sacerdotale:

"Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero, intesi di consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio ed al vantaggio delle anime, intesi di adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perchè fossero poi un giorno degni abitatori del cielo.

Dio mi aiuti di poter così continuare fino all' ultimo respiro di mia vita" (89).

Se quattro anni dopo non gli risultò forse troppo difficile ribadire al Presidente dei Consiglio, Conte Camillo Benso di Cavour (90) di essere "pronto a quanto sono capace per la mia patria (Regno di Sardegna) e per la mia religione  (91), negli anni Settanta le difficoltà da superare per riaffermare le sue convinzioni dovettero pertanto essere superiori, visto che i due termini di riferimento erano decisamente modificati: non solo la "patria" era ormai il nuovo Regno d' Italia allargato a tutta la penisola, ma la "religione" vedeva il suo vertice - Pio IX (92) - "prigioniero" in Vaticano.

Don Bosco non modificò però la sua "fede politica", tanto che scrisse all' allora Presidente del Consiglio e Ministro dell' Interno Giovanni Lanza (93):  "Io ( ... ) l' assicuro che mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono sempre mostrato affezionatissimo al Governo, pei sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze, e la vita" (94).

E lo ribadì al successore Marco Minghetti (95): "Sebbene io viva affatto estraneo alle cose politiche, tuttavia non mi sono mai rifiutato di prendere parte a quelle cose che in qualche maniera possano tornare vantaggiose al mio paese" (96).

 

2.  RISCOPRIRE  DON  BOSCO

 

Don_Bosco

 

Nel contesto fin qui descritto, e considerati gli studi legati al 2° centenario della nascita di Don Bosco, assume un particolare significato l' attuale processo di "riscoperta" del fondatore.

Tale orientamento può forse sorprendere chi ha già letto biografie e testi di approfondimento. Sembra quasi impossibile, dopo il duemila, pensare di avere davanti un Santo che, almeno in alcuni aspetti, rimane in parte "sconosciuto".

Ma qui non si tratta di avvicinare un soggetto di cui si ignora personalità e opere, ma di entrare meglio nel suo mondo interiore, nei vissuti che lo videro protagonista di momenti lieti e di eventi anche dolorosi, di comprendere con più attenzione quelle caratteristiche che l' hanno reso, non unico nel suo genere, ma irripetibile nella propria vocazione. E' in tale contesto che è possibile anche parlare di novità.

 

MEMORIE  DEVOTE  ED  EPISODICA  EDIFICANTE

 

Chi ha cercato negli anni di entrare nell' umanità di Don Bosco, nello stesso modo di pensare, si è trovato a volte nelle mani memorie devote e una episodica edificante . Tale materiale, pur favorendo una filialità verso il fondatore, non è stato sempre dettato da un rigore storico (come già premesso nell' introduzione).

In tal senso la narrazione "a effetto", il racconto "emozionante", l' episodio "incredibile" hanno avuto talvolta il sopravvento su una esposizione legata a riscontri.

Si cercò in particolare di mettere in risalto i segni non comuni (eccezionali) della personalità di Don Bosco, come la predizione di fatti non ancora avvenuti (inclusa la morte di alcune persone); il recepimento di messaggi divini attraverso sogni; la moltiplicazione "miracolosa" di ostie, piccole pagnotte, castagne; il riportare in vita individui defunti  (un giovane di 15 anni di nome Carlo, nel 1849) ...

Tale tendenza ottenne talvolta dei risultati opposti alle intenzioni: qualcuno, avendo appreso dei frequenti suoi "sogni profetici", finì per considerarlo una persona "astratta", ma dimenticò la concretezza dei suoi progetti; altri espressero riserve sul suo frequente far riferimento alla morte (senza tener conto dell' alto tasso di mortalità presente in Piemonte e altrove); non mancarono, poi, coloro che, avendo letto dei contatti intercorsi tra Don Bosco e i più diversi interlocutori, ritennero il fondatore solo un abile "faccendiere", un soggetto capace di maneggiare abilmente alte somme di denaro (senza considerare il voto di povertà del prete piemontese e dei confratelli) ...

in alcuni casi qualche agiografo  arrivò a presentare una involontaria caricatura  del fondatore: insistendo ad esempio sulle sue doti di "intrattenitore"  ... ma senza evidenziare un dato essenziale : il gioco, il divertimento apriva a una spontaneità di rapporti. Per questo motivo anche alla ricreazione negli oratori  salesiani venne data molta importanza .

In pratica, l' attività ludica rientrò a buon titolo nel disegno educativo del santo astigiano.

 

CARATTERI  TIPICI  E  FORMAZIONE

 

In altre situazioni le agiografie hanno trascurato alcuni caratteri tipici che si ritrovano nella storia del prete piemontese e che sono utili da studiare per poter comprendere l' animus del fondatore, la sua ratio, il suo modus operandi. Si possono qui ricordare:

- le mentalità radicate nell' humus popolare arcaico presenti nell' astigiano, inclusa quella magico - sacrale (sogni, visioni, meraviglie, castighi divini ... ): esse spiegano il suo modo di procedere per passi, senza accelerare e senza mutamenti; il desiderio di mantenere buoni contatti con i vicini di territorio ; la condivisione di situazioni locali ; lo spirito di solidarietà che si traduceva in immediati gesti concreti ... - gli insegnamenti ricevuti in famiglia (esortazioni materne, realtà della morte, uso oculato del denaro, valore del tempo, partecipazione al lavoro di gruppo ... ); presso diversi educatori  (Don Lacqua, Don Sismondo, Don Calosso  ... ); in ambienti lavorativi presso i coniugi Moglia, Giovanni Roberto, Evasio Savio (apprendimento di vari mestieri); nel seminario di Chieri (formazione di tendenze conservatrici, lezioni di teologia morale non distanti da una tendenza rigorista); a Torino, nella interazione con Don Guala (ascetica ignaziana, lotta decisa contro il giansenismo e il realismo, sincera e tenera devozione al Sacro Cuore, alla Madonna, al Papa, frequenza dei Sacramenti, teologia morale secondo lo spirito dell' Alfonso Maria de' Liguori (97);

- a Torino, nell' interazione con Don Cafasso, Don Cocchi (98), Don Cottolengo (99) (attenzione alle realtà sociali, analisi critica dei fenomeni urbani, importanza di un apostolato ambulante nel luoghi della periferia, ideazione di progetti di promozione umana);

-  Le riserve mentali: Don Bosco non seguiva il primo impulso, era cauto, valutava le circostanze, si consultava con persone a lui vicine.

Da una parte manifestò esplicite riserve verso coloro che osteggiavano la Chiesa cattolica, il Papa e il clero, dall' altra parte - però - non cessò di comunicare con interlocutori utili per le sue opere, anche se questi erano massoni e anticlericali;

- le convinzioni: il fondatore, pur prendendo atto della complessa realtà socio - politica e da situazioni delle quali non sempre era chiaro il possibile sviluppo, avvertì l' esigenza di operare dei cambiamenti, si mostrò contrario alle posizioni passive, inerti, e fu deciso a realizzare un lavoro di rete;

- il criterio della concretezza nella soluzione di problemi contingenti: Don Bosco non iniziò il proprio impegno sacerdotale con idee grandiose e vasti progetti; alcuni atteggiamenti di "grandezza" non gli appartengono. Egli si confrontò sempre con il reale, con quanto era possibile fare. Il suo disegno operativo si ampliò solo quando i mutamenti nel quotidiano gli fecero comprendere l' utilità di andare oltre i confini dell' area diocesana e di quelli della stessa patria.

 

L'  OSMOSI  DI  DON  BOSCO  E  LA  NUOVA  SOCIETA'

 

Unitamente a ciò le agiografie non hanno sempre tenuto conto dell' osmosi tra il fondatore e la nuova società che stava nascendo.

Al riguardo si può affermare che qualche autore dimenticò che Don Bosco:

- intuì che la nascita di contesti socio-economici diversi dai precedenti non sarebbe stata indolore, che avrebbe prodotto lacerazioni, accentuando le dinamiche dei reazionari e i moto popolari tendenti a una reimpostazione dell' intero sistema politico;

- osservò che il processo di industrializzazione non costituì un fenomeno di superficie perchè avrebbe inciso sulla condizione dei lavoratori, sulla distribuzione della forza lavoro, sulla situazione delle famiglie, sul pauperismo;

- arrivò alla consapevolezza che detto processo avrebbe prodotto un cambiamento irreversibile nei rapporti sociali, nei costumi della gente, nelle abitudini, nella stessa dimensione spirituale delle persone.

 

IL  PASSAGGIO  "AL  NUOVO"

 

Esisteva quindi, per Don Bosco, una fase di passaggio ove il "nuovo" non aveva solo il volto di cambiamenti ristretti a mutamenti apicali di responsabilità, o a diversi sistemi amministrativi, o a più aggiornati processi  gestionali. Il "nuovo" si presentava con una mutata visione del mondo e dei rapporti umani.

Davanti a tutto questo, come reagì il fondatore ?

Nelle trasformazioni epocali del tempo la forza e la vitalità del suo messaggio emersero e si estesero sul piano della società civile, non su quello dei rapporti con le istituzioni dello Stato; si rafforzarono e raggiunsero risultati nell' ascolto attento dei bisogni collettivi: l' alfabetizzazione, la cultura professionale, il lavoro, il raggiungimento di un ruolo sociale.

Il giovane prete di Castelnuovo, nato da famiglia contadina, manifestò un cattolicesimo legato a tempi non moderni ma dinamico, sorto nelle campagne piemontesi e divenuto elemento vivo in una dinamica segnata dall' urbanesimo  e dalla prima industrializzazione (100).

Da un quadro ambientale e sociale radicalmente diverso da quello in cui era nato, Don Bosco seppe individuare gli stimoli e le suggestioni per la realizzazione di istituzioni e di modelli culturali che trascrivevano sulla originaria e inalterata matrice cittadina alcuni valori della nascente modernità.

In altri suoi coetanei l' esperienza di una migrazione interna causò realtà dolorose:

- il non - adattamento si manifestò anche con fenomeni di de-strutturazione della personalità, la collocazione di ceti poveri in aree marginali produsse asocialità, la difficoltà legata a mantenere equilibri di salute e serenità familiare fu alla base di tensioni che causarono violenze domestiche e comportamenti penalmente rilevanti;

- in molti, anche nei meno svantaggiati, fu a volte problematico entrare in circuiti di partecipazione alla vita civile. Lo dimostrano anche talune situazioni fallimentari con conseguente ritorno in ambiente rurale;

- Don Bosco, al contrario, non visse il passaggio dal luogo natìo alla capitale del Regno come un abbandono di realtà care ma inutili. Egli conservò sempre quanto aveva imparato negli anni dell' adolescenza e della giovinezza e utilizzò anche "quel" patrimonio come elemento di orientamento nelle ore delle decisioni importanti.

 

LA  VISIONE  DELLA  STORIA

 

Nel passaggio tra l' area rurale e quella urbana, nel progressivo inserimento nella vita torinese, nella graduale comprensione delle dinamiche politiche, nella necessità di operare delle scelte sempre più gravide di conseguenze, Don Bosco sviluppò una propria visione della storia. Tale suo modo di vedere i fatti del tempo poggiava per molti aspetti su un insieme di temi neo-guelfi (101) (cambiamenti senza moti rivoluzionari, propensione per un disegno federalista, luogo centrale del papato) e i malumori anti-giacobini (disaccordo verso la lotta armata, la radicale conflittualità verso la Chiesa cattolica, il deismo, le idee laiciste inerenti i costumi da privilegiare).

Non si trova comunque nel prete astigiano un recupero nostalgico dell' epoca medievale. Al riguardo, all' inizio della sua Storia Moderna si possono leggere alcune righe come queste:

"La serie degli avvenimenti che io intraprendo a raccontarvi, dicesi Storia Moderna, sia perchè abbraccia i tempi a noi più vicini, sia perchè i fatti, che ad essi riferisconsi, non hanno più quell' aspetto feroce e brutale siccome quelli del Medio Evo.

Qui è quasi tutto progresso, tutto scienza ed incivilimento; perciò ho motivo a sperare che le cose che io vi andrò raccontando, debbano di certo riuscirvi utili e nel tempo stesso piacevoli".

Tuttavia la sintesi fra la cultura del mondo contadino e i valori della realtà urbana rimase incompiuta, anche se fu ricca di frutti. Da una parte si trova:

- una spiccata comprensione per il racconto e per la divulgazione dei propri sogni profetici:

- una narrazione evocatrice di antiche battaglie fra il bene e il male;

- una legittimazione del proprio ruolo di leader attraverso alcune forme di "bravura" come l' illusionismo, la prestidigitazione, i giochi acrobatici;

- una professata familiarità con il meraviglioso (un grande cane grigio si materializzava all' improvviso in momenti di pericolo, lo scortava nei suoi trasferimenti notturni, e spariva).

Su un versante opposto, nella figura e nell' opera del santo, si riscontra una pratica spontanea di valori razionali:

- In una città segnata da aree sociali emarginate  e "a rischi" Don Bosco inserì i giovani "sbandati" in una organizzazione, conferì loro un senso di identità, di appartenenza, di orgoglio;

- In tempi nei quali la pratica pedagogica cattolica corrente era volta soprattutto all' educazione del cuore, in nome della quale si trascurava volentieri il leggere e il fare di conto, Don Bosco - al contrario - predispose un modello pedagogico che mise in risalto l' educazione della volontà e della intelligenza;

- in un periodo storico ove era elevatissimo il numero degli esclusi dalla scuola di base, Don Bosco avvertì l' alfabetizzazione di massa come un compito di importanza primaria, al quale si dedicò con forte determinazione;

- in anni nei quali la disoccupazione era tra le cause di questioni irrisolte, l' ex contadinello ed ex vaccaro affermò il valore del lavoro come strumento di emancipazione e come segno di dignità personale;

- in una fase politica segnata da fratture e da conseguenti non  intese, Don Bosco ebbe una consuetudine anche con case aristocratiche e patrizie; le istituzioni da lui fondate non sarebbero state in grado di affrontare i necessari oneri senza un supporto derivante da una una interazione con i ceti dirigenti.

 

IL  MODELLO  SOCIO  -  PROFESSIONALE  SALESIANO

 

Nell' ambito della sua storia terrena, Don Bosco si trovò proprio sul confine tra domanda di lavoro (le migliaia di braccia inesperte che affollavano i quartieri della periferia torinese nella zona Dora, con  apporto di un flusso costante di nuovi inurbati) e una offerta che non era certo ampia, ma che imponeva comunque ruoli specializzati e non generici.

Per questo motivo il fondatore dovette operare delle scelte. Tali opzioni costituirono il modello socio - professionale salesiano.

I suoi valori furono quelli di un ceto che voleva abbandonare una condizione posta ai margini sociali per inserirsi nella società di mercato con il lavoro.

Tale processo si innestò non con delle attività di tipo generico (custode, facchino, addetto alle pulizie ... ), ma con delle prestazioni specifiche . Essendo svolto in imprese di medie e piccole dimensioni divenne una affermazione personale di dignità, di capacità, di flessibilità.

Un fabbro, un falegname, un tipografo  o un meccanico esprimeva una cultura specializzata: era un professionista.

 

INIZIATIVE  PRECEDENTI  L'  OPERA  SALESIANA

 

Sul piano dell' istruzione professionale, nell' area torinese, Don Bosco venne anticipato dai fratelli delle Scuole Cristiane  (102) chiamati nel 1829 a Torino da Carlo Felice (103).

Dalla capitale del Regno Sabaudo poterono divulgare i loro metodi e programmi, specie per iniziativa del pedagogista Giovanni Antonio Raynèri (1810 - 1867), dei ministri Gabrio Casati  (1798 - 1873) e Lanza, del politico Carlo Boncompagni di Mombello (1804 - 1880) e dello stesso Cavour. Furono utili anche a Don Bosco.

Accanto alla succitata congregazione è da ricordare il Collegio degli Artigianelli. Fondato a Torino (1849) da Don Cocchi, fu privo per circa 14 anni di una sede propria. Solo nel marzo del 1863 avvenne il trasferimento dello stabile in Corso Palestro 14, edificato per avere dei locali più ampi e dei laboratori per preparare i ragazzi ai mestieri  di fabbro, falegname, tipografo, legatore ...

Nel 1866 si chiese a Don Leonardo Murialdo (104) di accettare l' incarico di rettore del Collegio (105).

Il prete accettò. Fu un altro santo piemontese molto attivo, proveniente da una famiglia di banchieri e molto amico di Don Bosco (106).

Infine è anche doveroso indicare une iniziativa non torinese: la società d' Incoraggiamento di Arti e Mestieri fondata nel 1838 da esponenti di ambienti economici e culturali lombardi, tra i quali Heinrich Mylius, (1769 - 1854), Antonio De Kramer  (1806 - 1853), Michele Battaglia (1800 m- 1870), Luigi Magrini  (1802 - 1868), Giulio Curioni (1796 - 1878), con lo scopo di favorire il perfezionamento tecnico - produttivo delle manifatture lombarde, la Società d' Incoraggiamento di Arti e Mestieri iniziò ad operare nel 1841.

In origine l' attività della Società consisteva nell' assegnazione di premi e sovvenzioni a artigiani , inventori, capi operai e operatori economici che si segnalavano per l' introduzione di elementi innovativi nei processi di produzione.

Ben presto tuttavia si comprese che il miglior modo di favorire l' industria è quello di illuminarla con l' istruzione, e la Società si dedicò all' organizzazione  di corsi professionali articolati per settore.

 

DAI  MODELLI  ALLA  PRASSI  QUOTIDIANA

 

Nei laboratori salesiani si mantenne una disciplina energica. Don Bosco non era un sentimentale e li gestiva come imprese industriali. I regolamenti erano molto sintetici e chiari.

E' comunque da sottolineare una coincidenza lessicale. L' articolo 1 del regolamento dei laboratori (testo definitivo del 1877) stabiliva che "i giovani allievi di ogni officina debbono essere sottomessi ad obbedire allo assistente ed al maestro d' arte, che sono loro superiori".

In modo simile, l' articolo 36 del contratto nazionale dei metalmeccanici (rimasto inalterato dal 1948 al 1970) affermava: "I lavoratori dipendono direttamente dai loro superiori". Per almeno un secolo il principio è rimasto valido.

Tuttavia, se questo rappresentava il volto esigente dell' operato salesiano, esisteva anche un risvolto che lo giustificava e lo correggeva: era un modello che non mortificava le attese personali di emergere nel sociale e che favoriva la mobilità sociale.

Per i datori di lavoro, l' impiego di dipendenti che erano passati attraverso le scuole di Don Bosco e Valdocco costituiva per sè una garanzia di carattere forte e di capacità professionale.

 

MONDO  IMPRENDITORIALE  E  PROGETTO  SALESIANO

 

Un primo esempio dell' attenzione del mondo imprenditoriale per la formazione salesiana è dato dalla fitta trama di rapporti che presto si  intessé tra Don Bosco e la Direzione tra Don Bosco e la Direzione torinese delle ferrovie, che costituiva nella seconda metà dell' Ottocento, una delle più importanti imprese della città, e che manifestò una preferenza per l' assunzione di operai preparati a Valdocco.

Attraverso questi meccanismi, il modello salesiano: si presentò come un punto di riferimento per chi desiderava una forma di elevazione sociale; agì come un moltiplicatore delle aspirazioni sociali per le fasce più deboli della popolazione; contribuì a diffondere una domanda di istruzione ben al di fuori di quei ceti elevati che ne erano stati i fruitori privilegiati.

 

LE  DIFFERENZE  RISPETTO 

ALLA  POLITICA  STATALE

 

Diverso era allora l' orientamento dello Stato liberale. Senza intuire la domanda di professionalità diffusa che la società industriale avrebbe posto, la legge Casati sull' istruzione  del 1859  (107) non prese neppure in considerazione l' istituzione di scuole professionali.

Prevedeva invece un triennio di scuola tecnica e un successivo triennio di istituto tecnico destinato, in teoria, a formare i quadri medi della società degli affari, degli impieghi e dei commerci.

In teoria, perchè nella realtà questo genere di scuola, non sapendo risolversi a una scelta netta tra una cultura generale di stampo umanistico e un più deciso orientamento al mondo del lavoro, non riuscì a proporre un efficace modello formativo.

Ancora negli ultimi anni dell' Ottocento esisteva una forte polemica sulla incapacità di questa scuole a "dare un mestiere".

Don Bosco e i suoi successori avranno perciò dalla loro una formula assai più flessibile e dinamica.

Osserva in proposito lo storico Stella: "Tra l' antico modo di stabilire rapporti di lavoro tra padrone di bottega e apprendisti, e il nuovo modello della scuola tecnica prevista dalla legge organica sull' istruzione, Don Bosco preferì percorrere le sua terza via: quella  cioè dei grandi laboratori di sua proprietà, il cui ciclo di produzione, di livello popolare e scolastico, era anche un utile tirocinio per i giovani apprendisti (108).

Si può aggiungere un dato: Don Bosco, non in sintonia con diversi princìpi dello Stato liberale unitario, nel rapporto con la società del suo tempo :

- non rifiutò comunque di interagire con le concrete dinamiche politico - economiche;

- si rese conto che in uno Stato che proclamava il valore della proprietà e dell' iniziativa privata, era necessario costituire una organizzazione che rispettasse tale affermazione;

- prese atto che la società salesiana avrebbe dovuto reggersi soprattutto sui proventi delle scuole, dei laboratori e della produzione tipografica ed editoriale.

 

3.  OLTRE  I  RACCONTI  SUL  SANTO  IMPRENDITORE

 

Il sogno di Don Bosco sul futuro della Chiesa, dipinto di M. Barberis

Il Sogno di Don Bosco sul futuro della  Chiesa.

Dipinto di M. Barberis

 

 

 

Nel contesto descritto il precedenza, la figura di Don Bosco riacquista forza . Lo attesta anche un fatto marginale.

Ancora vivente il fondatore, l' industriale Alessandro Rossi  (109) rivolse l' attenzione all' opera di Valdocco e chiamò i confratelli del santo nell' area produttiva di Schio. Tutto ciò non avvenne per caso.

Le iniziative salesiane presentavano ormai connotati di cultura imprenditoriale recepite dalle stesse leggi Siccardi.

Queste, pur non gradite, furono considerate il segno di una tendenza irreversibile nel rapporto Stato - Chiesa. L' organizzazione salesiana venne allora concepita come una società ove i membri conservavano i diritti civili, erano assoggettati alle leggi dello Stato, pagavano le imposte.

In pratica, una associazione di liberi cittadini impegnati in opere di beneficenza (110).

Realizzare ciò, cercare una autonomia economica, significava tuttavia investire e organizzare le risorse secondo criteri e strategie che non avevano nulla a che fare con il passato. Per tale motivo Don Bosco utilizzò in modo concreto i beni immobili di cui disponeva.

Quando gli mancarono le risorse umane per servirsene, li monetizzò. Divenne così un imprenditore privato di iniziative socio - assistenziali.

 

INFLUIRE  SULLE  ISTITUZIONI  SOCIALI

 

Nel disegno del fondatore la fondazione doveva cercare di diventare autosufficiente sul piano economico .  A ogni salesiano venne chiesta una presenza attiva nelle istituzioni sociali del tempo. Lo attesta anche un passo del discorso tenuto dal santo nel 1879, riportato da monsignor Antonio Maria Belasio  (111) con il titolo: Non abbiamo paura !:

"Già Tertulliano diceva a' pagani: Voi non ci volete perchè cristiani: e noi v'abbiamo già empito il vostro esercito ... Si, noi vi abbiamo già empito le vostre curie, traffichiamo con voi nei mercati, ci affratelliamo in tutte le cose, lasciamo a voi solo i templi de' vostri idoli.

Anche i salesiani diranno: Voi non volete più frati, ne' religiosi di qualunque congregazione, e noi verremo a farci laureare nelle vostre università per difendere il più caro patrimonio del genere umano, le verità che salvano.

Bene, noi saremo artigiani nelle vostre botteghe e lavoreremo come servi fedeli del Padre di tutti; noi saremo chiamati coscritti nei nostri reggimenti e faremo rispettare le virtù e la religione, che non si conoscono se non per bestemmiarle; oh sì, vogliamo intrometterci tra voi dappertutto, e lasceremo ai nemici della religione solo le tane dei vizi.

I salesiani si son gettati nel mezzo di una società in movimento, in progresso, ed essi devono dire con vivace parola: Fratelli, anche noi corriamo con voi; e con amabile affabilità fermarli seco, quasi a divertirli con una cert' aria di novità (112). "

La forma di presenza ricordata dal Belasio non ha nulla in comune con le strategie mirate ad accentuare le diversità.

In Don Bosco era necessario proporre, coinvolgere, realizzare, partecipare, convergere (quando possibile) su progetti condivisi.

Tutto ciò era fattibile se si evitavano delle contrapposizioni di tipo irriducibile.

Piuttosto che insistere sull' idea di conflitto sociale, di eversione politica, era necessario partire da micro - realizzazioni, cioè da esperienze concrete. Solo da una quotidianità operosa poteva nascere un "fatto concreto", una esperienza ripetibile, una prospettiva non mortificante.

In tal senso non si trova nel fondatore ne' un desiderio di trionfalismo, ne' una posizione di supremazia. Il suo desiderio rimaneva quello di vivere Cristo nella Chiesa, traendo da tale realtà la forza per operare nel sociale.

 

L'  IMPORTANZA  DELLA  COMUNICAZIONE  A  RAGGIO

 

Proteso verso una linea imprenditoriale, Don Bosco ebbe anche un singolare senso delle comunicazioni di massa, infrequente in quel momento storico. Il messaggio da trasmettere doveva essere diretto, coinvolgente, impostato in modo da essere ricordato per qualche dettaglio posto in evidenza. La circolazione di testi religiosi e di cultura varia doveva servire per rafforzare nella fede, per sentire cum Ecclesia, per migliorare i costumi, per aiutare le opere salesiane, per formare onesti cittadini.

In tale contesto la produzione editoriale che uscì dai laboratori tipografici ebbe un particolare successo: "Il Giovane provveduto", "Le letture cattoliche" e "Il Bollettino Salesiano" diventarono presto i simboli e i veicoli di una rete editoriale che il trascorrere del tempo non fece altro che qualificare ulteriormente.

I centocinquanta volumi e volumetti pubblicati dal fondatore ebbero una vasta diffusione. La sua Storia d' Italia raccontata alla gioventù raggiunse trentuno edizioni.

Quando Antonio Gramsci (113) divenuto un torinese naturalizzato, espresse la sua ammirazione per la diffusione della Stampa Cattolica, certamente aveva presente questo aspetto della cultura imprenditoriale salesiana.

Alla Esposizione Industriale di Torino del 1884, l' unica istituzione cattolica seriamente rappresentata fu proprio la società salesiana, che espose il ciclo continuo della carta prodotta nello stabilimento salesiano di Mathi Canavese (Torino), con quanto di meglio offriva allora la tecnologia europea, secondo il riconoscimento degli esperti che formavano la giuria. Insieme a questi macchinari furono esposti anche i procedimenti tipografici che portano dalla carta al libro finito.

Si trattò di una delle grandi attrazioni dell' Esposizione.

La carta, la tipografia, l' attività editoriale, o laboratori, le scuole, le missioni ... il santo imprenditore era così riuscito a realizzare quello che oggi si definisce un sistema sinergico.

 

LE  SALITA  DA  AFFRONTARE

 

La presenza dei salesiani nelle istituzioni sociali, e i positivi risultati ottenuti sul piano del sistema sinergico e su quello, collaterale, dei processi di comunicazione, farebbero pensare a un Don Bosco perennemente vincitore. La storia, al contrario, racchiude pagine dolorose. Il fondatore infatti dovette affrontare:

- una serie di prove legate al rapporto con le pubbliche autorità (convocazioni in ufficio sulla base di segnalazioni, critiche legate alla presenza di minori "a rischio", osservazioni sui metodi pedagogici, ispezioni ...);

- attacchi di giornalisti (ad esempio, i redattori del giornale anticlericale la "Gazzetta del Popolo" di Felice Goveani (114, accusarono Don Bosco di eccessiva spregiudicatezza nell' uso del denaro (115); analoghi rilievi emersero in sedi ecclesiastiche ufficiali anche nel corso delle stesse fasi di canonizzazione);

- polemiche da parete di non cattolici;

- dure affermazioni di un tipografo (Favale) (116) e di un editore libraio (Vigliardi) (117) i quali sostenevano che le tipografie degli "Istituti pii" conducevano una concorrenza sleale nei confronti delle tipografie e librerie private, e che era necessario sopprimerle;

- vicende ecclesiali che lo videro in forte difficoltà con alcuni esponenti della gerarchia cattolica (specie gli arcivescovi torinesi Ottaviano Ricardi di Netro (118) e soprattutto Lorenzo Gastaldi , con il quale mancava una identità di vedute sullo sviluppo dell' opera salesiana);

- situazioni politiche segnate dalle turbolenze del tempo:

- lotte contro il Papa e i suoi sostenitori;

- incessanti problemi economici:

- difficoltà a conservare negli oratori e negli istituto salesiani lo spirito delle origini (119).

 

In particolare, sul piano economico l' attacco frontale convergeva su un punto: il fondatore cercava soldi, li chiedeva a tutti, riusciva a ottenere molti sostegni e lasciti dai benefattori , ma - poi - come veniva usato tutto quel denaro ? Erano documentate le spese ? Esisteva una puntuale contabilità ?

Davanti  a tali interrogativi non era difficile capire dove andavano a finire "le ricchezze".

Gli investimenti realizzati e quelli in fase di attuazione restavano prove più che sufficienti a dimostrare un corretto uso del denaro.

Malgrado ciò sarebbe comunque molto interessante tentare una ricostruzione dei conti di Don Bosco. Come in tutte le società sviluppatesi nel periodo in esame e nei decenni successivi, non stupirebbe il riscontro di qualche incongruenza. Forse il valore d' acquisto di determinati beni immobili potrebbe apparire sottovalutato.

Comunque, sul piano delle operazioni immobiliari, Don Bosco rivelò un intuito singolare. Da una lettera dell' Architetto Alessandro Antonelli (120) si ricava il fatto che il fondatore era entrato in trattative con la comunità israelitica torinese per l' acquisto della Mole Antonelliana. Alla fine, non se ne fece nulla.

Probabilmente anche lui dubitò della utilità della iniziativa.

 

ANNOTAZIONI  DI  SINTESI

 

Don Bosco, come sacerdote educatore avvertì i drammi legati alle condizioni di abbandono in cui versava una parte della gioventù del tempo. Sul versante della lettura storica intuì (sul piano intellettuale ed emotivo) che i problemi legati alla condizione delle nuove generazioni non erano un fatto circoscritto al Piemonte, ma che avevano in sè una valenza universale (ecclesiale e civile); in ambito operativo avvertì la necessità di promuovere una rete di interventi impostata in modo da coinvolgere lo Stato e la Chiesa secondo un principio di corresponsabilità.

 

PERCORRERE  LE  STRADE  DEL  POSSIBILE

 

La presenza di una situazione sociale segnata da ingiustizie, reagì individuando - di volta in volta - le possibilità che gli venivano offerte dalle mutate condizioni storico - culturali e dalle congiunture economiche che si presentavano.

Nonostante l' acuirsi del conflitto fra Chiesa e Stato, tra clericalismo e anticlericalismo, tra transigenti e intransigenti, non si rassegnò alla rottura delle relazioni Stato - Chiesa dal momento che vedeva in prima persona la sofferenza per molte persone che si allontanavano dalla propria fede.

Nella pacifica convivenza e collaborazione tra la politica degli educatori di giovani e quella dei professionisti di area pubblica, Don Bosco conservò la libertà e la fierezza dell' autonomia. Non volle legare la sorte della sua opera all' imprevedibile variare delle vittorie politiche. Intese salvaguardare, per sè e per i suoi, la possibilità di inserirsi nelle condizioni sociali e politiche del tempo e, al loro interno, operare senza l' obbligo di schierarsi in questa o in quella formazione partitica.

Semplice sacerdote educatore, senza essere un politico o un sindacalista o un sociologo, e pur essendo figlio di una teologia e di una concezione sociale con evidenti limiti, riuscì comunque ad anticipare , sotto vari aspetti, la moderna azione educativa (basata sui diritti umani dei bambini e degli adolescenti (121), evidenziò la possibilità di realizzare soddisfacenti integrazioni nella cooperazione pubblico - privato , intuì la validità di un sistema sociale rispondente a logiche di solidarietà e sussidiarietà (i cui principii sarebbero stati acquisiti dalla politica con fatica solo nel secolo successivo).

Operando nel civile e nel sociale, ma con  precisi ed essenziali risvolti religiosi, Don Bosco dette prova di una duplice cittadinanza: quella della città terrena e quella della città celeste, non disgiunte fra loro.

 

STORIA  DI  UN  FENOMENO  ?

 

La vicenda terrena di Don Bosco è stata definita da taluni la storia di un fenomeno. Tale linea di pensiero, pur attingendo a documenti, può rischiare, però, di mettere in ombra la fatica di un cammino e può dimenticare un dato: il prete astigiano non si è fatto strada insistendo su analisi teoriche, o elaborando trattati scientifici, ma ha scelto di procedere con gesti poveri, in modo umile, con poche risorse.

Il fondatore seppe inserirsi gradualmente nei vissuti dei minori e degli adolescenti, oltre che in quelli di adulti e di anziani.

Tutto questo spiega la semplicità del suo linguaggio . Qualche voce critica, nel migrare del tempo, gli ha rimproverato di scrivere in modo troppo semplicistico, di non sviluppare compiutamente un apporto teologico, di non essere eccessivamente preciso nei riferimenti e nelle stesse ricostruzioni storiche, di spingersi un po' troppo verso l' emotivo e  il fantasioso.

In realtà, in tali posizioni, si riscontra la non presenza di alcuni tasselli storici.

 

LA  SCELTA  DI  PARTIRE  DAL  BASSO

 

Per realizzare le diverse iniziative che, negli anni, condurranno a un disegno compiuto, Don Bosco scelse di partire "dal basso".

Anche se nei programmi progressivamente realizzati ebbe necessità di sostegni,  non si preoccupò di convincere "prima" e "subito" i teorici dell' educazione del tempo, non cercò giustificazioni. Non si mosse neanche per coagulare forze politiche in grado di presentare alternative ai programmi statali vigenti, alle linee guida ministeriali, alle scelte pubbliche decise dalle autorità del tempo.

Il fondatore affrontò la strada dell' esperienza graduale in più ambienti, facendo presto i conti con le prove derivanti dall' esperienza, della precarietà degli inizi e della povertà di risorse.

 

DON  BOSCO:  IN  PARTE  SCONOSCIUTO  ?

 

Di Don Bosco, grazie anche all' Epistolario, si conoscono la vita spirituale (122), le idee, le iniziative, i contatti attivati con i più diversi interlocutori. Tutto questo, a sua volta, spinge oggi gli studiosi ad approfondire ulteriormente sul piano storico:

- le coordinate del disegno educativo;

- l' estensione della visione progettuale;

- la co - presenza di obiettivi pluricentrici (dall' alfabetizzazione alla formazione professionale, dalla lotta alla emarginazione  all' accompagnamento verso nuovi ruoli sociali ... );

- la complessità dei rapporti di Don Bosco con lo Stato (prima Regno di Sardegna, poi Italia) (123), con il clero, o vescovi e il Papa;

- la rapidità con la quale si mossero le missioni salesiane;

- le iniziative promosse nel campo della "cultura popolare" cattolica;

- l' interazione con esponenti del movimento cattolico.

 

I  LIMITI  DI  DON  BOSCO

NON  DIMINUISCONO  LA  SUA  FIGURA

 

Criticare il lavoro di una persona non è difficile. Ad esempio, è facile individuare i limiti di un' opera di divulgazione popolare del fondatore, quale la Storia d' Italia raccontata alla gioventù (che dopo il 1856 e il 1888 riscosse ampi consensi).

Addirittura si può anche non accogliere la maggior parte dei giudizi estetici (legati a emozioni e stati d' animo) espressi da Don Bosco nel succinto lavoro.

 Tutto questo non sminuisce in alcun modo la positività della sua figura. In tale contesto occorre ricordare che il fondatore è un personaggio che non è facile classificare secondo gli abituali schemi di una certa storiografia politica. Egli può ben allinearsi alle direttive di Pio IX nel contestare lo Stato liberale; il fatto è che la frequentazione dei suoi massimi esponenti - da Cavour, a Lanza, a Rattazzi - non è affatto occasionale.

Secondo una tarda testimonianza del vescovo Geremia Bonomelli  (124) Don Bosco gli avrebbe detto: "Nel 1848 mi accorsi che se volevo fare un po' di bene, dovevo mettere da banda ogni politica. Me ne sono sempre guardato e così ho potuto fare qualche cosa, non ho trovato ostacoli e anzi ho avuto aiuti anche là dove meno me lo aspettavo (125).

E' anche noto che il personaggio politico più largo di aiuti sostanziali a Don Bosco fu Urbano Rattazzi. Quando la capitale fu trasferita a Firenze, Giovanni Lanza e altri coinvolsero il fondatore alla nomina del vescovo per le sedi vacanti.

Giunta al potere la sinistra liberale, il prete astigiano ebbe modo di continuare a tessere forme d' intesa, malgrado critiche e perplessità emergenti negli ambienti politici vaticani, e nonostante l' opposto orientamento del movimento cattolici intransigente.

 

DOVE  "COLLOCARE"  DON  BOSCO  ?

 

Il vero punto di vista di cui Don Bosco sulla presenza del cristiano nella realtà sociale e politica non è, dunque, ne' temporalista, ne' guelfo, ne' cattolico liberale. Con lui le categorie di giudizio esclusivamente politiche non fanno presa.

Non risulta agevole, in definitiva, collocare una persona come Don Bosco nelle coordinate di una pluridecennale storiografia politica, riferimenti interiorizzati a tal punto da applicarli ad ogni circostanza storica, situazione, personalità.

Gli schemi concepiti per coppie di antinomie (autorità - profezia, tradizionalismo - riformismo, intransigentismo - conciliatorismo) si rilevano inadeguati a rappresentare la complessa vicenda storica del fondatore, così come quella di Don Giovanni Battista Piamarta  (126) o di Don Luigi Guanella (127).

 

DON  BOSCO  EVITO'  DI  FARSI  CHIUDERE

IN  STORICI  STECCATI

 

Don Bosco capì che nella situazione piemontese, prima dello Stato post - unitario, poi, la religione rischiava di essere troppo coinvolta nelle vibranti passioni della politica, e non si lasciò imprigionare dagli storici steccati.

La linea operativa che caratterizzò la sua opera in quasi mezzo secolo di attività, ed in particolare dopo il 1848, non fu l' alleanza, ma l ' interazione, la comunicazione, la reciproca conoscenza, con le istituzioni politiche e amministrative dello Stato liberale (per esigenze immediate e contingenti).

 

L'  INTUIZIONE  CHIAVE

 

Il prete do Valdocco, a cui premeva sempre e in primo luogo aiutare gli uomini a conquistarsi la vita eterna, aveva compreso che non sono i dibattiti, le teorie, i sogni utopistici, i trasformismi, a fare dei cattolici una forza costitutiva del Paese, ma piuttosto le iniziative concrete con le quali i cattolici difendono i diritti dei deboli, dei fragili.

E' in tale contesto che ogni progetto di Don Bosco maturò prima di tutto dall' intelligenza dei tempi avuta dal fondatore, e dalla sua disposizione al confronto con il moderno in ambiti quali il sistema di produzione industriale, le innovazioni scientifiche e tecnologiche, la ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro per il ceto operaio.

Don Bosco rimane, a livello storico un personaggio significativo anche perchè aveva compreso che l' ideologia propria dei partiti e movimenti agrari e/o contadini  (il ruralismo) era una utopia fuori dalla realtà.

Il problema vero era quello di accettare la sfida dei tempi nuovi, impegnandosi a fare entrare le nuove generazioni nel processo di produzione industriale, aiutando i giovani sul piano della competenza professionale e formandoli ad una saldezza morale e religiosa tale da renderli vittoriosi di fronte ai pericoli di dissociazione e di perdita in umanità che la fabbrica poteva portare con sè.

 

L'  ETICA  DEL  LAVORO  PRODUTTIVO

 

Il prete astigiano contribuì a rinnovare nella Chiesa e nella società quella che Piero Bairati  (128) chiama "l' etica del lavoro produttivo" (129).

Fondatore di una congregazione nuova, sorta - sono parole di Don Bosco - "per incorporarsi col popolo e assimilarsi a lui in una sola vita", la cultura salesiana del lavoro ("chi non sa lavorare non è salesiano") (130) non appartiene alla storia del primo capitalismo e supera la concezione assistenzialistica.

Fin dai primi regolamenti della casa, redatti tra il 1852 ed il 1854, Don Bosco volle insistere sul valore auto - formativo del lavoro e sul suo alto significato sociale, essendo esso sempre un modo di servire il prossimo e di contribuire al bene comune.

"Adamo era stato posto nel Paradiso terrestre perchè lo coltivasse" (131), ammetteva il fondatore.

E nella redazione definitiva del regolamento dei laboratori salesiani, quella del 1877, nell' articolo 19 si legge una chiara eco del paolino: "chi non lavora non mangi": "L' uomo è nato pel lavoro e solamente chi lavora con assiduità trova lieve la fatica e potrà imparare l' arte intrapresa per procacciarsi onestamente il lavoro. "

 

DON  BOSCO  ACCOMPAGNA  NELLA  TRANSIZIONE

 

Il fondatore cercò di non rendere dolorosa alle nuove generazioni la transizione da una società rurale a un tessuto industriale che aveva ritmi e comportamenti radicalmente diversi.

Insegnò la serietà del lavoro organizzato, volle insistere sulla specializzazione professionale e sulla qualità del prodotto, perchè nella società di mercato ogni persona si doveva inserire e si affermava in ragione della propria capacità di produrre beni e servizi. Non ebbe torto la "Voce dell' Operaio" di Torino, che non si era mai occupata del fondatore, a scrivere, in occasione della morte: "Don Bosco consacrò al bene della classe operaia la sua grande anima. " (132).

L' intuito imprenditoriale del fondatore gli permise di concretizzare in modo rapido la lezione dei fatti, fin dall' inizio del decennio dominato dalla figura di Cavour.

Per quanto potesse non condividerla, Don Bosco capì che la politica ecclesiastica e liberale era irreversibile e che in quelle condizioni era necessario, per la realizzazione dei programmi educativi e sociali, il raggiungimento della autonomia economica sia nei confronti della Chiesa che dello Stato.

Le sue intuizioni non potevano reggersi su rendite ecclesiastiche. Così egli cercò di mettersi nella condizione di non possedere beni che potessero essere considerati manomorta ecclesiastica.

In una società fondata sulla libertà d' impresa, le istituzioni salesiane dovevano essere un' impresa privata.

 

L'  ULTIMA  LEZIONE:

SPEZZARE   I  CIRCOLI  VIZIOSI

 

Sono molte le lezioni che Don Bosco è stato capace di impartire senza essere seduto dietro a una cattedra. I suoi insegnamenti coprono più tematiche: religiose, ecclesiali, sociali, civili, culturali.

Potrebbe sembrare a prima vista che si tratti di un disegno a raggiera privo di qualcosa che riassuma efficacemente le frasi, i discorsi, gli scritti, i messaggi che anticiparono il suo ingresso nella Casa del Padre.

Ma a ben vedere esiste un' idea - chiave che costituisce l' ultima lezione, cioè l' essenziale.

Il fondatore ha scritto, fra le pagine della storia, un' affermazione: dalla vita in Dio nasce l' impegno di prossimità verso tutti i suoi figli. Nessuno è escluso, perdente. Nessuno ha chiuso con la società.

Con questa premessa Don Bosco ha lottato per spezzare le logiche perdenti che sostenevano di fatto un immobilismo sociale.

Ha cancellato i fatalismi e ha costruito dei passaggi, dei cambiamenti, nei ceti sociali.

Non ha gettato bombe e non si è rallegrato per i caduti di diverse guerre, per gli invalidi e per i prigionieri.

La sua rivoluzione è sorta da una linea di partenza diversa da quella di molti innovatori del suo tempo.

Non programmi di riscossa generalizzata, ma percorsi pedagogici.

Non assalti alla baionetta, ma aree di lavoro per favorire dei percorsi di crescita sociale. Non per la sconfitta di un avversario, ma nella convergenza intorno a valori non negoziabili non ci poteva essere - e non ci sarà mai - un disegno di vita.

 

N O T E

 

 

1. Prof. don Pietro Stella sdb (1930-2000). Cfr.: Bibliografia di Pietro Stella, a cura di Maria Lupi, in M. Lupi - A. Giraudo, Pietro Stella: la lezione di uno storico. LAS, Roma, 2011, pp. 125 - 140.

 

2.  Nato nel 1936. Al riguardo cfr.: F. Traniello  (a cura), Don Bosco nella storia della cultura popolare, SEI Torino 1987. Id.: Don Bosco e il problema della modernità, in: Don bosco e le sfide della modernità, Quaderni del Centro Studi "C. Trabucco, n. 11, 1988, pp. 39 - 46.

 

3.  L' Istituto storico salesiano fu fondato nel 1982. Con la direzione di don Pietro Braido  (1882 - 1992), di don Francesco Motto (1992 - 2011) ha svolto (e continua a erogare) un servizio qualificato, documentato dai fascicoli di "Ricerche Storiche Salesiane" e dalle varie collane editoriali.

 

4.  11 febbraio 1929.

 

5.  Cesare Maria De Vecchi (1884 - 1959), conte di Cismon, fu ambasciatore italiano presso la Santa Sede.

 

6.  Don Bosco fu proclamato santo da Pio XI (nato nel 1857, fu Papa dal 1922 al 1939).

 

7.  Benito Mussolini (1883 - 1945).

 

8. Cit. in P. Stella, La canonizzazione di Don Bosco tra fascismo e universalismo, in "Don Bosco nella storia della cultura popolare." A cura di F. Traniello, SEI Torino, 1987, p. 393.

 

9. Ivi, p. 371, sgg.

 

10.  P. Stella, La canonizzazione .... op. cit. ... p.374.

 

11.  L' interazione tra i salesiani e i diversi esponenti di Casa Savoia mantenne sempre caratteri di continuità (con ulteriore conferma in occasione del referendum istituzionale del 1948).

 

12.  Con riferimento a un don Bosco presentato quasi come un profeta inconsapevole della Conciliazione del 1929, la storia e il buon senso conciliano a tutt' oggi di rivedere con più attenzione tutte quelle sfumature che caratterizzarono i suoi comportamenti nell' ambito dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato.

 

13.   Molto fluidi furono i rapporti tra don Bosco e le case nobiliari di Roma, ai quali tuttavia si volle allora dare rilievo per le amichevoli relazioni intercorse tra don Bosco e la famiglia di Francesco Boncompagni Ludovisi (1886 - 1955), governatore di Roma all' epoca della canonizzazione.

 

14.  Ivi, p. 374.

 

15.  P. Stella. Apologia della Storia. Piccola guida critica alle Memorie Biografiche di Dan Bosco, dispense ai suoi studenti dell' anno accademico 1989 -1990 (revisione per l' a.a. 1997 - 1998), Pro manuscriptu UPS Roma, 1998.

 

16.   Ivi.

 

17.   F. Motto, Il valore delle memorie biografiche ... op.cit.

 

18.   Frase evidenziata in corsivo per la sua significatività (prof. Guiducci).

 

19.   Don Giovanni Battista Lemoyne  sdb (1839 - 1916 ). La principale opera è la raccolta: Documenti per scrivere la storia di D. Giovanni Bosco, dell' Oratorio di S. Francesco di Sales e della Congregazione Salesiana. Il primo volume apparve a stampa nel 1898.

 

20.   Don Bosco incontra il giovane Bartolomeo Garelli nella chiesa di San Francesco d' Assisi a Torino.

 

21.  Si tratta di don Francis Desramaut  sdb. Autore anche del volume Don Bosco en son temps, SEI, Torino, 1996.

 

22.   Il volume Don Bosco nella storia è indicato nelle indicazioni bibliografiche finali.

 

23.   Si tratta di cronache memoriali, annali, ricordi, deposizioni redatte dagli stessi "testimoni". Sono conservate nell' Archivio Salesiano Centrale. Confluirono in gran parte nelle "Memorie Biografiche".

 

24.   Scrupolosa attenzione (ndr).

 

25.   F. Motto, Il valore delle Memorie ... op. cit.

 

26.   Sette volumi in 11 anni per don Lemoyne e nove volumi in 10 anni per don Ceria. Don Eugenio Ceria sbd (1870 - 1957).

 

27.   Con riferimento al fratellastro di Don Bosco, cfr.: F. Motto, Dalla parte di Antonio, semplicemente figlio del suo tempo. In, "Bollettino Salesiano", giugno 2013.

 

28.   La tettoia non era un locale antico e abbandonato, diventato convegno di faine  nido di gufi come la fantasia potrebbe immaginare, ma una semplice e povera rimessa, di recente costruzione, che serviva come magazzino per alcune donne che facevano il bucato nella lavanderia che era presso il canale irriguo.

 

29.   Bettino Ricasoli (1809 - 1880) fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno d' Italia.

 

30.   Lorenzo Gastaldi, nato nel 1815, fu arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883 (anno della sua morte).

 

31.   G. Tuninetti, Il conflitto tra Don Bosco e l' arcivescovo do Torino Lorenzo Gastaldi (1871 - 1883).  In "Don Bosco nella storia", a cura di M. Midali, LAS, Roma, 1990, pp. 135 - 142,

 

32.   Luigi Moreno (1800 - 1878), consacrato vescovo nel 1838, fu responsabile della diocesi di Ivrea per 40 anni.

 

33.   L. Bettazzi, Moreno Luigi, in "Dizionario storico del movimento cattolico in Italia.  Le figure rappresentative", III, 2, Marietti, Casale Monferrato  1984, pp. 575 sgg.  Id. Obbediente in Ivrea. Monsignore Luigi Moreno vescovo dal 1838 al 1878, SEI, Torino 1989.

 

34.   F. Motto, Conoscere Don Bosco. Fonti, studi, bibliografia. CD-ROM, LAS, Roma, 2000.

 

35.   F. Motto, Il valore delle memorie ... op. cit.  Su questi punti cfr. anche P. Stella,

Don Bosco, Il Mulino , Bologna 2001, pp. 114 - 115.

 

36.   G. Bosco, La storia d' Italia raccontata alla gioventù: dai suoi primi abitatori ai nostri giorni: con analoga carta geografica. Libreria Salesiana. Torino, 1907, 31^ ed.

 

37.     II^ guerra d' indipendenza (dal 27 aprile al 12 luglio). Annessione della Lombardia al Regno di Sardegna.

 

38.    Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 in una modesta cascina, nella frazione collinare di I Becchi di Castelnuovo d' Asti, figlio dei contadini Francesco Bosco (1784 - 1817) e Margherita Occhiena (1788 - 1856), venerabile.

 

39.   Don Bosco frequentò il seminario di Chieri e fu ordinato sacerdote nel 1841.

 

40.   Luigi Fransoni (1789 - 1862) fu nominato amministratore apostolico di Torino nell' agosto del 1831 e arcivescovo metropolita di Torino il 24 febbraio 1832. Nel 1850, dopo l' approvazione delle leggi Siccardi nel Regno di Sardegna, dimostrò la sua ferma opposizione invitando il clero alla disobbedienza. Fu rinchiuso nelle prigioni del Forte Fenestrelle e poi mandato, nello stesso anno, in esilio a Lione. Cfr. anche: L. Fransoni, Epistolario, introduzione, testo critico e note a cura di Maria Franca Mellano, LAS, Roma 1994.

 

41.   M.F. Mellano, Il caso Fransoni e la politica ecclesiastica piemontese (1848 - 1850), Pontificia Università Gregoriana, Roma, 1964.

 

42.   Il Marchese Michele Benso di Cavour (1781 - 1850) fu il padre di Camillo Benso.

 

43.   G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 21 (13 marzo 1846), p. 66.

 

44.   Id., Epistolario, op. cit., volume primo lettera 42 (14 novembre 1849), p. 90.

 

45.   L' opera ebbe inizio intorno al 1740 per soccorrere e istruire i mendicanti della città.

 

46.   Su questo punto cfr. anche: P.L. Guiducci, I giorni della gloria e della sofferenza. Cattolici e risorgimento italiano. Elledici, Torino, 2011, pp. 23 - 32.

 

47.   Giuseppe Mazzini (1805 - 1872), politico, filosofo, giornalista.

 

48.   Vincenzo Gioberti (1801 - 1852), sacerdote.

 

49.   Antonio Rosmini (1797 - 1855), religioso.

 

50.   Vincenzo d' Errico (1798 - 1855), avvocato.

 

51.   G. Bosco, Epistolario, introduzione, note critiche e storiche a cura di F. Motto, sdb, sei volumi, LAS, Rima, 1992 - 2014.

 

52.   Questa espressione è citata in: Redazione, Regalo di Pio IX a' giovanetti degli oratori di Torino, in "L' Amico della Gioventù".

 

53.    Le leggi presero il nome del guardasigilli Giuseppe Siccardi (1802 - 1857). Miravano all' abolizione del foro ecclesiastico e delle immunità del clero, all' interdetto delle manomorte (con divieto per gli enti morali di acquistare immobili per donazioni tra  vivi o per testamento senza l' approvazione regia, previo parere del Consiglio di Stato), alla riduzione delle festività religiose e all' abolizione delle penalità per l' inosservanza delle stesse.

 

54.   Urbano Rattazzi (1808 - 1873), massone e anticlericale, fu presidente della Camera dei Deputati e presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d' Italia.

 

55.   Il marchese Gustavo Benso di Cavour (1806 - 1864) fu il fratello maggiore di Camillo Benso.

 

56.   F. Motto, Don Bosco mediatore tra Cavour e Antonelli neo 1858, in: "Ricerche Storiche Salesiane" n. 5, 1986, pp. 3 - 20.

 

57.   Sull' orientamento politico di Don Bosco cfr. anche: F: Motto, Orientamenti politici di Don Bosco nella corrispondenza con Pio IX nel triennio 1858 - 1861, in: "Ricerche Storiche Salesiane", n. 12, 1993, pp. 9 - 37.

 

 

58.   Cfr. anche: P.Braido - F. Motto, Don Bosco tra storia e leggenda nella memoria su "Le perquisizioni", testo critico e introduzione, in: "Ricerche storiche salesiane" n. 8, 1989, pp. 111 - 200.

 

59.   Luigi Carlo Farini (1812 - 1866) fu ministro dell' Interno nel terzo governo Cavour (1860) e presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d' Italia dall' 8 dicembre 1862 al 24 marzo 1863.

 

60.   Terenzio Mamiani  (1799 - 1885) divenne ministro dell' Istruzione nel terzo governo Cavour (gennaio 1860 - marzo 1861). Fu poi senatore del Regno d' Italia (dal 1864) e vicepresidente del Senato.

 

61.   G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume primo, lettera 439 (12 giugno 1860), p. 128.

 

62.   Il Farini morì in miseria, dopo essere stato ricoverato nello "stabilimento di salute (manicomio) di Novalesa (TO).

 

63.  Di Vittorio Emanuele II morì la madre (Maria Teresa), la moglie (Maria Adelaide), il fratello (Ferdinando) e il figlio (Leopoldo).

 

64.   D. Massé, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano. Edizioni Paoline, Roma, 1861.

 

65.   Ubaldino Peruzzi (1822 - 1891) fu ministro dei Lavori Pubblici con Cavour (1860 - 1861) e con Ricasoli (1861 - 1862). Fu poi nominato ministro degli Interni nel governo Minghetti (1863 - 1864).

 

66.   Cfr. anche: F. Motto, Orientamenti politici di Don Bosco nella corrispondenza con Pio IX nel decennio dell' unità d' Italia, n. 19, 2000, pp. 201 - 221.

 

67.   F. Motto, L' azione mediatrice di Don Bosco nella questione delle sedi vescovili vacanti in Italia, LAS, Roma, 1988.

 

68.   Per proclamazione del Regno d' Italia  si intende la legge n. 4671 del Regno di Sardegna  17 marzo 1861 (diventata legge  n. 1 del 21 aprile 1861 del Regno d' Italia) con la quale Vittorio Emanuele II assunse per sè e per i suoi successori il titolo di re d' Italia.

 

69.   Il politico Saverio Vegezzi  (1805 - 1888) svolse nel 1865, per incarico del presidente del Consiglio Alfonso La Marmora (1804 - 1878), una missione a Roma per risolvere la questione delle numerose sedi episcopali vacanti in Italia. I negoziati non ebbero successo: Pio IX non voleva che i vescovi prestassero giuramento nelle mani del re.

 

70.   G. Alberigo, Il Concilio Vaticano I (1869 - 1870), in: "Storia dei Concilii Ecumenici", a cura di G. Alberigo, Queriniana, Brescia 1990, pp.367 - 369. - G. Martina, Il Concilio Vaticano I, in: "La Chiesa nell' età del liberalismo" Morcelliana, Brescia, 1988, pp. 201 - 227.

 

71.   La legge fu considerata dal Papato come atto unilaterale dello Stato. I beni riconosciuti in godimento al Pontefice rimanevano comunque parte dei beni indisponibili dello Stato Italiano.  Fu conservato inoltre il placet governativo sulle nomine dei vescovi  e dei parroci e in genere di tutti gli edifici ecclesiastici, eccetto quelli delle diocesi di Roma e delle sedi suburbicarie.

 

72.   Il movimento cattolico nacque tra gli anni '60 e i primi anni '70 come risposta alla laicizzazione dello Stato e della società. Insieme a numerose associazioni locali sorsero , in quegli anni, le prime stabili organizzazioni cattoliche a livello nazionale, come la Gioventù Cattolica (1868), l' Unione Cattolica per il Progresso delle Buone Opere (1870) e l' Opera dei Congressi (1875).

 

73.   Il termine "temporalità" indica il complesso dei beni terreni della Chiesa che, a differenza di quelli spirituali, sono oggetto di un godimento contingente (temporale).

 

74.   La Mazzarello (1837 - 1881) fu la primogenita di sette figli di una modesta coppia di mezzadri.  Nel 1864 conobbe Don Bosco in visita a Mornese, che restò colpito dalle  qualità personali della giovane. Nel 1872 fu lo stesso santo a sceglierla come co - fondatrice dell' Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel medesimo anno Maria Domenica professò i voti religiosi con alcune compagne. Venne proclamata santa da Pio XII nel 1951. Al riguardo cfr. M.P. Giudici - Borsi, Maria Domenica Mazzarello. Una vita semplice e piena di amore. Elledici, Torino, 2008.

 

75.   G. Bosco, Costituzioni per l' Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice(1872 - 1885), testi critici a cura di Cecilia Romero, LAS, Roma, 1983.

 

76.   G. Bosco,  Costituzioni della società di S. Francesco di Sales (1858 - 1875), testi critici a cura di Francesco Motto, LAS, Roma, 1982.

 

77.   G. Bosco, La Patagonia e le terre australi del continente americano, introducciòn y texto crìtico  por Jesus  Borrego, LAS, Roma, 1988. Cfr. anche: A. Da Silva Ferreira , Patagonia. Realtà e mito nell' azione missionaria salesiana. LAS, Roma, 1995.

 

78.    F. Motto, La mediazione di Don Bosco fra Santa Sede e governo per la concessione degli Exequatur ai vescovi d' Italia (1872 - 1874), in: "Ricerche storiche Salesiane", n. 6, 1987, pp. 3 - 79.

 

79.   Paolo Onorato Vigliani (1814 - 1900), giurista e uomo politico.

 

80.   In G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume quarto, lettera 1855 (12 ottobre 1873), p. 166.

 

81.   Lettera del Guardasigilli Vigliani a Don Bosco. Datata: 15 ottobre 1873. Archivio Generale Salesiano.

 

82.   Agostino Depretis (1813 - 1887), politico. Fu presidente del Consiglio dei ministri nove volte tra il 1876 e il 1887.

 

83.   Giovanni Nicotera (1828 - 1894), politico. Fu due volte ministro dell' Interno del Regno d' Italia (nel 1876 - 1877 e nel 1891 - 1892)

 

84.   Giuseppe Zanardelli (1826 - 1903), giurista, politico. Fu presidente della Camera dei deputati (1892 - 1894) e presidente del Consiglio dei ministri del Regno d' Italia (1901 - 1903).

 

85.   Francesco Crispi (1818 - 1901), politico. Fu presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e ministro dell' Interno del Regno d' Italia (1887 - 1901); presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell' Interno  del Regno d' Italia (1893 . 1896); ministro dell' Interno del Regno d' Italia (1893 - 1896); ministro dell' Interno del Regno d' Italia  (1893 - 1896); ministro dell' Interno del Regno d' Italia (1877 - 1878).

 

86.   Per una lettura completa del documento si rimanda al Testo critico con introduzione , apparati delle varianti e delle note storico - illustrative in P. Braido (ed.), Don Bosco educatore, scritti e testimonianze. Terza edizione con la collaborazione di Antonio Silva Ferreira, Francesco Motto e José Manuel Prellezo. Istituto Storico Salesiano , Fonti, Serie Prima, n. 9, Roma, LAS 1997, pp. 363 -. 271.

 

87.   Marco Ezechia Lombroso, cambiò poi none in Cesare (1835 - 1909).

 

88.   C. Lombroso, L' uomo delinquente in rapporto all' antropologia, alla giurisprudenza e alla psichiatria (cause e rimedi).  Fratelli Bocca  Editori, Torino, 1897, p0. 214.

 

89.   G. Bosco, Piano di Regolamento per l' Oratorio maschile di San Francesco di Sales in Torino nella regione Valdocco, p. 2, Archivio Centrale Salesiano, Roma.

 

90.   Camillo Benso di Cavour (1810 - 1861). Fu ministro del Regno di Sardegna  dal 1850 al 1852, capo del governo dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d' Italia , divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato, e morì ricoprendo tale carica.

 

91.   G. Bosco, Epistolario, op. cit. volume primo, lettera 369 (4 agosto 1858), p. 357.

 

92.   Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1792 - 1878, beato) fu Pontefice dal 1846 fino alla sua morte.

 

93.   Giovanni Lanza (1810 - 1882). Medico - chirurgo. Politico. Nel 1853 divenne vicepresidente della Camera, nel 1855 ministro dell' Istruzione , poi delle Finanze. Nel 1860 fu eletto presidente della Camera. In questi anni si compì il suo passaggio alla destra storica, della quale fu uno dei capi più autorevoli . Nel 1864 - 1865  fu ministro dell' Interno, poi (1867 - 1870) presidente della Camera, infine (1869 - 1873) presidente del Consiglio.

 

94.  G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume terzo, lettera 1610 (11 febbraio 1872), 398.

 

95.   Marco Minghetti (1818 - 1886). Politico. Fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno d' Italia (1863 -.1864).

 

96.   G. Bosco, Epistolario, op. cit., volume quarto, lettera 1814 (14 luglio 1873), p. 129.

 

97.   Alfonso Maria de' Liguori (1696 - 1787, santo). Vescovo, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore.

 

98.   L' oratorio promosso da Don Bosco a Valdocco trasse ispirazione da quello dell' Angelo Custode aperto nel 1840 da don Giovanni Cocchi  (1813 - 1895), un prete nativo di Druento, nella zona malfamata e degradata del Moschino, ai margini del borgo cittadino di Vanchiglia . Cfr. al riguardo: D. Bolognini, Don Giovanni Cocchi fondatore degli Artigianelli, Velar, Gorle (BG) - Elledici, Torino 2013.

 

99.   Giuseppe Cottolengo (1786 - 1842, santo). Il suo insegnamento principale fu quello di rispondere alle emergenze  socio - sanitarie e di tutelare gli ultimi.

 

100. In tema di prima industrializzazione si rimanda a: P.F. Giorgetti: La prima rivoluzione industriale tra politica economica ed etica. Vincolismo, socialismo, democrazia. ETS, Pisa, 2009.

 

101.  Neoguelfismo: movimento politico e d' opinione sostenuto dalla pubblicazione (1843) del Primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti (1801 - 1852). In questo testi l' A. proponeva una soluzione federalista del problema nazionale affidando al Papa una direzione morale apicale.

 

102.  La Congregazione venne fondata da Giovanni Battista de la Salle (1651  - 1719, santo).

 

103.   Carlo Felice di Savoia (1765 - 1831) fu Re di Sardegna dal 1821 alla morte.

 

104.   Leonardo Murialdo (1828 - 199, santo). Fondatore della Congregazione di San Giuseppe.

 

105.   Il precedente rettore era stato nominato canonico parroco della cattedrale di Biella.

 

106.   G. Dotta, Dall' Oratorio dell' Angelo Custode all' Oratorio di San Luigi: Leonardo Murialdo tra Don Cocchi  e Don Bosco neo primi oratori torinesi. In: "Ricerche Storiche Salesiane", n. 28, 2009, pp. 361 - 385 (prima parte); n. 29, 2010, pp. 117 - 138 (seconda parte).

 

107.   E' noto come legge Casati il regio decreto legislativo 13 novembre  1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, entrato in vigore nel 1860 e successivamente esteso, con l' unificazione, a tutta l' Italia.

 

108.   P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale (1815 - 1870), LAS, Roma 1880, p. 248.

 

109.   Alessandro Rossi (1819 - 1898) fu un imprenditore e un politico.

 

110.   "Memorie Biografiche", quinto volume, capitolo 56.

 

111.   Antonio Maria Belasio (1813 - 1888). Scrittore e famoso predicatore totalmente dedito alle missioni parrocchiali, era in ottimi rapporti con Don Bosco.

 

112.   A. Belasio, Non abbiamo paura ! Abbiamo il miracolo dell' apostolato cattolico di XVIII secoli e le sue sempre nuove e più belle speranze. In "Letture Cattoliche", n. 322, 1879, p. 59.

 

113.   Antonio Gramsci (1891 - 1937) fu tra i fondatori del Partito Comunista d' Italia (1921).

 

114.   Felice Govean (1819 - 1898) fu gran maestro reggente del Grande Oriente d' Italia  nel 1861.

 

115.  Alla morte di Don Bosco la "Gazzetta del Popolo" si limitò a citarne cognome, nome ed età nell' elenco dei defunti.

 

116.   Giuseppe Favale (1772 - 1862). Era il tipografo di gruppi liberali in linea con la politica ecclesiastica governativa. Alla sua morte il nuovo responsabile sarà il figlio Carlo.

 

117.   Innocenzo Vigliardi (1822 - 1896), editore libraio.

 

118.   Alessandro Ottaviano Ricardi di Netro (1808 - 1870). Il 22 febbraio 1867 fu promosso arcivescovo di Torino.

 

119.   P. Braido, La lettera di Don Bosco da Roma del 10 maggio 1884, LAS, Roma, 1984.

 

120.   La lettera è conservata presso l' Archivio Centrale Salesiano. Alessandro Antonelli  (1798 - 1888) fu un architetto la cui opera più nota divenne la Mole Antonelliana. L' edificio era destinato all' inizio a diventare una sinagoga. Il progetto fu poi abbandonato  dopo alcuni anni per mancanza di fondi. Si aprì così la possibilità di vendere la struttura a chi era interessato all' acquisto.

 

121.   P. Braido, Breve storia del "sistema preventivo". LAS, Roma, 1993.

 

122.   Cfr. ad es.: G: Buccellato, Alla presenza di Dio: ruolo dell' orazione mentale nel carisma di fondazione di San Giovanni Bosco. Pontificia Università Gregoriana, Roma, 2004.

 

123.   Cfr. anche: F. Motto, L' impegno civile e morale di Don Bosco nell' Italia unita in dialogo con le istituzioni di governo. In: "Ricerche Storiche Salesiane" n. 29, 2010, pp. 177 - 200.

 

124.   Geremia Bonomelli (1831 - 1914). Fu vescovo di Cremona.

 

125.   G. Bonomelli, Questioni religiose - morali - sociali del giorno, volume primo. Cagliati, Milano 1900, p.310.

 

126.   Giovanni Battista Piamarta (1841 - 1913, santo). Sacerdote. Promosse a Brescia l' Istituto degli Artigianelli. Fondatore della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth.

 

127.   Luigi Guanella (1842 - 1915, santo). Sacerdote, Fondatore delle Congregazioni dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza.

 

128.   Pietro Bairati (1946 - 1991). Fu uno dei maggiori studiosi di americanistica, attivo pubblicista e partecipe della vita intellettuale piemontese.

 

129.   P. Bairati, L'  etica del lavoro. In "Rivista Storica Italiana", 92, 1980, n. 1.

 

130.   "Memorie Biografiche", volume 19, 157.

 

131,   P. Braido, Don Bosco, La Scuola, Brescia 1969, p. 129.

 

132.   P. Braido, Don Bosco, prete dei giovani nel secolo delle libertà. LAS, Roma, 2003, p. 653.

 

 

Per  saperne  di  più:

 

 

AGASSO D., San Giovanni Bosco, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005.

BOSCO G.  Epistolario, introduzione e note critiche a cura di F. Motto sbd, sei volumi. LAS, Roma 1992 - 2014.

ANTONY F.V. - Bordignon B., Don Bosco, teologo pratico ? Lettura teologico - pratica della sua esperienza educativa. LAS, Roma 2013.

BRAIDO P. (a cura), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze. LAS, Roma, 1997.

Id.,  Don  Bosco nella Chiesa a servizio dell' umanità. Studi e testimonianze. LAS, Roma, 1987.

Id.,  Don Bosco, prete dei giovani nel secolo delle libertà. Due volumi. LAS, Roma, 2003.

CANAVERO A., La storiografia del movimento cattolico (1980 - 1995). In: "Dizionario storico del movimento cattolico. Aggiornamento 1980 - 1995". Marietti, Genova, 1997, p. 128 sgg.

CHIARLE G., Don Bosco nella storia del libro popolare. Centro Studi piemontesi. Torino, 2003.

GUIDUCCI P.L., I giorni della gloria e della sofferenza. Cattolici e Risorgimento italiano. Elledici, Torino, 2011.

Id., Senza aggredire, senza indietreggiare. Don Bosco e il mondo del lavoro. La difesa dei giovani. Elledici, Torino 2012.

ISTITUTO STORICO SALESIANO (a cura), Fonti salesiane. Vol. 1: Don Bosco e la sua opera, a cura di Giraudo - J. M. Prellezo - F. Motto. LAS, Roma, 2014.

LENTI A. J., Don Bosco, Don Bosco educator, spiritual master, writer and founder of the salesian society. LAS, Roma 2008.

MIDALI M. (a cura), Don Bosco nella storia. Atti del 1° Congresso Internazionale di studi su Don Bosco, Pontificia Università Salesiana. Roma 16 - 20 gennaio 1989. LAS, Roma 1990 (include anche un saggio di Traniello su "Dan Bosco nella storia della cultura popolare in Italia".

MOTTO F., Conoscere Don Bosco. Fonti, studi, bibliografia. CD-ROM, LAS, Roma 2000.

Id.,  Nel mondo, ma non nel mondo. Chiamati a scrivere insieme una nuova pagina di storia salesiana. Elledici, Torino, 2012.

Id., Ripartire da Son Bosco. Dalla storia alla vita oggi. Elledici, Torino, 2007.

Id. Verso una storia di Don Bosco, documentata e più sicura. In: "Ricerche Storiche Salesiane" n. 21, 2002, pp. 219, 252.

SICCARDI C., Don Bosco mistico. Una vita tra cielo e terra. La Fontana di Siloe, Torino 2013.

SOCCI A., La dittatura anticattolica. Il caso Don Bosco e l' altra faccia del Risorgimento. Sugar Co, Milano, 2004.

SPATARO R., Don Bosco tra Risorgimento e Italia postunitaria. In: "Cultura e identità. Rivista di studi conservatori" anno II, n. 7, settembre - ottobre 2010, pp. 33 - 41.

STELLA P., Don Bosco. Il Mulino, Bologna 2001.

Id., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Tre volumi. LAS, Roma, 1981.

Id., Don Bosco nella storia economica e sociale (1815 - 1870). LAS, Roma, 1980.

TRANIELLO F., Don Bosco nella storia della cultura popolare. SEI, Torino, 2987 (il volume contiene anche un saggio di Traniello su "Don Bosco e l' educazione giovanile: La Storia d' Italia").

WIRTH M., Da Don Bosco ai nostri giorni. Tra storia e nuove sfide. LAS, Roma, 2000.

 

Ringraziamenti:

 

E' doveroso ringraziare quanti hanno sostenuto la preparazione di questo lavoro: (in ordine alfabetico) don Luigi Cei sdb (Archivio Storico Centrale dei Salesiani), don Francesco Motto sdb (Istituto Storico Centrale dei Salesiani), don Marian Stempel sdb, prof. Francesco Traniello (professore emerito, già ordinario di Storia contemporanea presso  l' Università di Torino).